Galeano Futbol Club

Lo scrittore uruguaiano e la passione per il calcio

“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio Paese”, sostiene Eduardo Galeano.

Lo scrittore morto il 13 aprile scorso, come ha scritto il grande Gianni Mura su questo giornale, è assieme a Osvaldo Soriano “una sorta di nume tutelare, di stella cometa, di tutti i giornalisti sportivi che non si limitano al quattro-quattro-due”. La passione di Galeano per il calcio, però, è meno legata all’elemento quasi magico dei racconti di Soriano, ma più alla grande forza di romanzo popolare che il futbol riesce a esprimere.

Il libro che racconta tutto questo è Splendori e miserie del gioco del calcio, edito in Italia da Sperling & Kupfer, che è un libro per tutti. E’ bene dirlo, perché spesso il calcio è vittima di stereotipo. Può piacere a molti, ma non per questo non è in grado di parlare a tutti. Perché parla di tutti, anche di quelli che non lo amano e non lo seguono.

Galeano ha avuto, tra gli altri, questo merito: raccontare la società, denunciarne le miserie (che leggendo il libro si scoprono essere umane, al di là che sono legate al racconto/metafora del calcio). Prima di tutte la retorica, il cui potere è stato subito intuito dalle classe dirigenti, che hanno sfruttato in molti modi il suo fascino.

Un dittatore come Videla, nel 1978 in Argentina, una la Coppa del Mondo per lavare il sangue dei desaparecidos, ma anche Diego Armando Maradona, che “giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”, ma riscattò milioni di persone che si sentivano ripagati di una vita difficile anche solo grazie a un suo tocco. Una magia, un potere. Che il business ha quasi assassinato.

“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere”, racconta Galeano. “A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta
guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il
bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana”.

Un libro che è una sorta di storia dell’umanità, raccontata attorno a un pallone. Che tiene assieme Salvador Allende e Humphrey Bogart, Roberto Baggio e Henry Kissinger, Pier Paolo Pasolini e Marilyn
Monroe, Karl Marx e Benito Mussolini, René Higuita e Adolf Hitler.

E al termine del match, resta il calcio, mistero senza fine bello. Come ci indica Galeano: «Per quanto
i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il
calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori
l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa
diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».