South America coast to coast / 10

Il Cile, con Pinochet e Neruda, tra un Paperon de Paperoni delle miniere e camionisti e pellicani

di Samuel Bregolin

Siamo ancora ad Antofagasta quando le prime cicatrici della dittatura militare di Augusto Pinochet cominciano ad apparirci lampanti davanti agli occhi. In pieno centro cittadino, davanti al centro commerciale, si sta svolgendo un evento organizzato dall’esercito: è un’esposizione della potenza di fuoco delle forze armate, al centro del piazzale c’è un elicottero dove si arrampicano i bambini, accanto a un carro armato su cui salire per farsi fare una fotografia col militare in divisa. Attorno una decina di stand dove vengono montate e smontate mitragliette e pistole, esposte bombe a mano, illustrate le ultime armi tecnologiche e presentati i programmi di arruolamento all’esercito.

Sembra di essere a Disneyland, con i palloncini colorati e l’atmosfera di festa. Mi chiedo come possano le centinaia di persone qui presenti aver dimenticato le torture, i campi di prigionia, l’esilio e la morte che lo stesso esercito ha inflitto alla popolazione cilena fino a pochi anni fa. Sto per rendermi amaramente conto che l’eredità della dittatura militare è molto diversa da quella che mi aspettavo.

Continuiamo a scendere il paese lungo la Ruta 5, l’autostrada che attraversa il Cile come una lunga spina dorsale. Basta guardare una carta geografica per rendersi conto dell’importanza di questa strada per il Cile: per un paese largo mediamente meno di un centinaio di chilometri ma lungo migliaia, schiacciato tra oceano e cordigliera, è possibile una sola via di collegamento, da nord a sud e viceversa. Qui transitano tutte le merci del paese e i traffici commerciali su gomma: costruire un’efficiente linea di treni merci significherebbe togliere il lavoro a migliaia di camionisti e a centinaia di imprese di trasporti. Da sempre i camionisti e gli impresari difendono con forza la loro posizione.

I camionisti giocarono un ruolo chiave, seppur poco conosciuto, nel 1973, nelle settimane precedenti al colpo di stato. Usarono i loro camion per bloccare la Ruta 5, tagliando le comunicazioni e sollevando enormi tensioni sociali. Fu uno dei colpi più duri inflitti al governo socialista di Salvador Allende, che poi capitolò come un castello di carte nel giro di poche ore in quel famoso 11 settembre. Da allora la mentalità di chi fa questo mestiere non sembra essere cambiata di molto.

Leonardo fa il camionista da più di trent’anni, passiamo la giornata assieme a lui, consegna pacchi rapidi, lavora tre giorni a settimana ma conduce per 72 ore di fila senza dormire. Il suo è un mestiere logorante, raggiungiamo l’oceano e la Ruta 5 taglia tra montagne e scogli, il sole tramonta sulle acque, Alessia si addormenta sul sedile. Con Leonardo discutiamo di politica: “Qui l’economia va bene, il paese non ha sentito la crisi del 2008 e ora vengono a lavorare immigrati da tutto il Sud America: boliviani, colombiani, peruviani” mi racconta, lasciandomi però sottintendere che la presenza degli stranieri non gli sia poi così gradita.

“Il Cile è la Germania dell’America Latina” afferma, “è un paese che non ha mai conosciuto la corruzione della politica, anche se le cose stanno cambiando. Con i militari tutti rigavano dritto. Chi non rispettava il coprifuoco sapeva cosa cercava, si parla di poche migliaia di morti ed esiliati su una popolazione di milioni di abitanti”. L’opinione di Leonardo è purtroppo l’esempio di quello che pensa tutta una classe di lavoratori di mezz’età del paese: cresciuti ed educati nelle scuole del regime. Noi difendiamo i diritti umani sempre e comunque, è praticamente il solo commento che gli lascio mentre scendiamo dal suo camion nel cuore della notte, scegliamo andiamo in una destinazione che lui considera pericolosa e per vendicarsi del nostro non dargli retta ci lascia a qualche chilometro di distanza, obbligandoci a terminare a piedi il nostro tragitto.

Ma cos’è questo Cile? Perché l’esercito, che dovrebbe in qualche maniera pagare le conseguenze di anni di dittatura gode invece ancora oggi di un certo prestigio e sentimenti quasi nostalgici in certe fasce della popolazione? Erano le 06:00 del mattino del 11 settembre 1973 quando la flotta navale cilena ha invertì la rotta e puntò i cannoni contro la città di Valparaiso invadendone il porto. In quel momento la popolazione cilena e il presidente socialista Salvador Allende ancora dormivano. In quel tragico giorno la città di Valparaiso è occupata nel giro di mezz’ora, Pinochet prende campo base alla scuola di telecomunicazioni di Penaloen, l’Almirante Carvajal si occupa di portare a termine il golpe.

Già alle 07:00 a Santiago i carri armati si dirigono verso il Palacio della Moneda, la sede ufficiale della presidenza. Salvador Allende viene svegliato all’improvviso e scortato al Palacio della Moneda dai Carabinieros. Alle 07:55 il suo primo comunicato radio “L’informazione è confermata: stanno provando il colpo di stato”. Per strada si formano i primi gruppi di combattenti popolari che si scontrano contro l’esercito, i carri armati sbaragliano velocemente tutti. Alle 09:00 i carabinieros, con una potenza di fuoco nettamente insufficiente, affrontano l’esercito ribelle.

Allende lancia il suo ultimo comunicato radio alle 09:10 “Pagherò con la vita, perché hanno la forza ma non la ragione, la storia è con noi”. I militari riescono ad entrare nel Palacio della Moneta solo verso le 13:00, trovano Salvador Allende steso a terra, morto, con una mitraglietta tra le mani. Il colpo di stato ha avuto successo: i militari hanno preso il controllo del paese e le rappresaglie sono immediate.

Al museo dei diritti umani di Santiago scopro che l’Estadio Nacional divenne un grande campo prigionieri improvvisato, migliaia di persone che combatterono per strada furono incarcerate, torturate e uccise, di molti di loro si sono semplicemente perse le traccie: desaparecidos. Per più di quindici anni qualsiasi forma di opposizione viene stroncata sul nascere, viene instaurato un coprifuoco notturno, i militanti politici avversari sono esiliati all’estero o imprigionati in uno dei 1132 campi costruiti lungo il paese. Il terribile Toque de Queda che durerà fino al 1989.

Il Cile di Pinochet fu un terribile laboratorio per il neoliberismo, un esempio poi seguito dal Regno Unito di Margaret Thatcher e dagli Stati Uniti di Ronald Reagan, al centro sempre una delle principali risorse del paese: quella mineraria. A differenza di molte dittature militari in cui tutti i poteri erano sotto il controllo di un solo individuo Pinochet decise di mettere l’economia nelle mani di alcuni esperti neoliberisti americani, i famosi Chicago Boys.

Dopo gli espropri proletari di terre e miniere attuati per tre anni dal governo socialista di Salvador Allende, che causarono la rivolta violenta dei grandi proprietari, i Chicago Boys misero il paese sulla rotaia di una libertà economica forzata ed estrema. Questa fu la nuova struttura data al paese, la cui economia è tutt’oggi nelle mani di sei famiglie differenti. Tra i più conosciuti i Penta, sostenitori della destra conservatrice, e i Luksic, alleati dell’attuale governo di centro-sinistra, proprietari del porto di Antofagasta, di molte miniere di rame, delle ferrovie e della più importante banca del paese.

Nel frattempo noi siamo ancora all’incrocio della Ruta 5 dove ci ha abbandonati Leonardo nel cuore della notte, attraversiamo la Banlieue della città, sorpassiamo la dorata spiaggia per ricchi e benestanti di La Serena e approdiamo alla portuale Coquimbo. Qui il mattino successivo troviamo un attivo e movimentato porto, con barche di pescatori gialle e blu, stormi di pellicani enormi e gabbiani che, diligenti sulle inferiate o sui mucchi di reti, aspettano che vengano gettati loro i resti del pescato non venduto.

Ma le attenzioni sono tutte per le decine di foche che gridano dagli scogli, una di loro sale addirittura le scale per avvicinarsi ai venditori e guadagna così qualche testa di pesce. Nella lunga e piatta spiaggia la sabbia è umidiccia, è vietato fare il bagno a causa dell’inquinamento e delle correnti troppo forti, sono dislocati ovunque i cartelli che indicano le vie di fuga in caso di Tsunami, il bagnasciuga è ricoperto da montagnole di alghe che decine di uomini in calzamaglia raccolgono.

“Ce le pagano 100 pesos cileni (circa 20 centesimi di euro) al chilo” mi racconta uno di loro quando li avvicino “oggi siamo fortunati, ce ne sono molte. Rivendiamo le alghe al consorzio che le rende commerciabili per i giapponesi: le usano per fare creme di bellezza, cosmetici per le donne o plastiche per gli interni di auto e camion”. A questo punto mi convinco che la crema per la pelle che ha con sé Alessia ha appena fatto il giro del mondo, ritornando alla spiaggia da cui ebbe origine.

Nella storia del Cile degli anni della dittatura manca un protagonista importante: Pablo Neruda, che muore di morte misteriosa pochi giorni dopo il golpe, mentre attende il permesso dalle autorità messicane per l’esilio. Ancora oggi non si sa se il poeta trovò la morte a causa del tumore alla prostata o se fu avvelenato. Comincia così il mio incontro con Hernan Loyola: amico intimo di Neruda, oggi il massimo esperto della sua poesia, esiliato in Italia in quel lontano, ma ancora estremamente attuale, settembre 1973, professore di letteratura ispano-americana all’università di Sassari. Hernan si presenta come un astro-marxista, grida scherzando viva il comunismo al portiere del palazzo dove vive e ci invita a mangiare in un ristorante popolare del quartiere.

Parliamo di Pablo Neruda ma non solo, Hernan è la persona giusta con cui approfondire il tema della cultura e dell’educazione in Cile: “Durante la dittatura militare sono state aiutate le facoltà più vicine al regime, l’Università cattolica ricevette sempre molti fondi, al contrario dell’Università del Cile, che non ebbe mai fondi a sufficienza. La differenza si vede anche dalle sedi che le ospitano e dalla qualità delle sale studio e degli anfiteatri”, continua “oggi in Cile esistono moltissime università, ce ne sono di serie A, B, C e D.

L’iscrizione e la retta mensile sono carissime e le fasce più povere della popolazione non potranno mai permettersele. Oltre al diverso livello di preparazione dei professori e qualità dei programmi ci sono le diverse possibilità di accesso professionale: i datori di lavoro giudicano in base al nome dell’università da cui un ragazzo proviene, se è un istituto inferiore non gli verranno mai aperte le porte per posti di lavoro da responsabile o dirigente.” Gli parlo dei discorsi fatti con Leonardo e gli altri camionisti: “Quella è la generazione cresciuta ed educata durante il regime di Pinochet, i programmi d’insegnamento erano dettati dai militari, hanno lacune culturali profondissime. Sono l’esempio di come il Cile sia ancora oggi una società inesorabilmente classista.”

Quando, dopo Santiago, cerchiamo di raggiungere il parco nazionale La Campana a Olmué e si ferma il fuoristrada rosso di Marco il cerchio attorno a quel famoso 11 settembre sembra chiudersi: Marco ha 25 anni, studia in una delle migliori facoltà d’ingegneria miniera del paese, parla tedesco e inglese, sta andando verso la casa di campagna per il weekend. Non ha colpe particolari e gode della fortuna di esser nato in una famiglia benestante. L’educazione superiore di Marco è lampante e le differenze saltano direttamente agli occhi: capisce l’importanza che gli investimenti delle grandi compagnie straniere hanno per l’economia del paese, critica la mancanza di sicurezza nei cantieri, conosce bene la storia del suo paese e ne parla con obiettività. Mentre lui gode del fresco in campagna i suoi colleghi studenti meno fortunati lavorano al supermercato per pagarsi la retta di un qualche istituto accademico, dopo il quale non avranno comunque mai accesso a lavori di molto migliori.

L’immagine che mi resta del paese, e che sembra riassumerne la storia recente, è quella di quel famoso proprietario statunitense di miniere di ferro del nord, si racconta che sia così ricco che quando torna in Cile attraversa in piedi sul retro di un pk la capitale, lanciando monete ai passanti. Paperon de Paperoni esiste davvero, ed è cileno.