di Valeria Nicoletti
Ufficialmente si chiama modulo 393, ma tutti la chiamano “domandina”: è il modulo che serve ai detenuti per richiedere ogni cosa di cui possano aver bisogno in carcere. Dall’acquisto di un prodotto non presente nella lista della spesa al prestito di un libro, dalla richiesta di iscriversi a un corso a quella di parlare con un assistente o ricevere cure mediche, la domandina è il veicolo unico per chiedere il permesso di restare vivo.
Le domandine di Q Code Magazine sono voci dal carcere, interviste con chi orbita intorno all’universo della reclusione, lavoratori, familiari, detenuti, volontari, esistenze coinvolte, loro malgrado o per precisa volontà, nel mondo dietro le sbarre. La domandina di oggi è a Christian Cinetto, classe 1975, regista e autore cinematografico.
L’appuntamento è alle 9 di una mattina piovosa di marzo, nella sede di Jengafilm, casa di produzione cinematografica, a Padova. Qui incontro Christian Cinetto, autore del documentario “A tempo debito”, il racconto di cinque mesi trascorsi con 15 detenuti in attesa di giudizio di 7 nazionalità diverse, reclusi nella casa circondariale di Padova.
La casa circondariale si trova a soli 300 metri dal carcere Due Palazzi, “sono un unico complesso”, spiega Christian, “ma sono in pochi a conoscerne la differenza”. Qui è dove sono reclusi i detenuti in attesa di giudizio, o con pene, o residui di pene, inferiori ai cinque anni. Non solo: “non ci sono italiani o colletti bianchi, cui si riservano gli arresti domiciliari”, continua, “a Padova quasi l’80% della popolazione carceraria è composto da stranieri, molti di loro sono clandestini secondo la legge italiana, il restante 20% sono italiani appartenenti a fasce bassissime della popolazione”, tossicodipendenti di lunga data, ormai habitué, piccoli scippatori.
“La maggior parte delle attività, e quindi dei fondi, si trova in carcere, dove i detenuti sanno esattamente quanto tempo passeranno in cella”, continua Christian, “la casa circondariale è vista più come un parcheggio, dove è difficile iniziare un percorso, ma soprattutto portarlo a termine”. Un parcheggio sì, sebbene non si possa certo parlare di soste brevi: “con la nuova legislazione, i detenuti non dovrebbero restare per più di sei mesi in casa circondariale, ma prima si aspettava anche 18 mesi, un periodo di tempo in cui poteva succedere tutto”, ma il più delle volte non succedeva niente.
“Mi aveva colpito proprio questo, l’esistenza in una sorta di limbo spazio-temporale, questo vivere sospesi nell’attesa e mi sono detto che era necessario aprire una finestra su questo tipo di realtà e raccontarla”.
Christian aveva già lavorato in casa circondariale nel 2012, realizzando il mini-documentario “Musica oltre le barriere”. Torna nell’istituto nel 2013, questa volta non più come osservatore, e propone ai detenuti un corso di cortometraggio, dove gli stessi protagonisti avrebbero ideato e recitato in un film. In cambio, Christian avrebbe potuto filmarli per circa 5 mesi, dall’ottobre del 2013 al febbraio del 2014, ed entrare nella loro quotidianità. Così nasce il suo documentario: “A tempo debito”, dove il titolo stesso “è una chiave di lettura, il punto di partenza per cercare di rispondere a una domanda che sorge spontanea in casa circondariale: cosa significa qui affrontare il tempo? e lo spazio?”. Come lo definisce lo stesso Christian: è un film in attesa di giudizio.

La data di scadenza della pena può avere quasi un effetto rassicurante, sul detenuto e i suoi familiari, aiuta a organizzare il tempo, permette di suddividere i mesi, di pensare di potersi iscrivere a un corso, prendere parte a un’attività, trovare un lavoro all’interno del carcere. La casa circondariale riserva una condizione spazio-temporale diversa: “si vive uno scollamento totale con il mondo esterno, e una domanda costante: cosa succederà domani?” Come un buco spazio-temporale, non c’è nessuna comunicazione, reale o virtuale. Varcata la soglia dell’istituto, si interrompono tutti i contatti con il mondo oltre le sbarre, raggiungibile solo attraverso il colloquio con l’avvocato, che non ha mai una data precisa, gli incontri con i familiari, ma per gli stranieri è raro che si presenti qualcuno, e le lettere tradizionali, con tutte le loro lungaggini.
E se il tempo si lascia difficilmente addomesticare, lo spazio presenta ulteriori difficoltà: la cella, nella migliore delle ipotesi, si divide con tre persone, nella peggiore, con nove, un solo bagno e, spesso, con compagni di stanza che parlano altre lingue e con cui è impossibile comunicare, qualora si avesse voglia. A spezzare la cattività, due ore d’aria: solitamente, una prima di pranzo, la seconda intorno alle 3 del pomeriggio. Le attività e i corsi, che interessano solo il 10% della popolazione carceraria, si tengono dalle 9 alle 15. Le celle poi restano chiuse dalle 16 al mattino dopo. La casa circondariale di Padova è, tuttavia, tra le capofila in Italia per un progetto pilota sui tossicodipendenti, che rappresentano circa un terzo dei reclusi: “hanno organizzato una sezione con celle aperte e attività personalizzate per i detenuti, per cercare di tenerli impegnati il più possibile”, spiega Christian, “ma non è applicabile a tutto l’istituto, per ragioni economiche e logistiche”.
“La maggior parte delle carceri italiane non sono state pensate per avere una funzione rieducativa e, anche lasciando le celle aperte, lo spazio di libertà si ridurrebbe a un corridoio”.
Per decifrare il tempo e lo spazio in casa circondariale, Christian decide di partire con un casting. “Ho tappezzato le pareti del carcere con i volantini: film, cercasi attori, sono andati a ruba e si sono presentati in circa 40”, racconta Christian, “li ho osservati, a qualcuno ho chiesto di ballare, cantare, e alla fine ho fatto la mia scelta”. Il risultato: 15 detenuti, su cui tre italiani, un albanese, un moldavo, due nigeriani, il resto nordafricani. “Siamo arrivati fino in fondo in 14”. Cinque mesi, due incontri alla settimana, partendo dalle basi: imparare a raccontarsi.

“Lo stesso detenuto è vittima della retorica del carcere”, spiega Christian, “nel corso delle interviste finivano tutti per raccontarmi quello che pensavano io volessi sentirmi dire o quello che, secondo loro, dovrebbero dire”. Senza un confronto con il mondo esterno, che non sia la televisione, “guardano solo il calcio e le soap”, e i racconti tra di loro, “il cui unico argomento è ovviamente la vita in carcere”, anche il detenuto comincia a pensarsi secondo filtri altri, stereotipati, “il loro modo di interagire, di raccontare e raccontarsi diventa banale”. L’unico modo per cominciare a costruire un ponte è stato insegnare loro a conoscersi.
“Abbiamo cominciato da lontano, dall’insegnare loro a restare seduti l’uno accanto all’altro, il carcere tende a mettere insieme i detenuti delle stesse nazionalità, per loro non è abituale frequentarsi e ogni piccolo problema legato alla convivenza acquista un valore spropositato”.
Nascono conflitti e tensioni quotidianamente: “gli italiani, ad esempio, in carcere ce l’hanno con gli stranieri perché per un certo periodo in mensa non si è potuto più mangiare maiale, con l’80% dei detenuti musulmani”, racconta Christian, “o ancora, i farmaci diventano merce di scambio, si creano piccole bande, una vera e propria microcriminalità”.
La strada per l’integrazione passa anche dalla lingua, unico canale per sintetizzare immaginari altrimenti inconciliabili: “ti faccio un esempio: un tunisino ti descrive la sua giornata in un “bene, grazie”; un nigeriano, alla stessa domanda, vuole raccontarti i dettagli, pretende attenzione, che ci si sieda, ci si ascolti”, spiega Christian, “la comunicazione tra i due all’inizio è culturalmente impossibile: anche questo è un modo diverso di vivere e raccontare il tempo ed entrambi pensano che l’altro gli stia mancando di rispetto. Se qui non c’è una mediazione inizia il conflitto: il problema principale non è la lingua, ma il diverso uso del linguaggio, il senso differente che si dà alla nozione di tempo”.
“La vera messa alla prova è arrivata al momento di recitare, di metterli in ridicolo, di lasciar cadere anche l’ultima barriera, la corazza, la virilità, una delle poche armi che hanno in carcere per farsi rispettare”. L’intento era quello di creare un gruppo, di tirarli fuori dal carcere, almeno durante la durata del corso: “viste le pacche del sedere che continuavano a scambiarsi gli ultimi giorni, l’obiettivo sembra raggiunte”, scherza Christian. E anche il loro corto è stato realizzato: “Coffee, Sugar and Cigarettes”, ideato, messo in scena e girato interamente dai detenuti con l’aiuto di Christian. “Un titolo che lascia subito immaginare l’ossessione per il tempo che si vive in casa circondariale”, spiega Christian, un omaggio a Jarmusch sicuramente, ma soprattutto parole che hanno a che fare con lo scorrere delle giornate, con i piccoli stratagemmi dell’attesa, il caffè, la sigaretta, un’altra ora che passa, forse indolore, forse no.
“Questo film è stata una reazione allo stereotipo, all’idea che tutti abbiamo del carcere: in questo sovraffollamento di dati, è normale aver bisogno di catalogare le informazioni, ma questo svilisce l’essere umano, lo riduce a un dato o, in questo caso, a un reato”.
Christian ha svolto il corso senza sapere quale fosse il capo d’accusa dei suoi allievi: “mi avrebbe impedito di vederne le sfumature, d’intravedere, dietro il reato, un personaggio”. Il carcere è un terreno fertile per gli stereotipi: “sono in pochi a pensare che da questo mondo dentro prima o poi si torna fuori”, continua, “se la reclusione è finalizzata alla rieducazione e al reinserimento in società, l’obiettivo non è elaborare politiche pensate sulla persona che è entrata in carcere, ma su quella che vorremmo che uscisse”. Come diceva don Oreste Benzi, da sempre impegnato per gli ultimi, per “coloro ai quali nessuno pensa, e se ci pensa, ci pensa male”: gli uomini non sono il loro errore.

“L’unico modo per cambiare qualcosa, nel mio piccolo, è stato mettermi al loro posto”, continua, “spiazzare lo stereotipo, a partire da me stesso, capire come si vive in attesa, a tempo debito. Se io ho provato una sorta di empatia con queste persone, mi trovo a chiedermi: chi sono io? Potrei commettere i loro stessi errori”. Una reazione riscontrata anche tra gli spettatori, presenti all’anteprima del festival, all’inizio di marzo a Padova: quando ci si ritrova a simpatizzare con un personaggio del film, i dubbi nascono spontanei.
“Forse non siamo abituati a riconoscere la nostra umanità, a trovarci in sintonia con qualcuno che, secondo quello che abbiamo imparato, non meriterebbe comprensione, empatia”.
“A fine giornata, mi rendevo conto d’aver assimilato degli automatismi, mi calavo ogni giorno di più in questa dimensione sospesa. Eppure, io la sera rientravo a casa e loro restavano lì, ad aspettare”, conclude Christian, “io non sarei capace di vivere così, in questa incertezza, indefinita, dove nessuno ti spiega mai niente. Penso sia necessario aprire un dibattito: la vita in attesa di giudizio, concepita in questo modo, è una condizione ingiusta e insensata”.
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