di Christian Elia
Per quale motivo un giocatore di calcio vorrebbe essere ricordato? L’elenco rischia di essere banale e piuttosto corto. Un elenco che parlerebbe di finali, di coppe, di reti decisive. E poco più. Ad Albert nessuno chiese per cosa avrebbe voluto essere ricordato. Accadde e basta.
Accadde il 1 maggio 1965, cinquanta anni fa. Finale di FA Cup in Inghilterra, la competizione calcistica ufficiale più vecchia del mondo, amata e seguita dai tifosi inglesi più dello stesso campionato. Allo stadio Wembley di Londra si affrontano Liverpool e Leeds Utd.
La compagine di Leeds, con il numero 11, schiera Albert Johanneson. Ottima ala sinistra, rapido e preciso nel cross, con una discreta capacità di finalizzare in prima persona. Albert, oltre tutto questo, è nero. Il primo nero della storia del calcio a giocare una finale di FA Cup.
Le vecchie immagini dell’epoca mostrano le squadre che entrano in campo; Albert è bello nella sua divisa bianca come la neve. Nessuno direbbe che l’ultima ora prima del match l’ha passata chiuso in bagno, a vomitare per la tensione. La frase più bella che si era sentito dire nei giorni che precedevano la partita era stata: “Non riuscirai mai a giocare, ti ammazzeranno prima”. Le altre erano peggio.
Tensione, certo. Ma Albert è nato e cresciuto in Sudafrica. Dove l’apartheid era una dannata compagna di vita. Il suo insegnante, alle elementari, lo aveva notato: un fenomeno con la palla al piede. Da vecchio tifoso del Leeds, lo aveva segnalato al club, che dopo un provino lo aveva messo sotto contratto.
Quel Leeds è una specie di leggenda: agli ordini di mister Don Revie, il periodo 1961 – 1974 è la golden age del club. Due campionati inglesi, due Coppe delle Fiere (l’odierna Europa League), una Fa Cup, un Charity Shield, una Coppa di Lega. Albert, pur come rincalzo di campioni più affermati, è parte del gruppo dei mitici ragazzi di Don, vestendo la maglia del club dal 1961 al 1970. Stando spesso sullo sfondo, però.
Perché quella è un’Inghilterra che deve ancora fare i conti con il razzismo della sua società. Don protegge Albert, ne riconosce le qualità. Ma per i razzisti britannici, la FA Cup è un simbolo, come la regina e l’Union Jack. Ecco perché veder giocare Albert in finale, in molti pub, è un problema. Al punto che Albert, pochi minuti prima del fischio d’inizio, chiede al mister di non giocare. Don lo manda al diavolo.
Il mister, vecchia volpe, sa che Albert ha le spalle larghe. Da anni, in ogni stadio, ha assaporato l’amara novità dei cori razzisti, dei versi della scimmia ogni volta che toccava il pallone. Una storia mai vista prima, un po’ come la neve che Albert ha trovato quando ha sostenuto il suo provino con il Leeds. Un po’ come le scarpette di cuoio che ha dovuto usare, lui abituato a giocare scalzo.
La partita finisce male per il Leeds, Albert non brilla. Ma non è questo che resta, non è questo che diventa storia. L’eternità è un attimo, quello dell’ingresso in campo. Perché quel nero, silenzioso e taciturno, ha rotto un muro con la sua presenza. Un muro che oggi, se non nella testa di alcuni, non esiste più.
Albert è oggi un simbolo della battaglia contro il razzismo nel calcio britannico. Albert, come tutti i calciatori, avrebbe voluto essere ricordato per altro. Ma non è andata così. La sua carriera finisce presto, come la sua vita. Mollato il calcio, Albert non riesce a rifarsi una vita, sprofondando nell’abuso di alcool, fino a quando una meningite se lo porta via nel 1995, a soli 55 anni.
Sulla sua lapide, venne posta la citazione di una poesia di Maya Angelou, anima del movimento abolizionista Usa. Che recita:
In alto, da un passato che ha radici nel dolore
Io mi sollevo
Io sono un oceano nero, agitato ed ampio,
Sgorgando e crescendo io genero nella marea.
Lasciando dietro notti di terrore e paura
Io mi sollevo
In un nuovo giorno che è meravigliosamente limpido
Io mi sollevo
Portando i doni giunti dai miei antenati,
Io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
Io mi sollevo
Io mi sollevo
E Albert, quel giorno, non ha sollevato nessuna coppa, ma un peso ben più drammatico. Quello della storia.
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