Afghanistan: archeologie dell’umano

di Simona Chiapparo e Alessandro Ingaria

Un’esplorazione dei paesaggi afghani, tra fine della storia e tentazioni di apocalisse, attraverso le opere visive di uno dei più importanti fotografi contemporanei, Simon Norfolk. Appunti di un dialogo estetico/filosofico con il pluripremiato artista-filosofo di origini nigeriane

Gli abitanti del regime della “nuda vita”, auto-asserviti alla meccanica della sopravvivenza, sono privati della capacità di possedere la storia, sia quella soggettiva che quella collettiva. Quasi come se si fosse assuefatti alla dipendenza dal neuromediatore dell’auto-conservazione, in nome del quale si sceglie di divenire estranei perfino alla propria umanità.
Un processo iniziato agli albori del novecento nel pieno delle psico-nevrosi totalitarie, ipertrofizzato nelle trame consumistiche del nuovo millennio, fino a produrre le forme tumorali della contemporaneità e i suoi sintomi di chiusura narcisistica.
Come non pensare al rafforzarsi della auto-reclusione, ormai psicotica, della Fortezza Europa, manifestata dal rifiuto di paesi come Spagna, Francia e Gran Bretagna alla ripartizione della quote di accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Un’auto-reclusione che emana le pulsioni distruttive, sottese alle strategie di gestione militare di quanto causato da una (pessima) gestione militare, cioè i profughi, in primo luogo afghani, pakistani, iracheni, siriani, libici, egiziani, somali.
Come non cogliere nelle profondità di questa disposizione occidentale all’egoismo e delle sue derive violente, un tessuto arcaico che rimanda a quegli scenari originari della storia, descritti da Foucault, in cui “le forze in gioco non obbediscono né a una finalità, né a una meccanica, ma alla casualità della lotta”. Scenari che producono un presente fragile e incerto, tra le cui inquietanti forme e immagini si rimane disorientati, paralizzati. Nel tentativo di resistere alla paralisi, e all’imposizione di disumani destini biologici, si sviluppa il seguente dialogo e scambio con l’artista Simon Norfolk.

“Dallo straordinario viaggio visivo di “For Most of it I Have No Words: Genocide, Landscape, Memory”(1998), attraverso le tracce smarrite, nel paesaggio emotivo e fisico, dei genocidi moderni a “Chronotopia” (2002), concepito come percorso percettivo/filosofico tra le rovine della guerra in Afghanistan: ci racconti qual è il ruolo che violenza e forze distruttive rappresentano nella storia degli uomini?

Per capire tale ruolo, occorre prestare attenzione all’impianto urbanistico e al reticolato spaziale di città simbolicamente congeste, come Londra o Roma. Londra è una città disegnata e strutturata da dinamiche di potere: capitale della finanza internazionale, centro del mondo al tempo dell’impero vittoriano, è tuttora plasmata sulla traccia delle fortezze romane che sono state edificate del 64 d.c. Il reticolo stradale del centro storico più densamente abitato è infatti ubicato esattamente nello stesso luogo e con la stessa forma dove vi erano le fortezze romane duemila anni fa.

Così come se si interpreta in termini economici la forma della società, in molti altri casi, le città sono definite dall’economia militare e dalle scelte effettuate dai vertici militari dei luoghi dove destinare le risorse, perché l’esercito ha una notevole forza economica e guida l’innovazione tecnologica, come ad esempio nel caso di internet.

In molti stati moderni, come gli U.S.A., dove le forze militari hanno il potere di influenzare la società e la politica, la violenza, la forza e la distruzione sono la preponderante guida economica delle città, dei paesaggi, della vita, della tecnologia.
La forma di queste città sono state forgiate (e lo sono tuttora) da economie militari. O, se vogliamo, da economie di potere che negli attuali stati moderni condizionano la politica e la tecnologia, le società e i paesaggi degli uomini, attraverso i dispositivi della forza e della violenza.
Queste economie di guerra orientano, tracciano e descrivono le comunità umane: le mie fotografie intendono documentare questi processi.

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I paesaggi dell’Afghanistan, rappresentati nelle tue opere, ci appaiono come una sorta di Museo Archeologico della Guerra. Questa suggestione visiva e percettiva ci rimanda al percorso teorico compiuto da Hannah Arendt e Simone Weil che, pur partendo da impostazioni diverse, condussero una esplorazione del topos della guerra, attraverso la prospettiva di senso della guerra di Troia considerata come originario evento generativo della città politica. Come potrebbe essere declinato e rappresentato il binomio guerra/politica attraverso la lente sfocata e distopica della guerra in Afghanistan?

Per analizzare il binomio guerra/politica, nello specifico scenario dell’Afghanistan, ritengo sia importante partire dalla metamorfosi che si verificò in Gran Bretagna, quando nel 2001 Tony Blair – a ridosso degli eventi dell’undici settembre – dichiarò guerra all’Afghanistan. Quella decisione segnò un mutamento di prospettiva sulla guerra, scaturito da una convergenza terribile tra tory e labour. Le parole, usate da entrambi gli schieramenti di governo, per descrivere la scelta di andare in guerra furono le stesse: l’invasione militare dell’Afghanistan con lo scopo di garantire sicurezza alle strade di Londra. Una convergenza anomala e incoerente, alimentata da una fottuta e ridicola menzogna. Una ridicola mostruosità che è sopravvissuta al cambio di governo, configurando tutta la politica estera ufficiale britannica sull’assioma del “manteniamo sicure le strade di Londra”.
Spostandosi negli U.S.A, è interessante riscontare l’esistenza di una ideologia economico/militare che guida, come una sottotraccia, il Paese nella scelta reiterata e continua di condurre guerre in giro per il mondo. Il sistema economico e socio-politico americano è declinato in nome di rapporti di forza: tecnologie belliche sempre più avanzate, agenzie di difesa che regolamentano la vita pubblica e società di noleggio di contractor, dedite alla negoziazione durante le elezioni e, successivamente, a influenzare i rappresentanti del governo. Se si costruisce un simile sistema, l’unico obiettivo finale potrà essere solo la guerra globale. Al termine dell’epoca della cosiddetta “cold war”, questo sistema sembrò indebolirsi e scomparire. Sono dovuti trascorrere degli anni, perché il sistema americano della guerra ritrovasse una ragion d’essere. E, a questo punto, mi ricollego al Regno Unito: subito dopo la meschina figura fatta in Afghanistan dai soldati british, si varò una sorta di sondaggio pubblico per comprendere le percezioni e i sentimenti popolari nei confronti dell’esercito. I risultati furono suggestivi: la maggior parte delle persone simpatizzava per le forze armate, non perché avesse un amico o un parente soldato, né perché l’esercito dovesse proteggere la regina e il suo popolo. In larga parte l’opinione pubblica britannica si dichiarava legata ai rappresentanti delle forze armate in quanto riteneva che i militari sarebbero stati gli unici a poter prestare aiuto in caso di emergenze come un sisma o uno tsunami. Nell’immaginario collettivo, l’esercito rappresentava una sorta di ong schierata a difendere le persone, un po’ come se fosse Oxfam [organizzazione umanitaria molto nota in UK n.d.r].
Un apparato militare, quale quello anglosassone, dotato della straordinaria potenza bellica che aveva segnato le vicende della dominazione britannica nel mondo, viene ora percepito come una organizzazione umanitaria pronta a fornire tende e cibo alle vittime della prossima alluvione o terremoto.
Insomma, ad influire sulle dinamiche tra guerra e politica sono i vissuti e le percezioni delle persone, in un gioco di reciproche rappresentazioni di paura e sicurezza e nelle relative espressioni di tali rappresentazioni nelle logiche economiche/produttive, come ad esempio le filiere manifatturiere belliche.

Nel tuo progetto artistico sull’Afghanistan ti sei ispirato alla visione filosofica di Mikhail Bakhtin, secondo cui un “chronotope” – letteralmente “tempo/spazio”, assunto sviluppato da Einstein nell’ambito della teoria della relatività – è un luogo che permette il movimento attraverso lo spazio e il tempo, consentendo fra l’altro di visualizzare la presenza di lacerazioni temporali. Le lacerazioni temporali dei “chronotope” afghani sembrano allora degli specchi, frantumati e deformanti, attraverso cui osservare il passato. Ci domandiamo quali potrebbero essere le auto-rappresentazioni delle società occidentali, già esito di una continua manipolazione multi-mediatica, laddove provassero a riflettersi attraverso lo specchio pericoloso dei paesaggi afghani da te raffigurati.

L’ ultima invasione dell’Afghanistan svela in modo molto chiaro la dinamica del processo che muove in profondità le auto rappresentazioni delle società occidentali: l’ incessante operazione di rimozione o cancellazione della memoria. Sono state dimenticate le tracce dell’invasione precedente, realizzata dall’esercito russo, che a sua volta aveva provveduto ad allontare le più antiche invasioni britanniche di epoca vittoriana. Ed ora, con l’operazione militare/diplomatica mirante ad esportare in Afghanistan il modello occidentale di democrazia, è attualmente in essere l’ennesima invasione del paese. Nella storia moderna e contemporanea dell’Afghanistan c’è la nostra storia: non siamo più in grado di avere memoria storica di quanto è accaduto, nemmeno rispetto a una sola generazione precedente alla nostra; non siamo capaci di apprendere neanche dalle nostre esperienze passate e neanche ci ricordiamo che è la terza volta che l’esercito britannico esce sconfitto dall’Afghanistan.

In una precedente intervista hai dichiarato “i paesaggi dell’Afghanistan contengono le scene che avevo conosciuto da bambino attraverso la Bibbia illustrata per bambini datami dai miei genitori … Quando Davide combatté contro Golia: dietro di loro c’erano queste montagne e questi deserti…. Questi paesaggi hanno a che fare con la mia rappresentazione dell’Apocalisse: una scena di distruzione, di atmosfera babilonese, immersa nella luce di cristallo di un’alba del deserto.” In questo momento storico siamo particolarmente colpiti da questa visione di un’apocalisse che percepiamo, in modo sempre più ravvicinato, nelle fantasie massmediatiche globalizzate. Ci chiediamo, allora, cosa sia oggi l’Afghanistan per te.

Vorrei partire dalla rappresentazione dell’Aghanistan nell’immaginario occidentale: un oggetto creato negli ultimi dieci anni dai giornalisti. Una creazione reiterata e riassemblata di continuo da decine di giornalisti embedded che si recavano là per pochi giorni nelle basi militari e al seguito dei soldati. E quello non è l’Afghanistan: quelle sono delle piccole città americane con tutti i servizi occidentali: aria condizionata, servizi igienici, corrente elettrica per 24 ore al giorno, verdura fresca che arriva, con voli giornalieri, dalla California. E l’immagine dell’Afghanistan prodotta dai media occidentali è quella di una bolla: quella intrinseca alla dimensione percettiva dei soldati, dalle torrette di guardia ai voli con gli elicotteri militari. I giornalisti si interfacciano con i soldati e non hanno a che fare con gli afghani. In pratica non hanno mai visto l’Afghanistan. E questi sono il novantanove percento dei reportage dall’Afghanistan.

Per me l’Afghanistan, la cosa importante dell’Afghanistan, è il punto di vista degli afghani. E gli afghani conoscono benissimo la loro storia. Sanno il nome di ogni singola battaglia.

Anche quelle combattute nelle guerre precedenti con l’esercito britannico. È davvero impressionante il grado di consapevolezza degli afghani della propria storia. Conoscono i nomi di tutte le battaglie, addirittura di quelle del 1878 contro l’impero britannico. Gli afghani hanno memoria e padronanza di quello quanto è accaduto nel paese fino centocinquanta anni prima. Apprendono la storia inglese in Afghanistan nei bazar e parlano di quello che hanno fatto i britannici nelle tre invasioni passate. Gli afghani conoscono la storia, gli afghani sanno quello che noi abbiamo fatto. E le mie foto tentano di cogliere tutto questo.
Kabul è il luogo dove cinque milioni di afghani vivono, dove i bambini giocano, dove le persone lavorano, dove si sposano e dove, a un certo punto, muoiono. Tutto questo cerco di vederlo attraverso i miei occhi e di rappresentarlo con le mie foto.”

Il lavoro di Norfolk ci riporta alla biologia del quotidiano: vivere, e a un certo punto morire. E ci suggerisce come arginare la follia intrinseca alla consapevolezza della propria caducità, esercitando la visione dell’emorragia o della perdita di senso, in nome dell’unica forza salvifica che ci è concessa: la storia, ovvero la consapevolezza di quel reciproco legame che ci rende umani.

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