Buon non-compleanno, Gaza

Palestinian Diaries: racconti di vita quotidiana e realpolitik, di sopravvivenza e dignità

di Costanza Pasquali Lasagni

Questo articolo rappresenta il punto di vista dell’autrice, espresso a titolo personale

È un periodo di ricorrenze qui in Palestina. Non tutte felicissime, anzi. Ti ricordano, come tocchi dell’orologio a cui non puoi scampare, che qui la storia è fatta di passaggi che non puoi dimenticare. Che per quanto hai provato a mettere via, e continuare a vivere, niente, tornano sempre, e non sempre hai i mezzi, gli strumenti, per non esserne risucchiato come in un buco nero.

Si è cominciato a metà maggio, con l’anniversario, il 67simo, della Nakba, la ‘catastrofe’, l’esodo forzato di, ormai appurato nei libri di storia, 800,000 palestinesi dalle loro città e villaggi d’origine.

Quest’anno, invece dei numeri e delle tattiche di guerra descritte dai vari Morris, ho impresse le descrizioni narrate da Susan Abulhawa nel suo libro Nel blu tra il cielo e il mare, storie di fughe, violenze, abbandoni, morti, e carovane di persone che si incamminano per un nuovo incertissimo e sconosciuto presente. Profughi come quelli che oggi attraversano il filo spinato dei confini, portandosi dietro quel che si può. C’è un lato umano in tutti i libri di storia, anche se non è scritto.

Si è continuato con il 6 giugno, giorno in cui l’Ihtilal, l’occupazione, la seconda secondo la storia palestinese, ha compiuto 48 anni. Mezzo secolo di colonizzazioni materiali e psicologiche e pattuglie armate, mezzo secolo di vite nate che hanno conosciuto solo questo, uno strumento di guerra che è diventato una compagnia costante, una presenza ingombrante, una serie di nuovi modi di vivere, uno per tutti la (il)logica dei permessi.

Terra in cambio di pace, era lo slogan degli anni novanta, come se si potessero risanare decenni di cicatrici, portate da tutti, solo con un taglia e cuci geografico. Come se la pace dovesse avere un prezzo, invece di essere gratuita, libera, accessibile, semplicemente l’opzione migliore che l’umanità abbia a disposizione.

Il 16 giugno l’embargo di Gaza ha compiuto otto anni. Da otto anni cemento, fogli A4, ovetti kinder e altri materiali “dual-use”, cioè che potrebbero usati in ambito bellico, non entrano a Gaza. E le persone non escono, insieme alle esportazioni di prodotti agricoli e prodotti dell’economia gazana. È tutto fermo, congelato, insopportabilmente e perennemente bloccato, chiuso, serrato. L’ennesima Flotilla che ha provato ad avvicinarsi a Gaza è stata anche lei respinta.

Ma il compleanno più atteso è quello che festeggerà, ironicamente, s’intende, Gaza, il prossimo 7 luglio. Un anno fa, quel giorno, cominciava l’ultimo dei capitoli della storia tormentata della Palestina, e uno dei più tristi. Uno che sicuramente sarà ricordato nei libri di storia per l’enorme numero di vittime civili, sopratutto bambini, ad una media di dieci bambini al giorno, solo per fermarci a loro. Uno che sarà registrato come il più sanguinoso di conflitti da quei lontani sei giorni di quasi cinquant’anni fa. Un altro segno, un’altra cicatrice, un altro allontanamento, come quelle crepe i cui bordi, a terremoto finito, sono sempre più distanziati e inavvicinabili.

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Pochi giorni fa, l’UNRWA è riuscita finalmente a chiudere i collective centers, il nome tecnico che è stato dato alle scuole che per quasi dodici mesi sono stati la casa di centinaia di famiglie, dal picco di oltre 100 scuole e 500,000 rifugiati dello scorso agosto, alle 200 persone circa, una decina di famiglie, che erano ancora fino lì qualche giorno fa. Dove sono andati? Di sicuro non a casa loro, dato che le loro case continuano a non esistere.

Sussidi per l’affitto, alloggi temporanei, caravan, tende, famiglie ospitanti. Qualsiasi cosa è meglio che stare in un migliaio in un edificio, senza privacy, igiene, dignità, senza sapere quanto durerà.

Perché un conto è passarci qualche notte. Un conto è viverci per un anno. Certo, senza gli shelters messi a disposizione sarebbe stato molto peggio. Dove eravamo in questo anno, cosa stavamo facendo? Magari appendevamo un quadro o fissavamo una mensola, mentre c’è chi faceva di quattro cose, un tappeto, due pentole e qualche materasso, un nucleo e l’ha chiamata casa, perché quello era.

Chiedo a T., il mio collega e super amico a Gaza, mentre attraversiamo l’ennesima zona straziata, Johr ed Dik, sud est di Gaza City, appena più giù di un altro quartiere tristemente famoso, Shaja’iyeh, di raccontarmi la storia di questa area. Come tutte le aree a ridosso del confine orientale, è -era- principalmente una area agricola e di beduini. Una, due, tre guerre hanno infierito, ora è un insieme, nemmeno troppo insieme, di pezzi di legni-lamiera-tende-mattoni a costituire case o rifugi. Dal temporaneo al permanente, sembra che il destino sia inevitabile, un tatuaggio. T. mi racconta la storia di un uomo che abitava lì, e dopo la seconda guerra aveva deciso di vendere il suo asino, una risorsa fondamentale nell’economia rurale di Gaza dove la benzina è sempre più introvabile, e quindi costosissima, per comprare un tuk-tuk. Per essere pronto a caricare su tutta la famiglia e scappare più in fretta, dato che l’asino non è proprio una Ferrari, nel caso fosse arrivata un’altra guerra.

La guerra, un anno fa, è arrivata, e il suo triste piano ha fortunatamente funzionato. Sono scappati, qualche chilometro più a ovest, in una delle tante scuole-shelters. A guerra conclusa, l’uomo, come molti, ha fatto ritorno alla propria casa, a controllare la situazione, prendere qualcosa per la famiglia. La casa non c’era più.

Continuiamo a guidare, e riesco a distinguere le case in ricostruzione, certo, non case che non esistono più, perché di quelle 18.000 purtroppo finora non ne è stata costruita nemmeno una, ma di quelle da riparare. Il grigio più acceso dei mattoni e del cemento recentemente applicati, è quella la parte ricostruita, spicca dai palazzi sbocconcellati. Alle volte il rattoppo è solo un buco nel muro, a volte una parete, un piano intero.

Le macerie in molte zone sono state rimosse e portate ai crushing sites, dove vengono ridotte in pezzetti utili per basi stradali. Potrebbe costruirla Gaza la Salerno-Reggio Calabria, con tutte le macerie di questi anni. E le macerie umane? Sono sempre lì. A ricordarti che sei anche tu un essere umano, tanto quanto loro. C’è chi ha detto, basta khalas, questa è l’ultima guerra che voglio far vivere alla mia famiglia, ed è riuscito, uno ad uno, in quei brevi periodi di apertura di Rafah, il confine con l’Egitto, aperto solo una decina di giorni negli ultimi sei mesi, a farli uscire tutti, manca solo lui. “Inchallah soon”, mi dice mentre ci salutiamo al border, io sulla mia via del ritorno verso Gerusalemme e un altro pezzo di Palestina, spero di non vederti la prossima volta, è l’augurio che mi ritrovo a fare, perché vuol dire che sarai fuori da qui. Dalla “Gabbia”, come la chiama T.

Un anno dopo, un passo alla volta, la vita va avanti, perché, come dice S. “che altra opzione abbiamo?”. L’essere umano, come tutti gli animali, è naturalmente resiliente. I bambini hanno messo su qualche chiletto e a scuola si divertono, mi racconta una mamma che ho conosciuto a febbraio e sono tornata a visitare recentemente. Le scuole sono finite, i bimbetti giocano in strada, o tengono carretti di frutta, o si affollano in spiaggia.

No, certo che non è tutto normale, neanche un po’. Te lo ricordano le case fatte di tappeti e lamiere, l’acqua salata e oleosa che esce dal rubinetto, la bottiglia di acqua minerale per l’ultimo risciacquo è lì appoggiata alla doccia. È estate, e non devo nemmeno scaldarla con il bollitore come facevo questo inverno.

Un altro anno è passato a Gaza, e non sappiamo cosa succederà tra qualche giorno. Perché ogni giorno è un po’ come Il giorno della marmotta in quel film con Bill Murray, riparti da zero. In attesa che arrivi un permesso per partecipare ad un campo estivo americano o una visita medica specialistica a Tel Aviv, sempre che arrivino. Ogni giorno a ricostruire un altro pezzetto, a reinventarsi un nuovo modo di sopravvivere e al tempo stesso continuare quello che si stava facendo prima. La vita va avanti, ogni giorno, come un non-compleanno, che certo compleanni come questi non vorremmo mai doverli festeggiare, nell’attesa che l’umanità capisca, e non solo perché lo ha detto il report del think tank numero mille, Rand Corporation, che fare la guerra è piu’ costoso che non farla, ma perché ormai dovremmo imparato sulla nostra pelle, che la pace è la migliore opzione che abbiamo.
Buon non-compleanno, Gaza. Con tutto il cuore.

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