Debiti su debiti

La crisi della Grecia va ben oltre il pagamento di una rata al FMI. Si tratta di un paese con un debito di oltre il 174% del Pil senza prospettive di crescita

di Clara Capelli

A seguire la questione greca non ci si annoia: summit di emergenza, manifestazioni di piazza, discussioni senza sosta e intrighi a tutti i livelli, addirittura il referendum. Dopo cinque mesi di negoziati senza sosta, ora la Grecia è appesa a un filo.
Tsipras pare essere ritornato sui suoi passi, chiedendo l’aiuto di Eurogruppo e Fondo Monetario, ma al momento non è chiaro come si muoveranno i creditori.

Nel frattempo si guarda alle piazze greche e ci si chiede – se il referendum avrà luogo – come si esprimeranno i cittadini: accettare o rifiutare altre misure di austerità in cambio degli aiuti? Rimanere nell’euro a prezzo di ulteriori sacrifici oppure uscire e tornare alla dracma, sempre a prezzo di ulteriori sacrifici? Chi vorrebbe essere greco in questo momento?

All’indomani delle elezioni, il governo ellenico era intenzionato a chiedere una parziale cancellazione del debito, condizioni favorevoli per avere un più ampio margine di manovra per delle politiche a favore delle fasce della popolazione più duramente colpite e impoverite dalla crisi. Ogni tanto, argomento rimasto ahimè assai marginale nella copertura mediatica, si parlava di programmi di investimenti, necessari per rilanciare un’economia con problemi strutturali di produttività di lunga data. Cose che a leggerle così, sulla carta, sembrano sensate.

In molti hanno definito Syriza un partito “radicale” o addirittura “estremista”. Forse perché al suo interno figurano diverse personalità che rivendicano posizione marxiste, forse perché di fronte a risultati macroeconomici tutt’altro che incoraggianti hanno rimesso la politica economica sul tavolo.

Eppure, per riprendere le parole di uno dei più noti esponenti di Syriza, il professore di SOAS Costas Lapavitsas, il programma del partito è “keynesismo moderato, non certo bolscevismo”. Sulla stessa scia, il celebre scrittore Petros Markaris, autore tra l’altro della Trilogia della Crisi in cui bene racconta la Grecia ai tempi dell’austerità, ha ribadito più volte che Syriza non è sicuramente un partito radicale, ma che si colloca giusto un poco più a sinistra del Pasok, la formazione presa a modello per indicare la sinistra che di tale ha mantenuto solo il nome.
Eppure il governo di Tsipras è stato spesso associato ad aggettivi duri, esagerati fino al punto in cui l’iperbole si confonde con la cattiva informazione. Ma se si guarda cosa è successo, il gruppo di negoziatori greci – i testardi, gli irresponsabili, i bambini – ha progressivamente abbandonato pezzo per pezzo tutti i suoi punti programmatici. Tsipras si trincerava dietro delle “linee rosse” che venivano immancabilmente varcate. La cancellazione del debito e la questione degli investimenti venivano messe da parte, ridotti a decoro nei discorsi del Ministro delle Finanze Varoufakis; gli aumenti dell’IVA sono stati accettati (anche se con aliquote minori rispetto a quelle chieste dai negoziatori), così come quelli del carico fiscale sulle imprese o i redditi sopra i 30.000 euro annui. Tutto questo in un Paese la cui economia è al collasso e il tessuto sociale si sta disfacendo.
La vittoria dei contabili sulla politica e l’economia. La spesa pubblica ridotta all’osso, i conti in ordine e possibilmente in avanzo di bilancio. Ma a che cosa serve un avanzo di bilancio? A ripagare i creditori? Se ci affidassimo alla morale protestante questo potrebbe sembrare giustificabile, si paga per gli errori di anni di gozzoviglia irresponsabile, perché i debiti vanno ripagati. Ebbene, questa è una spiegazione superficiale e approssimativa, che non coglie la realtà dei fatti. Il rapporto debito/PIL greco è rimasto costante intorno al 100% per anni, fino allo scoppio della crisi internazionale. Fu l’esposizione ai mercati finanziari – e in particolare alle banche francesi e tedesche – a far esplodere la spesa per interessi sul debito greco e quindi il debito stesso.

Come bene ha spiegato la Commissione per la Verità sul Debito, questa situazione è frutto di profondi problemi strutturali. La Grecia è un Paese con una base produttiva debole, ma il rapporto spesa pubblica/PIL era in linea con quello di altre economie europee.

L’ingresso nell’eurozona permise al Paese di accedere a credito basso costo. Ma i creditori della Grecia sapevano quanto debole fosse la loro controparte. E in un rapporto creditore-debitore la responsabilità dell’accordo è equamente ripartita: se io sono un debitore inaffidabile perché la mia economia non è solida, concedermi credito è irresponsabile, quanto meno avventato. Quanti si sono posti questo problema quando strepitano che i debiti si ripagano?
E poi ancora, i problemi sono legati anche alla struttura stessa dell’unione monetaria.

Innanzitutto, i Paesi membri si trovano a non avere più sovranità monetaria, perché la Banca Centrale Europea non si muove di concerto con le loro politiche, non accompagna i loro deficit.

Si tratta di un aspetto tecnico non sempre facilissimo da capire, eppure è cruciale per comprendere che spiegare la crisi greca con un eccesso di spesa pubblica (altra falsità, il problema non era la quantità, se non per la spesa militare di cui nessuno parla, bensì l’incapacità di questa di promuovere una crescita produttiva) significa nascondersi dietro una foglia di fico.

Se non hai la Banca Centrale che acquista i tuoi titoli di debito pubblico, allora dipendi dai mercati internazionali. E se questi attraversano difficoltà oppure decidono che non sei affidabile allora il tuo debito inizia a diventare sempre più oneroso. Altro che spesa pubblica.

Infine, un’unione monetaria senza unione fiscale fa sì che la forbice tra economie virtuose (la Germania, i Paesi Bassi, ecc.) ed economie periferiche (per esempio la Grecia) si allarghi sempre di più: in anni di euro forte, l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione per promuovere il proprio settore esportativo da parte dei Paesi a base produttiva più debole ha fatto sì che questi ultimi importassero sempre di più dai partner nordeuropei senza una controparte di produzione interna ed export. Così i virtuosi hanno accumulato dei surplus di conto commerciale, mentre gli asini della periferia hanno accumulato deficit. Senza redistribuzione a livello europeo e zoppa della sovranità monetaria, la Grecia si è indebolita ulteriormente, stretta in un circolo vizioso in cui i suoi problemi strutturali non potevano essere risolti perché il sistema in cui era inserita non lo permetteva, anzi, li alimentava.
E allora è davvero tutta colpa degli irresponsabili governanti greci?

Il risultato di questi folli anni in cui non si è voluto davvero riconoscere il problema per quello che era ha fatto sì che il debito greco ammonti ora a 300 miliardi di euro, oltre il 174% del PIL (era al 120% nel 2010).

Si è aggiunto debito a debito. Si è distrutto un Paese con misure insensate, che non hanno mai funzionato da quando furono adottate negli anni Ottanta, proprio per risolvere le crisi del debito nei Paesi in via di sviluppo.
Tsipras e Varoufakis hanno creduto di avere molto più potere negoziale e si sono scontrati con gli scaltri negoziatori dell’Eurogruppo e del Fondo Monetario. Forse, come dicono le voci più a sinistra di Syriza, sarebbe stato necessario concordare la Grexit sin da subito, anziché spingere il Paese ancora più verso il baratro, prosciugato di risorse per la corsa agli sportelli e le fughe di capitali che stanno avendo luogo in questi giorni. Anche se la Grexit sarà tutt’altro che indolore e molti greci sono (giustamente) preoccupati per i loro risparmi.
Questo debito non può essere ripagato, perché non si può chiedere un Paese allo stremo di rendere certe somme.

E non si può pensare, se non in malafede, che l’austerità possa permettere sia il ripagamento del debito, sia la ricostruzione di un sentiero di crescita. L’austerità serve a rastrellare le risorse rimaste perché i soldi tornino ai creditori, ma quanto durerà? Guardate le cifre macroeconomiche e chiedetevi fino a quanto questa cosa sia sostenibile.

Questo debito non può essere ripagato, quindi qualunque programma di prestiti per ripagarlo – come quello di cui si sta discutendo al momento – non risolve alcun problema, lo rimanda solo di qualche mese, di qualche anno. Per questa ragione la lodevole iniziativa di crowdfunding per ripagare le rate del Fondo Monetario Internazionale malpone la questione: possiamo saldare una rata, come si farà per quelle a venire? Altre campagne di crowdfunding? Se veramente si vuole aiutare la Grecia, bisogna chiedere che il debito venga cancellato. Che questa follia delle misure di austerità abbia fine. Che si crei un’unione fiscale per la redistribuzione delle risorse all’interno dell’eurozona con un adeguato programma di investimenti.
Pensiamo ancora alle richieste greche di gennaio, pensiamo alle cause del debito: un moderato e pragmatico buon senso è ora diventato un messaggio rivoluzionario, radicale. Quale Europa vogliamo? La mobilitazione deve passare per questa domanda. A voi la risposta.

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