Lavajato Petrobas

Per l’ennesima volta è nuovamente la commodity più sanguinosa al mondo, il petrolio, a essere al centro di un’intrigante guerra di potere che ossessiona il mondo della politica e dell’imprenditoria brasiliana.

di Giuseppe Bizzarri

Lavajato, l’autolavaggio, è il nome dato all’inquietante scandalo della Petrobras, la desiderata società petrolifera di economia mista, la quale è da mesi sotto investigazione in Brasile (leggi il box).

A indagare la colossale tangentopoli del colosso sudamericano è la Commissione parlamentare d’Indagine (Cpi) del governo della presidente Dilma Rousseff che, assieme alla Polizia Federale, non cessano di aprire inquietanti dossier su loschi faccendieri, manager, ma anche deputati, senatori, governatori e persino ministri.
Sotto investigazione è finito, oltre al Partido dos Tabalhadores, il partito della Rousseff e dell’ex presidente Lula, anche i principali partiti alleati del governo petista. Il gota dell’imprenditoria petrolifera brasiliana, ma anche mondiale, ha pagato colossali tangenti a una rete di politici e dirigenti della Petrobras per aggiudicarsi appalti per la costruzione d’impianti, tra cui quelli legati allo sfruttamento dei giacimenti del Presal, la cui scoperta ha fatto schizzare il Brasile al quarto posto nella classifica mondiale dei paesi produttori di petrolio.

Lavajato ha confermato l’endemica presenza della corruzione presente sin dall’epoca coloniale nel paese. Sono in molti, però, a chiedersi perché, solo oggi, è emerso lo scandalo. Secondo le confessioni dell’ex tesoriere del Pt, João Vaccari Neto, arrestato il mese scorso dalla polizia federale, lo schema di corruzione ha movimentato, fra il 2004 e il 2012, 3,7 miliardi di dollari per corrompere politici non solo petisti, ma anche dell’opposizione.

Tra i partiti coinvolti nello scandalo, c’è anche il principale partito alleato del Partido dos Trabalhadores, il Pmdb, il quale ha governato ininterrottamente il Brasile con qualsiasi tipo di governo succeduto a quello dei militari. L’inchiesta Lava-jato ha inizio a marzo del 2014 ed ha la forza di un tzunami non solo nella politica, ma anche nel mondo dell’imprenditoria legata al settore petrolifero nazionale e internazionale. L’inglese Rolls-Royce, la svedese Skanska, le italiane Techint e Saipem e l’olandese SBM Offshore sono alcune delle imprese citate dalla giustizia brasiliana che sarebbero rimaste coinvolte nello scandalo. Assieme hanno ottenuto contratti per 30 miliardi di reais. L’arresto di Vaccari ha sorpreso ed è avvenuto in maniera mediatica, con agenti federali pesantemente armati e in numero spropositato per la cattura del brasiliano che ha sempre collaborato con i federali e la Cpi presieduta da Hugo Motta, uomo fidato del Pmdb. Il partito sfrutta lo scandalo non solo per ottenere incarichi e segreterie dalla presidente Rousseff, oramai sempre più ricattata dal suo alleato per varare leggi che favorirebbero le proprie lobby politiche.

Il Pmdb tiene in pugno il Pt e la presidente, i quali devono difendersi da un possente attacco dell’élite brasiliana che spinge l’opposizione comandata dal liberista Psdb, il partito dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso e Aécio Neves, il candidato sconfitto dalla Rousseff alle presidenziale del 2014.

Cardoso e Neves non hanno mai nascosto il progetto di volere privatizzare la Petrobras, disegno auspicato anche a Washington. L’imprigionamento di Vaccari è avvenuto quando il Pt e altri partiti della sinistra puntano i piedi contro il progetto di riforme strutturali, tra cui quello della regolamentazione del lavoro precario e terzerizzato, spinto dall’ex direttore generale della banca Bradesco, oggi ministro delle finanze, Joaquim Levy, il quale si trova in perfetta sintonia con il Fmi, il quale auspica nella prevista stretta fiscale del ministro anche la ripresa delle privatizzazioni.
Il Pmdb e i partiti a favore delle riforme temono che la presidente Rousseff, per riacquistare popolarità ponga il veto alla legge cui si oppongono milioni di brasiliani e che sarà presto votata definitivamente al senato. La Petrobras è diventata l’arma con cui l’elite e la destra brasiliana vorrebbero abbattere l’immagine della Rousseff e del suo partito; ma anche di Lula, giacché temono che il Pt rimanga al potere per altri quattro anni, se il presidente più amato della storia brasiliana si candiderà alle presidenziale del 2018.

La Commissione d’inchiesta, infatti, indaga la gestione della Petrobras avvenuta solamente durante la presidenza di Lula, anche se uno dei cinque pentiti ascoltati negli interrogatori ha affermato che le mazzette erano distribuite anche nella presidenza di Cardoso.

Intanto le manifestazioni e i “panelasos” dei mesi scorsi, in cui i dimostranti liberisti e conservatori hanno invocato l’impeachment della Rousseff, e persino l’intervento dei militari, si sono sgonfiate e svanite a causa della mancanza di leader, ma anche perché i partiti, incluso quelli dell’opposizione, si sono allontanati dall’idea di rincorrere l’impeachment che porterebbe verso un destino oscuro il paese. A non volerlo, oltre a Cardoso, ci sono il presidente del senato Renan Calheiros e quello della Camera, Eduardo Cunha, anche loro finiti nella lista degli investigati nell’autolavaggio della Petrobras.

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