di Antonio Marafioti
Le hanno chiamate combattenti, loro si dichiarano più semplicemente donne impegnate nel rispetto dei diritti nel loro quartiere. Ma quando il quartiere in questione è il Sant’Elia di Cagliari, i distinguo fra la prima e la seconda definizione non hanno più alcun senso. Perché nella zona più a sud del capoluogo sardo nessuno si cura del vicino. La solitudine, la povertà, la violenza, il disagio sociale, le ingiustizie civili, il mercato della droga sono la regola del comune viver quotidiano. Sant’Elia Viva, associazione tutta al femminile, otto componenti, è nata tre anni fa come comitato di quartiere e, nel tempo, è diventata un ponte sociale fra il servizio pubblico e il pubblico oblio. Alla presidenza c’è Rita De Agostini, ex commessa di 52 anni, oggi totalmente dedita all’attività del suo gruppo. Q Code l’ha raggiunta al telefono per sapere di più del suo gruppo. Lei apre l’intervista raccontando di una nuova battaglia contro un progetto comunale. La loro forma di protesta è da tre anni sempre la stessa: l’occupazione.
Presidente che cosa succede?
Che cosa non succede, vorrà dire. Siamo un’associazione costituita da tre anni e da allora ci occupiamo delle esigenze, dei problemi e delle difficoltà che ci sono in quartiere. Abbiamo sempre aspirato ad avere un piccolo spazio per poter lavorare, visto che le persone vengono a casa nostra a tutte le ore del giorno. Capirà che questo non va bene visto che ognuna di noi ha una famiglia. Andiamo avanti così da tre anni senza lamentarci, perché ci avevano promesso un piccolo spazio. Abbiamo creduto a questa promessa e abbiamo aspettato tutti questi anni affinché ci fosse assegnata questa sede.
Promessa non rispettata?
Abbiamo saputo da un mese che quanto ci avevano promesso, l’edificio della ex scuola materna Gianni Rodari, è stato assegnato a un uso diverso. Ci vogliono fare una cittadella della salute. Noi abbiamo occupato lo stabile perché nel nostro quartiere una cittadella della salute non interessa.
Come non interessa?
A livello sanitario non siamo carenti. Dal quartiere Sant’Elia basta prendere un autobus per arrivare in centro e fare le visite mediche. Manca tutto il resto.
Che cosa intende per resto?
Un centro di aggregazione per i giovani, un oratorio, uno sportello per la donna, un centro antiviolenza. Badi bene che le sto parlando di un quartiere in cui vivono oltre 12mila abitanti. Questa è l’ultima struttura comunale rimasta, potrebbe essere l’ultima speranza in un quartiere in cui non c’è niente di niente.
Che cosa dicono gli amministratori?
Abbiamo cercato di far capire loro l’inutilità di avere una cittadella della salute a scapito di una struttura realmente utile per il quartiere. Visto che l’edificio è abbastanza grande da poter ospitare una serie di servizi, anche sanitari. Non siamo state ascoltate, sono andati avanti e il progetto è stato approvato dall’assemblea comunale. Avevano iniziato con i lavori smantellando l’edificio dei suoi beni e a noi non è rimasto da far altro che occupare.
Quali sono i problemi maggiori del quartiere Sant’Elia?
Innanzitutto la disoccupazione che comporta mille altri problemi. Qui siamo a livelli di sopravvivenza, mi creda. Potrebbero nascere molti lavori: dalla manutenzione dei giardini pubblici e degli spazi comunali, fino all’installazione dei pannelli solari. Noi abbiamo richiesto da diverso tempo di fare formazione ai giovani per permettergli di inserirsi nel mondo del lavoro e creare, così, sviluppo. Ma a quanto pare piace che il quartiere rimanga in questo stato.
A chi piace?
A quelli che ci governano. Qui sviluppo non se n’è mai visto, anzi, andiamo peggiorando. I nostri ragazzi sono buttati in mezzo a una strada ed è sempre più difficile per noi creare momenti di ritrovo. In un quartiere così grande non abbiamo un parco giochi per i nostri bambini. E la cosa peggiore è che facciamo parte di Cagliari, ma è come se fossimo un paese abbandonato.
In tre anni la vostra associazione che cosa ha fatto di concreto?
Ci siamo occupati in primis di sfratti che qui si contavano a decine. Siamo riusciti a ottenere che nessuno finisse per strada. Abbiamo sempre trovato un rimedio che poteva essere una sistemazione in camera d’albergo, una casa temporanea o una casettina in affitto trovata grazie ai servizi sociali del comune che poi si prendeva in carico l’affitto. Poi ci siamo occupati degli anziani non autosufficienti. A loro abbiamo trovato un accompagnamento e un medico. Abbiamo un contatto diretto con i servizi sociali e poi indirizziamo chi ne ha bisogno verso il canale più efficiente. Siamo un primo sportello, insomma, perché neanche noi possediamo le competenze per poter far tutto. Nel nostro piccolo facciamo quello che possiamo.
In quante siete?
Siamo otto donne.
Lo dice con fierezza. Quanto conta l’essere tutte donne?
Per il momento molto, perché qui è ancora forte la mentalità maschilista in base alla quale se una donna riesce a fare qualcosa disturba. Per scelta abbiamo deciso di rimanere tutte donne. Anche se in questa occupazione c’è anche qualche uomo.
Ci sono amministratori che vi aiutano?
Diversi assessori comunali. Anche il sindaco è sempre stato molto sensibile ai problemi del quartiere. Non capisco perché in questo caso abbia fatto marcia indietro.
Che intende per marcia indietro?
Ha imposto, senza dialogo, che qui deve andarci una cittadina della salute. Evidentemente non è a conoscenza, come noi che qui ci siamo nate e vissute, che di progetti così ne sono stati pensati a centinaia negli anni e sono tutti falliti. Inoltre l’amministrazione non è in grado di ascoltare la voce del quartiere che continua a chiedere, attraverso di noi, di abbandonare il progetto. Stiamo raccogliendo delle firme e crediamo che il quartiere vada ascoltato.
Il quartiere che cosa chiede?
Quello che chiediamo noi: un centro polifunzionale per i giovani, le donne, gli anziani, un centro antiviolenza visto che qui ce n’è forte bisogno.
Quanti sfratti avete evitato?
Più o meno una decina. Per fortuna ora è uscita la sanatoria che ha regolarizzato un po’ la situazione di quelli che rischiavano.
Fra loro c’era anche una signora disabile che voi avete aiutato.
È stato il nostro primo caso, il più brutto. Era una donna che non stava bene a livello fisico e mentale, tant’è che attualmente si trova in cura. In quell’occasione abbiamo vinto perché si erano violati tutti i diritti di questa signora. È stata una lunga battaglia tra noi e il comune. Lei non era sposata e il compagno era assegnatario della casa. Quando lui l’ha lasciata per mettersi con un’altra donna ha rivendicato la casa dopo ventisei anni di convivenza. Permettere una situazione del genere avrebbe comportato un esemplare caso d’ingiustizia. Abbiamo lottato con le unghie e con i denti e ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo parlato di esperienze abbastanza dure, ci racconta la parte positiva del vostro lavoro?
Vede, sono dure, ma belle nello stesso tempo, soprattutto quando si riesce a portare a termine qualcosa di positivo che gratifica. Perché noi facciamo tutto per il quartiere. Oltre a viverci e a credere nelle sue potenzialità, lo amiamo profondamente. Vogliamo vedere sviluppo e non abbandono perché Sant’Elia è forse il quartiere più bello di Cagliari. E allora ci chiediamo perché non creare lavoro in un posto così? Che cosa impedisce di crescere? Perché non investire visto che le casse comunali e regionali sono in buono stato?
Quindi non avete ricevuto fondi?
Assolutamente no. Noi viviamo dei nostri lavori e dei nostri sacrifici. Tutto ciò lo facciamo perché ci crediamo e non ci aspettiamo neanche un grazie. La migliore soddisfazione sono i risultati.
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