La necessità di un muro

Sono trascorsi più di dieci anni dall’inizio della costruzione della barriera di separazione voluta da Israele. Un confine giudicato illegale dalle Nazioni Unite

Sembra che i muri vadano di moda, in più parti del mondo assistiamo alla decisione di innalzare blocchi di cemento per motivi di sicurezza, per separare questa da quella terra, questo da quel popolo, qui i buoni, lì i cattivi.
Israele dal 2002 sta costruendo un muro per separare da una parte il popolo eletto da Dio, dall’altra quello dimenticato da Dio e dal resto del mondo: da una parte Davide dall’altra Golia. Il muro, conosciuto in Israele come muro di separazione o di sicurezza, mentre in Palestina come muro di separazione razziale o muro dell’apartheid, è stato dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; nonostante ciò Israele ha continuato la sua politica di espropriazione ed espansione in terra palestinese per costruirlo. Da più di un decennio ormai sono innumerevoli, ma senza esito positivo, le manifestazioni contro la costruzione di questo muro che limita fortemente la libertà di movimento dei palestinesi.

Nei due mesi che ho appena trascorso qui in Palestina la mia preoccupazione maggiore è nata di fronte alla rassegnazione impressa negli occhi di alcune persone. Quegli occhi esprimono l’idea che ormai non c’è soluzione e che si può solo sopravvivere senza che la situazione migliori. Per fortuna, però, c’è ancora chi crede nel futuro e lotta per non perdere la sua terra. La lotta non deve necessariamente essere violenta, infatti sono numerosi i movimenti di resistenza e le manifestazioni non violente. È il caso, per esempio, di una manifestazione pacifica tenutasi il 30 agosto a Bir Ouna, ad ovest di Beit Jala nel distretto di Betlemme.

L’area di Bir Ouna si trova nella valle di Cremisan che è una zona verdeggiante ricca di ulivi e vigneti tra Gerusalemme e Betlemme, famosa per la produzione di vino della cantina dei padri salesiani, infatti a Cremisan vivono 58 famiglie palestinesi e due congregazioni salesiane una maschile e una femminile.

Dal 2006 sia le comunità religiose sia la popolazione laica locale è impegnata in una battaglia contro la costruzione nella zona del muro che secondo Israele risponde a motivi di sicurezza, ma nella realtà dei fatti permetterebbe di ingrandire le colonie israeliane di Gilo e Har Gilo, anch’esse considerate illegali dal diritto internazionale.
La rotta definitiva decisa per il muro non esproprierà le terre alle due comunità religiose, ma soltanto ai privati locali che dal punto di vista legale sono sicuramente più deboli.

In seguito a tale decisione e all’inizio dello sradicamento di una cinquantina di ulivi centenari sono state organizzate delle manifestazioni tra cui quella di domenica scorsa.

Dopo aver celebrato la messa, il Patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, Michel Sabbah, ha tenuto un discorso in cui denunciava la costruzione del muro e ricordava che la terra appartiene comunque ai palestinesi, qualsiasi siano le decisioni della corte suprema; gli israeliani possono essere superiori a livello militare, ma non sono superiori a livello umano. In seguito al discorso del Patriarca emerito a cui hanno assistito cristiani e musulmani indistintamente, la piccola folla composta da un centinaio di persone ha organizzato una breve marcia pacifica sventolando bandiere palestinesi e cartelli con slogan contro il muro. Non è tardata la risposta dei militari israeliani pronti sui tetti degli edifici circostanti che hanno iniziato a lanciare gas lacrimogeni sulla folla senza neanche essere provocati. Israele si dichiara l’unica democrazia del Medio Oriente, ma sparare gas lacrimogeni per disperdere donne e uomini che rivendicano i loro diritti in modo pacifico è democratico? A voi la scelta da che parte del muro stare!

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