Un mondo difficile (La tierra y la Sombra)

Il film di Cesar Acevedo

di Irene Merli

Un mondo difficile (La tierra y la Sombra), di Cesar Acevedo

Prima, abbagliante sequenza. Un uomo cammina su una strada sterrata e polverosa, alle sue spalle sta arrivando un camion e mentre lui, per ripararsi, si nasconde in un canneto che costeggia la strada, lo spettatore, poco a poco, viene sommerso da uno tsunami di polvere che riempie l’inquadratura, una nuvola scura che pervaderà tutto il film.

Ecco, siamo entrati in un girone dantesco, e l’inferno è una regione della Colombia dove gli incendi di enormi piantagioni di canna da zucchero spargono ogni giorno piogge di cenere su tutto: uomini, animali, vegetazione, strutture. In questa atmosfera claustrofobica si muove con fatica e dolore una famiglia vicina al collasso, che abita l’unica fattoria superstite della zona.

Tra quelle mura dopo 17 anni e’ tornato Alfonso, un vecchio contadino che aveva abbandonato tutto per scappare dalla miseria, l’uomo sulla strada sterrata. Il figlio Gerardo, bracciante, a furia di respirare la polvere maledetta e’ stato colpito da una grave malattia respiratoria, che lo inchioda a letto e costringe la moglie, la madre e il figlioletto a tenere la casa sbarrata. Gli autocarri in continuo passaggio sulla strada sollevano infatti la polvere che gli ottura i polmoni.

Per questo Alfredo è tornato, nonostante l’aperta ostilità dell’anziana moglie che non l’ha mai perdonato. Gerardo non ha speranze se resterà li, dove il medico non ha il coraggio di ricoverarlo e non ci sono abbastanza soldi per curarlo. Le due donne di casa guadagnano poco anche se vanno ogni giorno a tagliare canna da zucchero nelle piantagioni dall’alba al tramonto, come tutti i braccianti della zona.

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Toccherà al vecchio cercare di salvare quella famiglia dalla testardaggine dell’anziana madre, che abita in quella casa immersa in uno scenario apocalittico da due generazioni e non vuole abbandonarla. L’unica speranza per tutti, invece, è andare via.

I personaggi di Un mondo fragile (imprecisa traduzione di La tierra y la Sombra) hanno ancora la loro terra, ma hanno perso contro l’ombra. Schiacciati e sfruttati come sono da un’industria brutale che ha distrutto il secolare assetto della zona. E i loro volti, corpi, sguardi, sono ritratti da una fotografia che ne mette in luce tutta l’intensità rara e dolente, la sofferenza, la dignità.

Camera d’or a Cannes 2015, questo film potente toglie il fiato, chiude i polmoni come se anche noi fossimo lì, in quell’atmosfera invivibile, saturata dalla cenere. E con le sue immagini che vanno dritte al cuore ci fa capire meglio e prima di tanti articoli le devastazioni compiute in America Latina in nome della coltivazione estensiva della canna da zucchero. Quasi fosse una fiaba nera sul progresso cattivo.

Indimenticabile la scena in cui il nonno cerca di riparare il gelato del nipotino dalla polvere del solito camion di passaggio: una sequenza – manifesto dell’ingiustizia che si sta compiendo, ancora una volta, sulle vene aperte dell’America Latina.