di Isidora Tesic
Duende
Il misterioso potere che un’opera d’arte possiede, in grado di commuovere
Spagnolo
Vitòr cammina sempre sul lato sbagliato della strada. Contro i flutti dei passi degli altri. È un’abitudine antica, lenta a curare. L’ha ricevuta dal padre. O almeno così gli piace pensare. Del resto, tutto ciò che ne ha ereditato è incerto. Un’assenza densa, con le radici inumidite dal pianto di sua madre.
Anche oggi cammina contro tutti. E sembrano tutti inseguiti dall’urgenza. Non hanno occhi quieti. Né braccia lievi al soffio pastoso che intona il mare. Qualcheduno ha le ossa fragili, le sente borbottare, quando li sfiora. Qualcheduno, invece, vibra cavo.
Vitòr è andato via prima dalla Casa, oggi. Non ha insegnato, né cantato, né suonato. Ha preso i libri e gli spartiti. Ha lasciato qualche storia in sospeso, qualche compito non corretto, per domani. E si è allontanato a passo conteso. Gli mancava un mondo sottovoce dentro, per la prima volta. Nella Casa dei figli di tutti e di nessuno. I figli non voluti, abbandonati. Hanno sguardi obbligati. Le pupille strette, gli occhi inabbordabili. Li riconosce bene, lui. Se li guarda, ogni giorno, nello specchio.
Oggi hanno chiesto di Eva. Fermi, inevitabili, pongono domande come spine fini. Ma lui è di poche, pesanti parole. Non conosce quelle dovute ad un addio. Da tanto tempo, d’altronde, sono in attesa di sue notizie. Lui con un sordo rombo di solitudine. Loro con lo slancio della mancanza. Ed è da troppo che Eva non interrompe le lezioni di musica di Vitòr con lo scoppio di un suo saluto. Non con il ramo aperto della sua voce. E per loro, lui lo vede, Eva è una promessa da mantenere.
Loro, figli di una diserzione che non lascia giustizia per tutti. Ma che porta ad ammenda una felicità chiara. Era stata lei, la loro salvezza. Come un fiume in piena, all’inizio li aveva travolti. Si era assunta, leggera, la volontà di cura della stretta dell’abbandono. Insegnando nuove parole per dire di gioia. Portando in dono l’amore senza ferite. Quello d’origine. A loro, come a Vitòr. Poca ne è rimasta ora, dell’onda del suo passare. Eva e la sua assenza, è tutto quello che riesce ad immaginare.
Indossa un ritmo lento, Vitòr, lungo i vicoli di Lisbona, ora che sa del suo ritorno. Cammina senza pietà, in sua attesa. Ma sente la voce di Eva reclamare un risveglio del sangue. Lei, che è forza d’arte innata, la forza dell’arte del vivere. E d’un tratto, a tradimento, la ricorda, con il cuore mosso, parlare dell’abbandono, mentre si abbraccia, sola, per la paura impronunciata di perdersi.
Vitòr si scuote. Si sfiora le labbra mentre si ferma, incerto, sul limitare della via verso il molo. Si è acquietato, ormai, lo scorrere delle persone, nei nodi della città. Solo qualche viso, disperso. Respira, svelto, il vapore del mare. L’eco del sole, che secca la polvere. Si confonde nell’ombra del portico affacciato sulla via. Si siede, sulla frescura del lastrico. Ha ancora tempo, per scegliere le parole del suo addio.
‘Non è stato facile, lasciarla andare’, pensa. ‘Sfiorirne la voce. Scucirne gli occhi. Addio per poco, aveva detto, che del tempo non conta che gli istanti. Ed io l’ho aspettata, da sempre, in amore. Ma l’amore si pente di un’attesa vana. Bisogna avere il coraggio di addentrarsi netti nella solitudine, senza resistere.’
Vitòr si passa la mano tra i capelli. Abituarsi all’abbandono gli è stato lieve. D’altronde anche questa è un’eredità del padre. Gli viene da sorridere, mentre rammenda la sua storia di neppure trent’anni, tutta tagli e fughe. Sorride perché ad ogni abbandono è più facile, poi, accomodare la tessitura della propria vita.
Si richiama, all’arrossire dell’acqua, nel tramonto. Poco ancora, per comporre il suo addio. Per inventare il gesto. Per imparare il sorriso. Per un attimo medita persino di non presentarsi. Di rendere abbandono per abbandono.
‘Ma ogni amore merita un suo addio’ si dice Vitòr. Lo sa, perché l’abbandono è maestro severo. Come lo sanno tutti gli occhi inabbordabili dei lasciati.
Si alza di scatto. Si rassetta le ciglia, i nervi, i ricordi. Si impoverisce delle speranze, dei giorni vissuti assieme ad Eva. ‘Tutto come prima’ pensa deciso. Svuota le mani della scossa dei suoi capelli. Scaccia dalle braccia il fulmine del suo sorridere. Esita, un istante, davanti al fulgore del passo che Eva ha quando è felice. Ma si pente. Sfila il profilo terso del suo volto, quando piange.
Ed il morso di un suo bacio. Si libera di ogni incanto amato, sotto quel portico, pur di essere leggero, sulla banchina, al suo arrivo. E si incammina verso la nave che sta approdando.
Si confonde tra la folla. Affrettato, alza gli occhi. E d’un tratto la vede, sul ponte. Accanto a lei, una bambina che la guarda con occhi ammirati.
Vitòr dimentica ogni saluto. Scompone ogni taglio già fatto. Ogni rinuncia imposta. E forte, come per la prima volta, la guarda scivolare diritta verso l’abbraccio delle sue costole. Vera, di una bellezza portata senza peso. Come la vita.
Eva gli si avvicina. Posa per terra la custodia del mandolino. E Vitòr la stringe, inondato dall’acqua calma che è lei. ‘Resta’ le sussurra, vinto.
Isidora Tesic