La bellezza e la libertà degli uomini di passaggio

Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli
è un’esortazione al dubbio, al coraggio di prescindere
da tutto ciò che ci fa(rebbe) sentire sicuri e arrivati

di Nicolò Cesa

Tutto è relativo, si dice. Ci crederemmo pure, se non fosse che dentro quell’arbitrario tutto ci finirebbe pure l’affermazione stessa. Il venerdì che diventa sabato, la domenica che si trasforma in lunedì; la morte di un figlio che prende la forma e il peso di una medaglia d’oro da esporre come si fa con certi trofei.

Cose che si imparano viaggiando, muovendosi e sfidando le leggi del mondo. Guardando le questioni umane da prospettive differenti, si direbbe. E allora più che relativo, quel tutto diviene relazionale, ovvero prende senso a partire dagli occhi degli uomini, al significato che nasce da quella interazione a quell’uno più uno che non si risolve con un semplice risultato matematico, ma che apre nuovi spazi, fa luce su veri e propri mondi.

Solo bagaglio a mano, di Gabriele Romagnoli, è un libro rivoluzionario.

Di quelle rivoluzioni che non si vedono, di cui spesso – quando rimaniamo soli con noi stessi nel silenzio di una caduta – quasi dubitiamo dell’esistenza e dell’efficacia stessa; di quelle che non marciano al tempo di composizioni armoniche cacofoniche ed ideologiche e che non partono da assunti certi e imprescindibili. Il libro è un’esortazione al dubbio, al coraggio di prescindere da tutto ciò che ci fa(rebbe) sentire sicuri e arrivati. Siamo sempre in moto, piuttosto. Tutti su strade troppo impervie e in salita, da poterci permettere il romantico lusso di un bagaglio infinito, capace di contenere quel tutto.

Vivere vuol dire selezionare con cura, rinunciare, fallire, avere la forza di accantonare. Proprio come si fa quando ci si prepara per un viaggio. Portarsi dietro una valigia gigante ci farebbe sentire più protetti, pronti a fronteggiare l’assurdo, il caso, l’imprevedibile, illusioni da viaggiatori inesperti: un bagaglio del genere porterebbe una sola certezza, ovvero quella di rendere difficili (o impossibili) gli spostamenti, di affaticarci, di costringere le nostre gambe al riposo. Tutte cose che limitano quella libertà e quella bellezza tipica degli uomini di passaggio.

«Tutti i grandi viaggiatori, fateci caso, hanno un bagaglio piccolo», ci dice Romagnoli.

Non perché siano impreparati o perché sposino lo spirito di certi viaggi da beat generation, alla Kerouac o alla Ginsberg; ma perché, piuttosto, hanno saputo selezionare e sono così giunti all’essenziale, al necessario. Compiere questo atto di realismo esistenziale, cioè prendere la consapevolezza che nella vita non ci sono porti sicuri, ancore di salvataggio per ogni mareggiata violenta e razzi dell’SOS infiniti, ci fa sentire soli ed impauriti. Ed infatti tra i vari capitoli del libro permane un unico comune denominatore: la malinconia.

Essere senza speranza non vuol dire affatto disperare, per dirla alla Camus.

Romagnoli trova un’altra formula dalla quale però ne consegue il medesimo risultato: disperazione e gioia non sono inconciliabili. L’uomo di passaggio accetta di avere a che fare con il “limite” con il “finito” e quindi con la ricerca e la consapevolezza di dover trovare e dover abitare i propri confini, le proprie zone di frontiera. E i limiti che ci diamo, i confini che abitiamo, compongono la mappa geografica della nostra esistenza.

Certi luoghi si trovano, però, soltanto perdendosi. Per caso, diremmo. Ma forse sarebbe più corretto dire per assurdo. Ed è infatti l’assurdo, il secondo comune denominatore che unisce le storie del libro; che certe cose sia possibile trovarle soltanto perdendosi, potrebbe suonare come un accordo suonato su uno strumento scordato calante. Ma viaggiare per le strade del mondo degli uomini vuol dire soprattutto abbandonare la logica, mettere da parte per un secondo la razionalità e credere a quello che disse Tony Wheeler, il fondatore di Lonely Planet, le guide che permettono a milioni e milioni di uomini di passaggio di perdersi e ritrovarsi improvvisamente, per le strade del mondo: «Il più delle volte ho trovato quel che cercavo quando mi sono perso». Perdersi è l’unico modo per ritrovarsi.

La posta in gioco è alta, se consideriamo il fatto che nelle situazioni assurde potremmo aver bisogno di tutto ciò che abbiamo. Di ciò che possediamo. E se invece bastasse ciò che siamo?

Essere leggeri, è l’unico antidoto contro il mal di vivere e l’insoddisfazione, contro quel senso di colpa che tende ad infilarsi nel bagaglio rendendolo tremendamente pesante ed impossibile da trasportare. Per questo è fondamentale la preparazione del bagaglio, il fatto di provare ad essere sia uomini di passaggio, ma soprattutto uomini senza retrovisore, attenti a ciò che ci sta davanti, piuttosto, e capaci a guardarci dietro solo quando occorre.

E allora c’è tempo, per questo mare infinito di gente, come cantava Fossati, se abbiamo il coraggio di essere pronti, puliti ed ordinati, quando un solo secondo di quelle 46 ore di felicità – che mediamente accadono nella vita degli uomini, assieme alle 18 ore trascorse a fare il nodo alla cravatta – ci coglie di sorpresa, mentre magari siamo con lo sguardo fisso sullo specchietto del passato e dobbiamo persino pagare il prezzo di vederla, quella felicità, mentre si allontana. Oppure mentre ci concentriamo su obiettivi che non ci appartengono, sulla salita sbagliata, sulla carriera, sul «domani lo farò di certo» e su tutte quelle vite che avremmo voluto, ma che non abbiamo vissuto, che ora suonano in heavy rotation nella nostra testa come un brano estivo che non se ne vuole andare. E appesantiscono. E ci bloccano.

Per questo nel bagaglio dovremmo portare una duffel bag, un’ulteriore valigia.

Una di quelle che chiusa occupa lo spazio di un paio di mutande, ma aperta permette di essere pronti ad affrontare un’altra vita. Quella vita di scorta, quel piano B, quell’uscita di sicurezza, che rappresenta l’unico strumento di welfare state esistenziale necessario. Occupa poco spazio, ma salva dall’oblio, quello vero. Vuota pesa 30 grammi, ma una volta aperta permette di trasportare 12 bottiglie, 25 magliette, 4 maglioni. Cose necessarie ad un nuovo inizio. Il fallimento è parte della nostra natura e l’unica cosa che possiamo fare per affrontarlo è essere pronti a convogliare la fatica verso altre mete, con altri mezzi e con un altro bagaglio.

Viaggiare vuol dire sparpagliare memoria, renderla polvere, coprirla sotto il velo di un tramonto islandese, tra un autunno che ha fretta di arrivare e una primavera che fugge. Tra la disciplina della terra e le teorie notturne di un clochard. Tra il peso del cielo e la leggerezza dei piedi, siamo tutti condannati a portarci il peso di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo vissuto, dei 27 appartamenti in cui abbiamo abitato e dai quali siamo fuggiti. Fino a che l’amore non ci sorprende dopo tanto navigare, quando pensavamo di averlo sparpagliato in giro per il mondo, come in Casa mia, di Ungaretti.

In quel momento si compie la rivoluzione dell’uomo che ora ha la consapevolezza di essere di passaggio, nulla di meno e nulla di più; che sostituisce le preghiere, le ritualità e le comodità, al minimalismo essenziale del «non avrai altra vita all’infuori di questa», consapevole che questa vita è l’unico mondo in cui è possibile rischiare la felicità con leggerezza di farfalla, che è leggera e -quindi- libera. Senza l’inganno di poter reggere qualsiasi peso. Solo bagaglio a mano, appunto, per essere pronti ad accogliere tutta la bellezza che si nasconde per le strade dell’esistenza.