Angola, 11 novembre 1975: esattamente quarant’anni fa si dichiarava indipendente l’ultimo pezzo di Africa portoghese, dopo più di un decennio di lotte.
Di Marcello Sacco
“Non mi bastano le rivoluzioni di un giorno… Oggi chi è disposto a scioperare per la libertà dell’Angola?” Diceva Francesco Barilli a Morando Morandini in Prima della rivoluzione, di Bernardo Bertolucci. Erano gli anni ’60. Oggi è difficile persino mettere a disposizione dieci minuti del proprio tempo per leggere una notizia sull’Angola, anche perché sulla stampa italiana se ne trovano ben poche. Eppure il Paese, che non ha avuto una giovinezza facile, arriva ai quarant’anni con gli acciacchi di una sempre più evidente crisi di mezza età.
Il calo del prezzo del petrolio ha frenato una crescita che fino a poco tempo fa galoppava, facendo venire a galla tutti i limiti di un Paese che non ha sufficientemente diversificato la propria attività economica, ma soprattutto ha redistribuito poco la richezza nazionale.
Colpa di un contesto geopolitico difficile, certo, come pure dello squilibrio socio-culturale che caratterizza le società postcoloniali; ma colpa anche di una classe dirigente famelica, la quale convive serenamente con il fatto che José Eduardo dos Santos sia presidente dal 1979, per giunta accumulando (dalla revisione costituzionale approvata nel 2010, tra una partita e l’altra della Coppa d’Africa) la carica di capo dell’esecutivo, sua figlia Isabel sia la donna più ricca del continente e i business più succulenti restino nelle mani di una ridottissima casta politico-militare, quella che il giornalista Rafael Marques narra nel libro Diamantes de sangue, costato diversi processi all’autore e alla sua editrice portoghese. Ora, giunti all’autunno del patriarca ultrasettantenne con il denaro che inizia a scarseggiare (è di questi giorni la notizia che la Federal Reserve ha sospeso la vendita di dollari alle banche angolane) l’Angola potrebbe riunire tutti gli ingredienti per una transizione esplosiva, di quelle che fanno notizia all’improvviso laddove il giornalismo è più distratto.
Agli intermittenti segnali di tensione del passato si aggiunge ora un allarme meno discontinuo, che squilla inatteso sin dall’estate scorsa. Dal 20 giugno, infatti, un gruppo di giovani attivisti è in carcere e patisce una reazione istituzionale di una durezza francamente inspiegabile.
L’accusa – ribadita in pubblico dal presidente, il ministro degli Interni e un paio di ambasciatori (strano miscuglio di competenze) – oscilla tra la colpevole lettura di libri ritenuti sovversivi e il tentato golpe; sospetto bizzarro per un pugno di ragazzi che non sembra contare neppure sulla presenza di un sergente dell’esercito o di un metronotte armato. Fra i detenuti la figura più nota è un rapper, Luaty Beirão, che da anni chiede a gran voce, dal palco dei suoi concerti, le dimissioni della casta. In prigione ha fatto uno sciopero della fame di oltre un mese che l’ha quasi ridotto in fin di vita. Ha smesso solo quando il gesto era ormai riuscito non solo a riportare la difficile situazione angolana sotto gli occhi dell’opinione pubblica anche europea, con molte manifestazioni di solidarietà a Luanda, Lisbona, Londra (dove Beirão ha vissuto e studiato) e una presa di posizione ufficiale del Parlamento europeo (risoluzione del 10 settembre scorso), ma anche a far venire allo scoperto l’assoluta mancanza di argomenti dei suoi pubblici accusatori. I quali continuano a dire che dietro il dissenso interno c’è la mano dei sobillatori stranieri, gente che vuol fare dell’Angola la nuova Libia.

Campagna di sostegno a Luaty Beirão
Questo sarebbe il caso della cooperante italiana Maria Concetta (Ketty) Tirzi, che l’anno scorso ha dovuto impacchettare le sue cose di corsa, perché le avevano ritirato il visto, in quanto persona non grata. Lavorava da anni sul terreno del dialogo tra potere locale (che in Angola discende dall’alto, le elezioni amministrative sono per ora un miraggio) e società civile, e aveva incontrato in qualche occasione il rapper insieme ad altri membri dell’associazione Central Angola 7311 .
E intanto, coi detenuti in attesa della prima udienza, fissata al prossimo 16 novembre, finiscono in carcere anche molti di quelli che nel frattempo hanno manifestato in loro favore. In Portogallo, dove in queste settimane si attraversa una delicata fase politica post-elettorale, le piazze si sono riempite più facilmente per la libertà degli angolani che per qualsiasi altra rivendicazione politica interna. I forti legami non sono solo imprenditoriali o finanziari, ma anche di amicizia, amori, parentele.
L’Angola è ancora quell’oltremare così lontanto e così vicino, forse anche un po’ per l’Italia, non fosse altro che per i più di centomila barili di greggio che l’Eni estrae ogni giorno da quel territorio martoriato.
Pretendere scioperi a Roma o in Padania, come voleva l’eroe di Bertolucci, sarebbe forse troppo, ma tenere un’antenna dritta certamente non guasta.