La ricerca della Pace

Intervista al sociologo norvegese Johan Galtung, teorico del metodo peace research per la costruzione della pace positiva

di Antonio Marafioti

L’incontro con Galtung è avvenuto prima dei fatti di Parigi dello scorso 13 novembre

Più che parlare ascolta, Johan Galtung. Mani incrociate sul tavolo, il Right Livelihood Award 1987 annuisce con piccoli movimenti della testa e fissa sempre negli occhi il suo interlocutore. Poi risponde, educatamente e senza mai accendersi nonostante i temi siano di quelli più spinosi: guerra, integrazione, rispetto dei diritti umani. Sarà per l’età, 85 anni, o per quella sua tipica visione del mondo dove il dialogo viene prima di tutto, fatto sta che il suo modo di spiegare l’inspiegabile rapisce l’attenzione. Teorico della quinta via di risoluzione di un conflitto, Galtung è convinto che una guerra possa terminare quando tutte le parti in causa abbiano avuto la percezione di aver ottenuto una vittoria.

Professore, il suo pensiero sulle parti in causa è noto. Parliamo invece della società civile che chiede la pace. Oggigiorno i conflitti sono combattuti da contendenti sempre più invisibili. Pensi al Vietnam, allora i movimenti pacifisti avevano un soggetto preciso a cui appellarsi. Attualmente dentro le dinamiche di una guerra possono convivere più di due contendenti e, spesso, la loro identità è celata dietro altre identità. Come devono muoversi i movimenti pacifisti?

Il problema è che i movimenti per la pace, tanto quelli europei quanto quelli statunitensi, partono da un concetto negativo di pacifismo: porre fine alla guerra, richiamare i soldati, far cessare i bombardamenti. Ma ci sono altri problemi ben più importanti. C’è una certa irresponsabilità nel dire semplicemente no alla guerra. La guerra non è la soluzione, è vero, ma non è sufficiente opporvisi sic et simpliciter, c’è bisogno di dire sì a una pace positiva.

Quali sono i problemi importanti da considerare?

Pensi all’Afghanistan e ai taleban durante gli anni della guerra. Il quel Paese convivevano tre questioni più urgenti della guerra stessa: uno Stato musulmano provato da un’invasione secolare; la mancanza di un governo centralizzato a Kabul, ma decine di rappresentanze politico-religiose; infine, un’invasione mossa da interessi occidentali. La soluzione del conflitto avrebbe dovuto risolvere tutti e tre questi problemi e non solamente pretendere che i soldati andassero via.

Lei che cosa proporrebbe?

Dal 1979 almeno, l’Afghanistan vive in perenne stato di guerra.
L’approccio alla questione è fondamentale. Prima di tutto bisognerebbe contrastare il metodo Armageddon degli Stati Uniti.

Può spiegarsi meglio?

È un metodo che parte da un concetto medievale di Male: la dicotomia tra questo e il bene. La sua sintesi è l’ultimatum, “tutto ciò che è contro di noi è male e deve essere distrutto”. Una visione manichea della realtà che non riesco a concepire. Preferisco pensare che il mondo si regga sul concetto di Yin e Yang che contempli una parte di bene nel male e una parte di male nel bene. Le faccio ancora due esempi. Il primo è il mio lavoro nei territori della ex Jugoslavia. Sono in continuo contatto con ventisette attori differenti, ognuno con le proprie ragioni. Il secondo è la questione del Caucaso, dove convivono tre nazioni in conflitto, Georgia, Armenia e Azerbaigian, che hanno dietro di loro tre superpotenze, Stati Uniti, Russia e Iran. Quando mi hanno interpellato ho chiesto che venisse istituita una zona di cinque chilometri quadrati in cui stabilire le istituzioni, l’aeroporto e gli organi di rappresentanza comuni a tutti gli otto livelli delle ventotto nazioni presenti. Crede che in questi casi sia più utile l’approccio Armageddon o quello della trasparenza e della mediazione?

Ci sono anche casi in cui l’indifferenza è totale. I problemi non vengono neanche presi in considerazione. In Siria, da quattro anni la guerra civile sta facendo centinaia di migliaia di morti e l’immobilità è quasi totale.

Credo che il nucleo di tutto questo stia nel conflitto fra sciiti e sunniti che non si scopre oggi, ma risale almeno al primo secolo dell’Islam. Un conflitto vecchio millequattrocento anni, molto simile per alcuni versi a quello fra cattolici e protestanti, che però è durato solamente quattrocentocinquanta anni. C’è stata una soluzione ufficiale fra il Vaticano e le chiese protestanti di Ginevra nella dichiarazione di Augusta del 31 ottobre 1999. Questa pacificazione è poco nota, ma molto importante perché le due parti hanno trovato una formula che mette d’accordo la visione dei cattolici, secondo i quali per la salvezza individuale conta il buon atto, e quella dei protestanti, per i quali ciò che conta è la buona fede. Naturalmente dietro quel conflitto c’erano anche altri interessi, perfino di ordine economico. Proprio come avviene fra sciiti e sunniti. Il compromesso che è stato trovato è andato bene a tutti: la buona fede ispira i buoni atti e i buoni atti confermano la buona fede. Mi sono chiesto migliaia di volte se fossero necessari quattro secoli e mezzo per sviluppare questo pensiero. La risposta è sempre stata “no”.

Torniamo alla Siria.
Vi sono gruppi che lavorano per risolvere il conflitto tra sciiti e sunniti e io sto collaborando con loro. Bisogna trovare una formula verbale che dia soddisfazione a tutti. Intanto gli alti poteri, soprattutto gli americani, stanno giocando con questo conflitto. È molto evidente che in Siria c’è una minoranza sciita che ha imposto una dittatura sulla maggioranza sunnita. Purtroppo gli islamisti che vengono dall’Arabia Saudita o dal Qatar hanno obiettivi totalmente incompatibili con la democrazia. E allora Gran Bretagna e Stati Uniti hanno ritirato il loro appoggio.

Sarebbe questo il gioco degli Stati Uniti?

Sì. È un gioco che, però, hanno capito molto male, o non hanno capito affatto, e sul quale hanno perso il controllo. Quindi la decisione di ritirarsi e ignorare il conflitto.

Lei ha affermato di aver scoperto nelle religioni teorie affascinanti che possono tornare utili nella vita. Quali sono queste teorie?

Bisogna sviluppare gli aspetti positivi delle religioni. Io le conosco tutte relativamente bene. Per esempio, se cominciamo con il giudaismo, non è tanto l’idea di essere un popolo scelto, quanto quella di cercare sempre il dialogo e non avere la pretesa della verità assoluta. Fantastico. Nel cattolicesimo, l’idea straordinaria è la distinzione tra peccato e peccatore. Se il peccatore denuncia il suo peccato può redimersi e rinascere come uomo nuovo. Nella realtà questo può essere fatto bene o male, ma l’idea è magnifica. Ho fatto una lista di queste cose. Per me le religioni sono serbatoi di sedimenti di esperienze umane, la metafisica di un dio che vive fuori dal pianeta non appartiene al mio modo di pensare, ma è eccezionale. Sono idee importantissime.

Ma provocano anche guerre.

Queste che ho menzionato? Direi di no. Credo che il pericolo stia piuttosto nella convinzione di essere un popolo scelto e di beneficiare del sostegno immediato di dio. Ciò provoca guerra e depressione perché, se non si vince, il declino non è solo militare, ma anche psicologico e religioso, dal momento che si comincia a pensare che dio non ha dato il suo appoggio, e senza l’appoggio di dio ci si sente isolati.

Isolati come le persone che periodicamente sbarcano sulle nostre coste? In quei casi il senso di solitudine è comune a chi arriva e chi riceve.

L’idea principale in quei casi è che abbiamo rovinato l’Africa e che continuiamo a farlo con il neocolonialismo capitalista. I profughi sono le conseguenze dei nostri atti. C’è una certa autoriflessione da parte dell’Europa.

Una parte se ne assume anche le responsabilità, però. Alcuni Paesi dell’Unione lasciano gli oneri agli altri più esposti del corridoio Mediterraneo.

Il vero problema è che coloro che arrivano più o meno legalmente devono rispettare il sistema giuridico del Paese di destinazione e questo, dal canto suo, deve entrare in dialogo con i rifugiati, avere curiosità e sviluppare un contatto culturale con loro per creare i presupposti di un mutuo riconoscimento. Questi due punti rappresentano uno sforzo di costruire un ponte culturale che risponda alle domande: Chi sei? Da dove vieni? Con chi sei sposato? Che cosa vorresti fare qui?

Ad alcuni gruppi queste domande non solo non vengono fatte, ma si esclude categoricamente che possano essere proficue. Dei Rom, per esempio, molti governi di destra in Europa vorrebbero solo sbarazzarsi. Rappresentano un problema e vengono additati come bande di criminali.

C’è un comitato europeo a Madrid che si occupa della questione dei Rom. Qualche tempo fa mi hanno inviato una lettera in cui si denunciava una condizione d’indigenza totale e mi si chiedeva di trovare una soluzione per il sostentamento di questo gruppo di persone. Che cosa possiamo ottenere? Il nostro Paese non è in guerra e non possiamo dichiararci esiliati politici, rifugiati di guerra o vantare alcuno status speciale. Ho pensato di evidenziare due aspetti positivi comuni a ogni gruppo Rom: non hanno mai fatto guerre e sono poliglotti, grazie al loro nomadismo. L’Università di Murcia si è fatta carico della formazione di alcuni di loro. Questo ha posto il problema in un’altra prospettiva.

Quale?

Quella di garantire un’istruzione. La scuola è lo strumento principale dello Stato moderno. È il luogo in cui si insegnano non solo le discipline, ma anche i concetti di tempo e spazio.

Il diritto all’istruzione è fondamentale, ma non risolve tutti i problemi.

È un inizio. Trovo sconsiderato, direi anche criminale, denunciare i problemi e non proporre uno straccio di soluzione ad essi. Oggi in molti lo fanno. Io parto dall’idea che bisogna parlare e capirsi tenendo sempre presente che la soluzione al cento per cento di un problema esiste solo in matematica. Torno all’Africa, sono totalmente d’accordo con chi sostiene che sia necessario garantire un livello di vita dignitoso per tutti.

Da anni esistono programmi delle Nazioni Unite, raccolte fondi di migliaia di ong, perfino i Millennium Development Goals vanno in quella direzione. Nessuno di questi attori sembra riuscire nel proprio intento.

L’uomo che ha fatto qualcosa di concreto in questa direzione si chiamava Muhammar Gheddafi, con la sua idea di ridistribuire i proventi della vendita del petrolio. Il problema è che ci ha provato in una fase della sua vita in cui lui stesso era un fenomeno psichiatrico patologico. Allora i poteri occidentali hanno sfruttato la situazione per ammazzarlo. Alla sua morte non c’è stato un successore in grado di concretizzare quel programma. Tutto il resto che è stato raccontato, la democrazia, la libertà, la fine della dittatura, non è stato il compimento di un nobile programma occidentale, ma solamente un pretesto che ha fatto leva sull’ingenuità di quei popoli che hanno collaborato alla fine del Rais.

A proposito di idee occidentali, parliamo della nazione che si considera esempio della cultura di libertà: gli Stati Uniti. Lei è nato a Oslo, la città del premio Nobel per la Pace che sei anni fa è stato conferito a Barack Obama. Oggi, agli occhi della Storia, l’amministrazione Obama è anche quella che ha fatto maggior ricorso all’uso di droni in zone di conflitto. Come si spiega quel premio, secondo lei?

Si spiega con l’entrata della Norvegia nella Nato, nel 1949. Da allora è stato palese che tutti i premi Nobel per la Pace dovessero essere compatibili con la politica estera degli Stati Uniti e che lo stesso comitato fosse uno strumento di quella politica. La prova di tutto ciò è nell’esempio che lei ha fatto. Conferire il premio Nobel per la Pace a Obama è stato assolutamente pazzesco, come lo è stato conferirlo a Kissinger e ai capi di Israele. La loro non è stata una politica di pace, ma di espansione, una dottrina che è alla base della mentalità statunitense, basti ricordare l’espansione dei pionieri nel vecchio West. Il comitato del Nobel per la Pace è riunito in un Paese, il mio Paese, cliente dell’imperialismo degli Stati Uniti. Credo che una buona scelta possa essere quella di assegnare il Nobel alle Nazioni Unite. Non al Consiglio di Sicurezza, ovviamente, ma a un comitato eletto dall’Assemblea Generale.

Dialogo fra le parti in lotta, ascolto attento e conoscenza delle ragioni altrui. Le sue formule di distensione per i conflitti mondiali sono molto simili a quelle di Alexander Langer per l’Alto Adige-Sudtirolo.

L’ho conosciuto. Lui ha un posto speciale nel mio cuore, è molto evidente. Ricordo molto bene una riunione del Parlamento europeo sulla politica di pace. Io ero lì in qualità di esperto, lui era parlamentare. Quattrocento persone osservavano il nostro dialogo. Aveva un sacco di buone idee, non soltanto quelle relative al pacifismo negativo, ma anche e soprattutto quelle sul pacifismo positivo. Ci sarebbe bisogno di duecento, trecento, cinquecento, seicento nuovi Alexander Langer. Sarebbe magnifico se l’Italia offrisse ancora uomini di quella grandezza.

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