La Siria dipinta di Tiffany Chung

L’arte racconta una guerra che riporta solo numeri, riempiendo il vuoto dell’informazione

di Giulia Bondi

Ultimo fine settimana per la Biennale d’arte a Venezia, dove il tema “All the world’s futures” ha dato spazio a molte opere a tema civile e politico, come quelle dell’artista vietnamita

Sono piccole tele, a sfondo colorato, ricoperte di disegni geometrici e delicati. È il titolo, “The Syrian project”, a svelare la componente civile e politica del lavoro di Tiffany Chung, artista vietnamita, classe 1969, le cui opere sono parte della 56esima Biennale d’arte di Venezia che si conclude questo fine settimana.

Quello che all’apparenza può sembrare un decoro quasi floreale, spesso in colori tenui e pastello, si rivela essere in realtà una raffigurazione grafica, basata su mappe e dati statistici, di quattro anni di conflitto in Siria, con una particolare attenzione alle vittime di guerra e alle centinaia di migliaia di profughi che la guerra ha provocato.

Chung, che nell’infanzia ha vissuto personalmente le conseguenze della guerra del Vietnam, non è nuova a lavori pittorici ispirati alla geografia, alle mappe e alla statistica per rappresentare, per esempio, la guerra del proprio paese o la Berlino divisa dal muro.

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Il curatore Okwui Enwezor, nato in Nigeria, già curatore di Documenta 11 nel 2002 e di altre importanti mostre internazionali, con il tema “All the world’s futures” ha catalizzato numerose opere e artisti il cui lavoro presenta un chiaro sfondo di impegno politico o sociale.

Il Leone d’oro è andato ad Adrian Piper, con un’opera-gioco relazionale, che punta a creare una “comunità etica” tra i visitatori, che nel corso dei mesi di esposizione si sono impegnati moralmente con la sottoscrizione di tre diversi contratti.