Bruxelles, tra paura e libertà

Un tranquillo week end di paura nella capitale belga


di Anna Maria Volpe, da Bruxelles

Nel giro di una mattinata Bruxelles si è spenta. Su decisione del Consiglio Nazionale di Sicurezza, il livello di allerta legato alla minaccia terrorista ha infatti raggiunto la soglia massima. Atmosfera plumbea, atmosfera pesante.

Oggi le vie sono quasi deserte, i negozi del centro e i principali centri commerciali non hanno aperto. Annullate numerose manifestazioni culturali, saltate le competizioni sportive. Il BOZAR, i musei del Parco del Cinquantenario, l’Atomium hanno chiuso i battenti.

Enorme anche l’impatto sui mezzi di trasporto: la metro riprenderà probabilmente a circolare solo oggi alle 15.30. La stazione Schuman, tra la Commissione Europea e il Consiglio, è tenuta particolarmente sotto controllo e le misure di sicurezza saranno rinforzate ovunque. Tensione altissima anche a Midi, snodo ferroviario principale della città.

E’ una Bruxelles che si sente in ostaggio, scissa tra la paura della minaccia e la voglia di non cedere al terrore.
Si è provato a resistere; come riporta il quotidiano Lesoir, questa mattina Michel Kacenelebongen, direttore del Theatre Public, ha annunciato: “Il teatro rimarrà aperto, non cederemo alle ingiunzioni dei terroristi”. Ma le notizie del pomeriggio hanno sgretolato questa voglia di tenere la testa alta e non mollare.

Non è facile leggere i giornali e scoprire che diverse armi sono state trovate anche oggi a Molenbeek, a 15 minuti a piedi dalla Grand Place, dove, normalmente, i turisti pullulano e riempiono i negozi di cioccolata. Non è facile ascoltare il Primo Ministro parlare di possibili attacchi simultanei, uomini armati, svariati obiettivi.
Pur non volendo, lasciarsi impressionare è automatico. E le conseguenze sono immediate.

L’Amour Fou, uno dei restobar più frequentati della capitale, avrebbe dovuto festeggiare questa sera i suoi 5 anni. Ecco cosa i gestori scrivono nella pagina facebook del locale: “Abbiamo deciso di non festeggiare questa sera. Non vogliamo vivere nella paura, ma tutti i locali sono chiusi e non vogliamo essere i soli a correre dei rischi. (…) Vi amiamo”.

Fa male vedere la città in questo stato, è una ferita aperta nello spirito, una triste première per chi non conosce questo tipo di rassegnazione subdola, che si insinua tra i pensieri. E che occorre scacciare. Perchè è giusto, perchè bisogna pur reagire. Perchè la paranoia è nemica della libertà, della democrazia.
Ma la paura è umana. E cosi si continua, oggi, in questo continuo incontro di pugilato mentale, tra lucidità e irrazionalità, tra gioia di vivere e mestizia.

Ci si può solo augurare che i camioncini e i militari dell’esercito piazzati, con tanto di mitra, nel cuore del luccicante Sablon o di fronte alla Bourse, solo per citare alcuni luoghi, possano presto diventare un vago e sbiadito ricordo.
E naturalmente ci si augura anche che in questi tempi difficili la politica sappia gestire con intelligenza una situazione complessa, senza cadere nelle strumentalizzazioni e nei facili stereotipi. Quello si, che sarebbe un guaio. Sembrerà banale, ma in giornate cosi, si ha veramente bisogno di unione, di umanità.

Viene voglia di uscire di casa e abbracciare uno ad uno i commercianti delle Marolles, storico e popolare quartiere bruxellese, che hanno aperto la loro attività: macellerie, piccoli negozi di antiquariato, bistrot, edicoli. E si ha il desiderio di dire loro grazie, perchè la vita comunque continua.

Ma è chiaro che la prospettiva cambia. Come ha scritto una mia amica sulla sua pagina facebook: “Abbiamo sempre avuto il privilegio di vivere senza pensare al rischio di morire uscendo di casa. Oggi è un’eccezione, spero. Se cosi non fosse sarebbe molto difficile adattarsi. Saremmo obbligati a cambiare prospettiva. E prendere in considerazione che nel mondo ci sono persone che vivono in questo modo ogni giorno”. Oggi mi sembra che non ci sia nulla di più vero.