Stateless on Lesvos

Un documentario racconta le persone in fuga dalla guerra che sbarcano in Grecia

di Clara Capelli

Sono tante le immagini degli sbarchi di rifugiati e migranti sulle coste greche che si sono affastellate di fronte ai nostri occhi questa estate. Così tante e dolorose da confondere, schegge di informazioni che feriscono il cuore ma spesso travolgono la mente senza aiutarla a vedere il quadro nella sua complessità.

Il documentario Stateless on Lesvos cerca di mettere in ordine nello spazio di 26 minuti tutte queste immagini, di ritesserle in una trama che ci permetta di comprendere con maggiore chiarezza le cause e le problematiche dei più recenti fenomeni migratori in Grecia.

Disponibile su YouTube dal 7 dicembre, Stateless in Lesvos è opera di Guy Smallman, membro del collettivo britannico di attivisti videomakers ReelNews che si è già occupato di migranti in Grecia nel 2013 con un altro documentario, Into the Fire, nel quale si mostrava il montare della xenofobia e della violenza ai danni di migranti in una società sgretolata dalla crisi economica acuita dalle misure di austerità.

Questa volta Smallman rivolge l’obiettivo della sua telecamera sui rifugiati di guerra – soprattutto siriani e afghani – dell’isola di Lesbo, noto centro turistico dell’Egeo settentrionale.

Non potendo varcare il confine tra Grecia e Turchia verso il fiume Evros (una barriera è stata costruita tra il 2011 e il 2012), i rifugiati si affidano al mare. Per la sua relativa prossimità alla costa turca, Lesbo è diventata uno dei principali punti di approdo in Grecia per siriani e afghani in fuga dalla guerra, quasi 400.000 solo nel 2015 secondo stime dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Smallman filma gli sbarchi, le terribili condizioni e lo smarrimento di chi nonostante tutto ha superato anche questa tappa della sue fuga, mostrando una delle tante dimensioni statelessness (apolidia: la condizione di un individuo che nessuno Stato considera come suo cittadino) di cui parla il documentario: migliaia di persone che non hanno uno Stato di diritto cui appellarsi e che sono dovute fuggire dai conflitti in corso nei loro Paesi di origine, arrangiandosi e ricorrendo ai servizi dei trafficanti vista l’assenza di canali umanitari e meccanismi legali.

“Molti di loro hanno visto il mare per la prima volta quando l’hanno attraversato per arrivare sulle coste greche. Immaginate quanto possano essere traumatizzati anche quando il mare è calmo e la traversata si conclude senza vittime”, racconta Smallman.

“Anche se l’arrivo dei rifugiati a Lesbo si è altamente intensificato nel 2015, non si tratta di un fenomeno nuovo per la popolazione”, racconta Jenny Tsiropoulou, giornalista originaria di Lesbo che ha coperto gli sbarchi di siriani e afghani in agosto.

“È dagli anni Duemila che si arrivano i barconi, le date sulle tombe di rifugiati e migranti vanno indietro almeno fino al 2006. Contrariamente ad altre isole dove le reazioni xenofobe si sono acuite, gli abitanti di Lesbo hanno reagito con senso pratico e spirito solidale. Fa parte della storia stessa dell’isola. Molti offrono cibo, coperte, vestiti, spesso i pescatori accettano di salpare per monitorare che non ci siano barche di migranti in avaria. Sono in tanti ad avere storie orribili di cadaveri di bambini recuperati, un’esperienza che li ha traumatizzati profondamente”.

Nelle attività di prima assistenza ai rifugiati giunti a Lesbo emerge prepotente un’altra condizione di statelessness. Come si illustra con cura nel documentario, a occuparsi di accogliere e fornire beni base come cibo, acqua e coperte sono soprattutto volontari greci e stranieri facenti riferimento a una serie di iniziative dal basso. Le autorità greche non ci sono. La comunità internazionale non c’è.

“Sono tutti volontari, certo ci sono alcuni problemi a livello di coordinamento, ma posso dire per esperienza che stanno lavorando in modo davvero professionale”, afferma Smallman, che ha anche raccontato i giorni passati a Lesbo in un blog per Reel News.

“I bisogni dei rifugiati richiedono però moltissime risorse che queste associazioni non hanno, come per esempio l’assistenza medica e psicologica. Non mi aspetto che sia lo State greco a farsi economicamente carico di ciò, non con la crisi che stanno affrontando. La responsabilità greca rispetto alle guerre in corso in Siria e Afghanistan è minima. Ma è l’Unione Europea che dovrebbe mobilitarsi anziché spendere soldi per erigere altre barriere. I soldi nell’aiuto umanitario sarebbero certamente spesi meglio”, prosegue.

Anche Tsiropoulou è convinta che le associazioni attive sul campo stiano facendo un lavoro notevole, colmando più d’un vuoto, dai servizi di alloggio e assistenza di base a quelli di informazione e registrazione. Sottolinea l’importanza di maggiori risorse da parte l’Unione Europea e della comunità internazionale, così come un ripensamento delle politiche sulle frontiere e sull’integrazione nel lungo periodo.

Ritiene però che la Grecia sia chiamata a contribuire, non necessariamente solo a livello economico, ma soprattutto in termini di attività di coordinazione e supporto delle iniziative sul campo e di comunicazione della questione dei rifugiati. “Il governo deve fare qualcosa per cambiare la retorica sui rifugiati. La parola “migrante irregolare” deve essere cancellata dal discorso pubblico.

Se rendi umana la tua parola, anche la tua percezione diventa più umana.” Molto interessante è la sua analisi di come i giornali locali stanno affrontando la questione: “Non hanno avuto derive razziste, spesso hanno criticato il governo per avere abbandonato Lesbo durante la “crisi dei rifugiati”, chiedendo misure sostanziali ed efficaci, soprattutto durante l’estate, quando assistevamo anche 5000 arrivi al giorno”.

Lesbo tuttavia è solo una delle tante terre di transito sulle rotte dei rifugiati. La destinazione è altrove, a Nord, alla ricerca di quei diritti che pongano fine a questa situazione di statelessness. A restare è solo chi non è più in grado di proseguire, troppo debilitato o traumatizzato.

“Data la crisi economica in cui versa la Grecia, non penso che molti rifugiati siano interessati a fare richiesta d’asilo qui. Forse solo quelli che non hanno più soldi per continuare il viaggio”. Perché attraversare una frontiera chiusa costa, costa molti soldi.

Per chi può la traversata continua verso altre barriere da superare, in un clima ancora più inasprito dai recenti tragici fatti di Parigi, evocati in più parti del documentario. “È ancora più difficile parlare di aprire le frontiere quando è diffusa la parola che si stiano spalancando le porte a dei terroristi”, commenta Tsiropoulou.

“La confusione sulla questione dei migranti e dei rifugiati è enorme”, sostiene Smallman. “Primo, si tende a non distinguere in modo adeguato tra migranti economici e rifugiati di guerra, il che impedisce di comprendere le cause che spingono queste persone a lasciare la loro terra. Secondo, troppo spesso si sminuiscono le responsabilità dell’Europa di fronte ai conflitti in Siria e Afghanistan. Terzo, i media hanno più volte messo in relazione gli attacchi di Parigi con l’arrivo dei rifugiati in Europa, agitando lo spauracchio della minaccia terrorista. Niente di più falso, gli attentatori di Parigi erano tutti cittadini europei”.

E nel suo tentativo di dare chiarezza alla questione dei rifugiati a Lesbo, Smallman pone domande precise agli spettatori, li invita a mobilitarsi a sostegno delle associazioni che si occupano della prima assistenza sull’isola e a fare pressione perché la politica estera e di accoglienza dei Paesi europei cambi. Ponendo fine al pervasivo stato di privazione a cui migliaia e migliaia di rifugiati sono condannati.