#4 – Del risveglio e del tentativo di reiterare la veglia

di Juri Bomparola

Suona il cellulare. Qualsiasi avventura io abbia vissuto la sera e la notte precedenti, la sveglia è puntata a quell’ora lì. Scatta e suona, obbediente e inesorabile, infame e crudele, lei scatta e suona.

Mi incazzo ma gliel’ho detto io, anzi: gliel’ho ordinato.
Se non avesse suonato, mi sarei incazzato comunque, anche di più.
Quando ho iniziato a strimpellare in giro per l’Italia il cellulare era un privilegio per pochi benestanti, ora ne ho uno perfino io. E suona a quell’ora lì.

Apro un occhio solo, generalmente il sinistro. Afferro il cellulare, e il gesto che trovo più ovvio compiere è posticipare la sveglia.

Risuona prepotente, nove minuti dopo.

Il motivo per il quale l’intervallo tra una sveglia e l’altra sia fissato a nove minuti mi è tuttora oscuro.
Apro ancora l’occhio sinistro, questa volta sono però costretto ad aprire anche il destro pochi istanti dopo.
La lamentazione iconoclasta d’ordinanza è simultanea alla contrazione addominale che mi porta in posizione seduta.

Mentre la sveglia continua a suonare, prendo in mano ancora il telefono.
Lo guardo perplesso, pensando a quale santo posso ancora bandire dal paradiso, decidendo, infine, di omaggiare in maniera colorita l’onomastico quotidiano.
Clicco finalmente sul tasto “Ok” apparso di fianco a “Posticipa” sullo schermo del mio smartphone.

Per associazione di idee torno con la mente a qualche anno fa, quando possedevo il più economico dei Nokia, probabilmente la più infima forma di cellulare esistente sul mercato.
Quando mi trovavo in questa stessa situazione, allora, lo schermo di quel telefono minimale riportava due pulsanti virtuali: “Interrompi” e “Reitera”.

Sorrido al pensiero: “reitera”. Cazzo, reitera!

Che verbo fantastico: buttato lì, sullo schermo di un telefono, in maniera tanto opportuna quanto assurda. Quanti saranno i possessori di un Nokia qualunque che utilizzano il verbo reiterare almeno una volta l’anno? Me lo sono sempre chiesto.
Un semplice telefonino era in grado di rinfacciarmi l’ignoranza quotidianamente: prima lezione di una lunga giornata. Appena sveglio per di più. Nemmeno sveglio, a dire il vero. REM in quegli istanti significa ancora troppo sogno e poca musica.

Puffo dormiglione

foto di Paolo “Paul” Chieregatti Martini

Questo pensiero dura quanto i primi due o tre battiti di ciglia.
Qui bisogna muoversi: c’è da andare a fare musica. Oggi un “Ok” basta per svegliarsi.

Quello che è necessario reiterare adesso è la veglia. Un sonno boia mi pervade, insieme alla convinzione che oggi proprio non ce la farò a superare questo stato catatonico.

Mi infilo nelle ciabatte e mi alzo: signore e signori, sono in piedi!
Una camminata pesante mi accompagna in bagno, dove svolgo i rituali comuni a tutti: muratori, impiegati e Regina d’Inghilterra. Her Majesty va sempre citata, perché in questi casi è antonomastica.

Una bella sciacquata alla faccia mi riconcilia almeno in parte col mondo, il che mi fa pensare affettuosamente al santo del giorno, maledetto poco prima. In fondo è stato uomo anche lui, non avrei dovuto prendermela così tanto. Do la colpa al calendario che mi ha suggerito incautamente il suo nome e vado in cucina.

Penso al pranzo da preparare, mentendo soprattutto a me stesso: so bene ciò che mangerò e intanto il tempo stringe.
Il menù prevede pasta in bianco, con olio extravergine crudo e grana. Come secondo probabilmente salmone affumicato in confezione, oppure mozzarella e tonno, ad andar bene del pollo alla griglia.
Quando parlo della mia alimentazione la gente mi dà del maniaco della dieta “pulita” e sportiva.
La verità è che non so cucinare, tutto qui.
Deve essere facile e veloce; in queste situazioni sono solo un Homo Sapiens che mangia per nutrirsi.
L’ora del ritrovo con la band si fa sempre più vicino, sto pensando troppo e agendo poco.

Realizzo che mangiare guardando programmi in tv come Masterchef Australia o Hell’s Kitchen, per me è un supplizio. Aragoste, gourmet e nouvelle cuisine, leccornie di ogni genere sullo schermo e pasta scondita nel piatto.
È una sorta di prova di volontà, un esercizio di condizionamento cerebrale. Mangia che è buono, mangia!

Così quantomeno faccio in fretta.
Mentre lavo i piatti ascolto le notizie, che sicuramente mi avrebbero fatto passare ancor di più l’appetito. Auguro qualche malanno al politico di turno, prima di tornare in bagno e buttarmi in doccia. Canto tutto ciò che vorrei cantare sul palco ma non posso, per vincoli di repertorio.
Lo fa qualunque mortale, intonato o stonato che sia, perché non dovrei farlo io?

Spettacolo gratuito per i vicini di casa.
Dalla doccia in poi i minuti si fanno sempre più veloci e scappano come tanti Usain Bolt sulla pista del tempo.
È ovvio che sarò in ritardo o al limite in orario tiratissimo.

Sono da sempre nemico degli orologi.

L’adrenalina prodotta dalla fretta mi ha reso dimentico della stanchezza e del sonno, ora sono carico e scattante. Non come i minuti ma mi avvicino.
Indosso la giacca poi, preso il trolley con il cambio per il palco, apro la porta pronto per lo sprint finale, che sarà solo l’inizio della nuova avventura in giro per l’Italia.
Sul pianerottolo chiamo l’ascensore mentre chiudo la porta di casa, nello stesso istante un pensiero mi porta a maledirmi.
Riapro la porta, mi fiondo in sala e afferro la custodia contenente il mio basso.
Il basso! Puoi dimenticare il basso a casa, quando fai il bassista di professione?
Puoi.

Attorno alla musica c’è tutta la vita che a volte ti fa dimenticare lo strumento a casa.

Non sono mai stato tanto attaccato alla vita.

Entro nell’ascensore. Suona ancora il telefono, stavolta non è la sveglia ma mia madre.
“Ciao mà! Come stai? Ascolta, ti chiamo io più tardi. Ora sono di corsa, sto andando a suonare. Sai com’è: sono una rockstar…”

L’ascensore si apre sputandomi nel seminterrato dei box.

Grazie al pensiero del mio vecchio Nokia posso sperare di reiterare questa veglia che si annuncia lunga.

 

Juri Bomparola Musicista professionista dal 2001, lavora nel mondo delle cover-band e si dedica all’osservazione della gente, perché di persone ne incontra parecchie. Gira l’Italia con un basso tra le mani; suona canta e rappa. Dal 2004 fa parte degli OxxxA, storica cover-band milanese che più di vent’anni or sono ha aperto la strada a chi sognava di fare della musica dal vivo in Italia una professione aperta a tutti.

La rubrica “Mamma sono una rockstar!” La mamma vorrebbe un figlio medico, imprenditore o ingegnere. A volte capita che la mamma non comprenda che un musicista cura se stesso e gli altri con la musica, è imprenditore della propria band ed è pure ingegnere del suono. Lo spieghiamo in questo spazio dedicato a piccoli e grandi musicisti e alle loro mamme. Un viaggio non solo on the road ma anche e soprattutto between the roadsIl musicista suona, ma tra un concerto e l’altro pensa e vive. Ispirato da Ungaretti un bassista racconta i suoi piccoli conflitti quotidiani.