Petrolio: per ogni su c’è sempre un giù

Motivazioni e conseguenze del calo del prezzo del greggio.
Si apre una nuova stagione dei mercati energetici?

di Nicolò Rossetto

Nelle ultime settimane i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati nuovamente scossi da profondi tremori dovuti alla preoccupazione di un ulteriore rallentamento dell’economia cinese e alla flebile ripresa europea, che potrebbe interrompersi prima ancora di aver preso forza.

A segnare profondi ribassi anche il petrolio greggio, che oggi vale circa 30 dollari al barile, ma ne pretendeva 50 un anno fa e oltre 100 nell’estate del 2014. Un tracollo vero e proprio, dunque, che come ripetutamente accade, solleva l’attenzione della stampa e l’interesse di commentatori sulle motivazioni e le possibili conseguenze di fluttuazioni così ampie nel valore della materia prima più scambiata al mondo.

Cominciamo dalla motivazioni. Non è facile determinare quanto vale un barile di petrolio greggio.

Dipende da quante persone lo vogliono e da quanto sono disposte a pagarlo (lato domanda) e dipende da quante persone sono in grado di produrlo e da quanto costa loro estrarlo (lato offerta). Purtroppo, ambo i lati di questo mercato sono molto rigidi, ossia l’aggiustamento dei prezzi deve essere molto ampio per indurre produttori e consumatori a eguagliare domanda e offerta. Per questo l’industria petrolifera si caratterizza per prezzi spesso assai volatili, che non raramente variano del 10-30% tra un anno e l’altro.

A seguito dei grandi investimenti fatti in nuova capacità produttiva nel precedente periodo di quotazioni elevate (2004-2014) e a seguito del rallentamento dell’economia mondiale nel corso del 2014-15, oltre che di cambiamenti strutturali nei consumi energetici di molti paesi (maggior ricorso alle fonti rinnovabili, estromissione del petrolio dalla generazione elettrica, ecc.), si è manifestato a partire dal 2014 un persistente surplus di offerta di circa 1-2 milioni di barili al giorno. Può non sembrare molto, al mondo si consumano quotidianamente oltre 90 milioni di barili di petrolio, ma questo eccesso si è tradotto progressivamente in un enorme aumento delle riserve commerciali, che hanno sfiorato, nei soli paesi OCSE, i 3 miliardi di barili. L’equivalente di 150-200 grandi petroliere.

Quest’abbondanza di petrolio si è tradotta in pressioni ribassiste sui prezzi che sono state esaltate dalla percezione che nessuno dei maggiori produttori abbia la volontà di limitare la produzione per riportare in equilibrio il mercato.

Anzi, laddove possibile, la produzione è ulteriormente aumentata. L’OPEC, il cartello dei principali paesi esportatori di greggio, ha deciso di non decidere, lasciando formalmente inalterato il proprio livello di produzione, in realtà ampiamente sforato da sauditi e iracheni che cercano di difendere o accrescere le proprie quote di mercato, sfruttando i propri bassi costi di produzione. La Russia, bisognosa di moneta forte per reggere la propria traballante economia e l’avventurismo militare, ha estratto più petrolio che in ogni altro momento della sua storia post sovietica.

Foto di Adam Selwood via Flickr in CC

Foto di Adam Selwood via Flickr in CC

Le tensioni e i rischi geopolitici che affliggono molte parti del mondo – dal Golfo Persico all’Ucraina, dalla Libia alla Siria – sembrano non avere alcuna rilevanza dinnanzi a questa marea di petrolio che inonda i mercati e al fatto che, una volta scavato il pozzo e trovato il greggio, la semplice estrazione e spedizione costa pochi dollari e quindi conviene sempre (per ora).

Da ultimo, non dimentichiamoci che il dollaro, ossia il metro con cui si misura il valore del greggio, si è apprezzato in questi ultimi mesi rispetto all’euro e a molte altre monete, per cui la misura che esprime (il prezzo di un barile) si è ridotta, ma questo ça va sans dire.

Le conseguenze. La riduzione del 70% delle quotazioni del petrolio ha avuto e ha tuttora un impatto rilevante sui grandi paesi esportatori.

In stati come l’Algeria o il Venezuela l’industria degli idrocarburi rappresenta spesso il 30-50% dell’intera economia e tra l’80 e il 90% delle esportazioni e delle entrate statali. Logico che il crollo dei prezzi comporti un enorme deterioramento della bilancia commerciale e delle finanze pubbliche, che difficilmente potranno continuare a sostenere a lungo il patto sociale esistente in molti “petro-stati”, dove il cittadino (suddito) ha pochi diritti, ma non paga le tasse e riceve benzina ed elettricità praticamente gratis.

Foto di Thomas Hawk via Flickr in CC

Foto di Thomas Hawk via Flickr in CC

Nei paesi industrializzati, che spesso il petrolio lo devono importare, l’effetto della diminuzione dei prezzi è stato invece tendenzialmente positivo, anche se non così rilevante come in passato, dato che ormai dal petrolio si ottiene solamente all’incirca un terzo dell’energia che consumiamo. Molte famiglie e imprese ringraziano perché possono fare più chilometri con un pieno di benzina, ma non poche imprese si trovano in difficoltà perché vendono molti dei loro prodotti proprio ai petrolieri o ai ricchi arabi (si pensi a Tenaris o alle imprese del lusso).

Lo stato, almeno in Italia, ci ha in parte perso, visto che il gettito dell’IVA pagata sui carburanti è diminuito, così come il valore delle partecipazioni e i dividenti in Eni.

Molti hanno gridato al “new normal”, ossia a una nuova fase storica dove la normalità è rappresentata da quotazioni relativamente basse per il petrolio e le altre materie prime. In effetti, i prezzi dell’energia sono stati mediamente elevati per oltre 10 anni, con la sola parentesi del momento più acuto della crisi finanziaria nell’inverno 2008-09. E tuttavia, non bisogna dimenticarsi che nel 1998 il petrolio era scambiato a circa 10-12 dollari al barile, un terzo di quanto è adesso (anche a moneta costante i valori non cambiano molto).

Quanto durerà questa nuova ma già vista stagione dei mercati energetici? Uno o due anni, o forse addirittura un decennio.

Nessuno lo sa di preciso, ma è certo che il calo nei prezzi di questi mesi ha indotto moltissime imprese petrolifere a ridurre drasticamente i propri investimenti in nuovi giacimenti e alcune sono state perfino costrette a portare i libri in tribunale. La produzione americana di petrolio da argille (shale oil) e da rocce compatte (tight oil) ha già toccato il suo picco e sta lentamente ma inesorabilmente scendendo. Lo stesso toccherà nei prossimi semestri anche ai produttori convenzionali.

Come diceva bene il mago Merlino ne “La Spada nella Roccia”, per ogni su c’è sempre un giù e per ogni giù c’è sempre un su. Senza saperlo, con questa battuta colse l’essenza dell’economia del petrolio.

 
L’immagine in apertura è una fotografia di Paul Lowry tratta da Flickr in CC.