Tra i banchi di scuola di Corelli

Una scuola fatta di volontari e profughi. Dove non ci sono voti, ma solo crescita e dove si insegna italiano, ma soprattutto si lavora giorno dopo giorno per l’integrazione

di Carlotta Dazzi

La bontà e il cambio di vita hanno il sorriso di Angela Marchisio e gli occhi di Quame, il ragazzo quasi 18enne del Ghana che da qualche mese segue questa dolce volontaria passata dal dirigere ristoranti e locali al dividersi tra la scuola di italiano del Centro di Prima Accoglienza di via Corelli e l’hub del Comune di Milano per gestire i flussi emergenziali di migranti. Ascoltarla è una lezione di vita, una testimonianza che un mondo diverso è possibile.

Come ti sei avvicinata al volontariato e perché hai scelto di occuparti di profughi?
Seguivo i volontari di Milano e mi capitava di vedere i filmati sulla Siria, volevo documentarmi di più e ho chiesto cosa potevo fare. Da lì al mezzanino della stazione Centrale (a lungo centro di accoglienza e smistamento dei flussi spontanei di profughi n.d.r.) il passo è stato breve. Subito mi hanno chiesto di seguire due ragazzi come insegnante di italiano perché avevo già fatto da tutor a una ragazzina rumena alle medie.
Tutto parte dalla scuola. Per i profughi è fondamentale imparare l’italiano perché l’integrazione e la possibilità di riuscita dei loro progetti è indissolubilmente legata alla conoscenza della lingua del Paese dove hanno scelto di chiedere asilo.

La padronanza della lingua sarà il primo strumento per realizzare le loro nuove vite.

Per questo mi sono detta “provo” e senza neanche accorgermene mi sono ritrovata a fare lezione a un ragazzo un curdo iracheno di trent’anni e a un siriano più giovane. Poi, ho preso sotto la mia ala anche un ragazzo del Ghana che non parlava né arabo, né francese, né inglese, né italiano e che, soprattutto, non scriveva né leggeva, completamente analfabeta.

Quame, un ragazzo in corpo da gigante…
Sì, sono pochi mesi che è in Corelli e ha fatto richiesta d’asilo. Non c’è nessuno che parli il suo dialetto e per questo sono andata in Corelli per vedere come viveva, ho chiesto che mi permettessero di fargli lezione lì e adesso con Quame facciamo le prime stanghette sghembe delle lettere.

In Corelli che lingue parlano i mediatori?
Molti operatori sono arabi, egiziani, siriani e quindi l’arabo non è un problema, poi parlottano tutti inglese e francese.

Come hai trovato questo ex Cie in cui pochi sono entrati?
Sono rimasta colpita abbastanza positivamente da Corelli. Ho visto un centro che certamente ha la struttura di quella che è stata una sorta di prigione. Quindi porte di ferro, cancelli, sbarre alle finestre, grandi corridoi e stanze laterali da 4/6/8 persone e a volte, se serve, materassi per terra. Però è tutto molto ben tenuto: il giardino è grande pulito e ordinato, la pulizia vige sovrana e gli operatori sono molto gentili.

Gli operatori sono italiani?
I coordinatori sono italiani, ma gli operatori sono di altre nazionalità e mi sembra una scelta giusta perché devono comunicare con persone non italiane. Ho mangiato con loro, sedendomi a tavola assieme in Corelli. La distribuzione dei vassoi dura molto, ci sono code lunghe e a un certo orario la cucina chiude, ma sono ben accuditi. Ricevono i pasti da fuori e poi si mangia dove si può, anche in camera o in giardino.

Come descriveresti l’atmosfera di Corelli?
È sicuramente difficile vivere in un contesto del genere, ma non perché il centro abbia caratteristiche negative. È difficile in generale la situazione che i rifugiati vivono perché sono persone che hanno abbandonato la loro vita, che devono fare i conti con un passato nel quale avevano dei progetti, dei sogni ai quali devono rinunciare perché qui non si realizzeranno. Devono fare i conti con un Paese nuovo (e una lingua nuova) nel quale sono gli ultimi arrivati.

Le loro aspettative cambiano del tutto…
Se abbiamo davanti un ingegnere si cerca di collocarlo, però molti di questi ragazzi hanno fatto studi comuni, non parlano benissimo l’inglese, non parlano per niente l’italiano, devono ricominciare tutto molto dal basso. Anche quando chiedo ai miei studenti «Cosa vorresti fare, cosa facevi?» non è semplice. Chi faceva il cassiere in un mercato di strada a Mussul cosa potrà fare in Italia? Me lo domando io e se lo domanda anche lui. Bisognerà iniziare da lavori di bassa manovalanza che magari non avevano in mente.

Una realtà difficile da accettare.
I siriani che arrivano qua spesso facevano parte di una piccola borghesia che cercava di evolversi. Questo è un passo indietro per loro, scappano da una guerra, si mettono in salvo ma devono ricominciare dall’inizio, tutto è difficile. Questi giovani uomini poi a volte restano inoperosi tutto il giorno e allora vengono fuori i pensieri, i malumori, la negatività.

Ma è così, è il primo passo dell’immigrato: capire che inizia una vita e che non sarà facile, ci mettono tempo.

Alcune storie tolgono il sonno e le forze in campo non bastano per rallentare un viaggio troppo spesso ai limiti dell’assurdo, non trovi?

Li anima una determinazione senza pari. Per esempio in Corelli abbiamo un ragazzo siriano al quale faccio lezione che non si dà tregua. Era in Siria, sposato da 15 giorni, quando è arrivata la notizia che lo avrebbero richiamato per fare servizio nelle milizie di Assad. Pagando ha ottenuto cinque giorni di tempo per presentarsi durante i quali la sua famiglia gli ha organizzato la fuga in Europa. Ha lasciato là un mamma e un papà molto anziani di 90 anni, una moglie di vent’anni sposata da pochissimo e ora sballottata tra i genitori e i suoceri sotto le bombe a Damasco.

Un bel match…
Giustamente vuole il ricongiungimento famigliare, il che significa ottenere i documenti. Ma quando la giovane sposa arriva non rientrerà nei programmi di protezione per i richiedenti asilo. Lui la dovrà mantenere, avere una casa perché lei non entrerà in Corelli non avendone diritto. Lui fa fatica a capirlo, vuole lei e non c’è modo di spiegargli che se si prende più di tempo lei arriverebbe in una situazione più facile.

Dopo quattro anni di esodo la procedura dovrebbe però essere più chiara.
Ho l’impressione che questo ragazzo come altri facesse parte di quella borghesia che sosteneva Assad, tant’è che non è stato arruolato quattro anni fa, ma ora. Tanti vengono qua con la mentalità della società araba per cui se sostenevi la persona giusta e andavi negli uffici, magari pagando, ottenevi quel che volevi velocemente.
Qui fanno i conti con una burocrazia dove le cose funzionano secondo la legge fortunatamente, che però è lenta, mastodontica, elefantiaca. Una burocrazia che non dà risposte: mesi e mesi di attesa. Faticosissimo per loro.

Ci fai una fotografia di Corelli oggi?
Ci sono 80 richiedenti asilo messi dalla Prefettura che dovrebbero andare negli Sprar e non in Corelli che è un centro temporaneo. Ma i posti Sprar non ci sono, o non sono attivi. A questi si aggiungono di norma 180/200 profughi che di media stanno 3/4 giorni e sono soprattutto eritrei, somali, ghanesi.

E dopo questi pochi giorni dove vanno?
Si rimettono in viaggio. I siriani hanno avuto e hanno un progetto migratorio molto ben definito e molto diverso dagli africani. Vivendo le situazioni poi ci si rende conto perché la Merkel ha scelto un certo tipo di profugo fregandosene del resto dell’Europa e pensando sicuramente: «I miei tedeschi è meglio se si confrontano con i siriani». Ha tutte le ragioni, è più facile. I siriani sono tutti mediamente diplomati, hanno quasi tutti una carta di credito, dei risparmi, hanno un’attitudine al lavoro ed è facile trasformarli in operai specializzati. In Svezia, in Germania sono sempre ben accolti, e l’invecchiamento della popolazione gioca a loro favore.

Definire una nuova vita non è però da tutti…
Sicuramente fanno più fatica i siriani rispetto agli africani che partono da situazioni del tutto diverse. Per gli africani arrivare in Corelli è già aver vinto una lotteria. Poi lo scatto mentale per cui questa lotteria non continua a erogare doni per sempre, ma che bisogna conquistarseli lavorando non è scontato per tutti. Gli eritrei, per esempio, hanno un progetto migratorio meno definito e sono una popolazione che va più guidata perché cinquant’anni di dittature, fame, mancanza di cultura, di non connessione con il resto del mondo hanno creato persone più in difficoltà a immaginarsi com’è la vita qui da noi.

Come vedi il futuro dei rifugiati in Italia?
È difficile inserirli, bisognerà dedicare delle competenze se ci sono, tempo, risorse affinché queste persone possano diventare una risorsa per il Paese che le ospita.
 Sui siriani è attuabilissimo; su eritrei, somali, africani ci vuole di più.

Quest’esperienza di volontariato ti ha cambiata?
Tantissimo: mi ha cambiata e mi cambia continuamente, cambia i valori sui quali voglio fondare la mia vita e quella di mia figlia che ha nove anni. Ci tengo a strutturare anche la mia casa, la mia famiglia, l’accoglienza che potrei offrire a qualcuno di loro perché mia figlia possa vivere secondo valori che vanno scomparendo, che sono “il saper vedere l’altro”. L’altro è un compagno che ti viene a fianco e deve essere felice, spensierato come te, vincente e positivo che magari pensi che la felicità è solo qui.

Invece…
Invece poi accade che una mattina passi un’ora bellissima con un giovane profugo all’hub che ha perso il telefono e al quale puoi regalarne uno nuovo. È in giorni così che mi dico: «Angela come vuoi vivere? Hai di fronte a te un ragazzo di 18 anni, un bambino anche se è alto un metro e 80, che ha perso il telefono». Per questi ragazzi il telefono è tutto perché hanno i loro amici, la loro mamma, quel che resta del loro mondo dentro il telefono. Perdi il telefono e rischi di diventare un isolato, di non poter più arrivare a nessuna delle persone importanti affettivamente ma anche importanti perché ti potevano aiutare.

E diventi Angela di nome e di fatto…
Per me non c’è alternativa. Cosa faccio: mi giro dall’altra parte e non vedo questa cosa? O ci entro e prendo la gioia che riesco a dare? Per me il grazie di un ragazzo in difficoltà è tutto. La mia regola è donare. Ai ragazzi dico sempre: «Continuerai il tuo cammino, farai la tua strada e incontrerei sempre qualcuno che sta peggio di te. Ma ti prego Malaca, Soukar, Mohamed, quando lo incontrerai ricordati di questo momento che hai passato con me. Io ti sto aiutando, ricordati come ti senti, la felicità, il bene, l’essere stati un attimo umani, io e te stretti, ricordati questa cosa e riproducila». Questa dobbiamo fare perché se riusciamo a farlo tutti noi, Malaca come Soukar, il mondo diventerà un posto migliore. Posso fare solo questo, non posso farne altre perché non ho le risorse per cambiare il mondo. Però nel mio piccolo sì, io e il mio vicino sì, il ragazzo che ho conosciuto e aiutato sì, gli ho dato una possibilità, al ragazzino cui insegno a scrivere sto dando lo strumento per farcela. Poi penso sempre, un gesto di bontà su una persona lasciata così sola, così inaridita, così in difficoltà è come una secchiata d’acqua su una pianta stanca alla fine di un’estate e quest’acqua è vita, questi gesti sono vita.

Tua figlia cosa pensa della mamma trasformata in volontaria dei profughi?

Non capisce sino in fondo la condizione in cui vivono, anche se le ho fatto conoscere i miei studenti e per qualche giorno ha condiviso con me un’esperienza di accoglienza. L’ho portata una volta all’hub in un pomeriggio in cui c’erano tantissimi eritrei sofferenti e anche lei era toccata. Però poi ha giustamente continuato la sua vita fatta di cose facili e belle. Vedrà e imparerà da me.