Oltre il muro. Viaggio al confine tra Serbia e Ungheria

Tra muri di filo spinato, vecchi e nuovi flussi di individui e merci, paranoie dell’invasione e interconnessione

di Francesca Rolandi*

Una distesa piatta che si ripete uguale a se stessa per chilometri e chilometri. Si dice che influisca sulla psiche dei suoi abitanti e che si registrino molti suicidi, ma anche che la mancata asperità del terreno abbia contribuito a forgiare il docile carattere dei suoi abitanti e la musicalità del loro accento.

È la Vojvodina cantata da Đorđe Balašević, nativo di Novi Sad, nelle sue ballate, la terra che si unisce con il cielo, il fango, la sua anima multiculturale. “Ho sentito che la Vojvodina si attacca pericolosamente alle mie scarpe, ma questo è nulla rispetto a quanto le mie scarpe a lei si attaccano”.

Ma in questa distesa da cui non si vedono montagne, una barriera si erge a spezzare la continuità, quella del confine tra Ungheria e Serbia. Nell’ultimo secolo questa è stata quasi sempre una frontiera calda, specchio di tensioni più ampie che si sono riflesse su questo territorio di pianura, di qua (nell’odierna Serbia) Vojvodina e di là regione di Csongrad in Ungheria.

Come le due regioni, due città si guardano attraverso il confine, Subotica e Szeged, separate ormai da un secolo, ma unite da un comune passato e da una simile architettura liberty che rimanda all’inizio del secolo scorso, ai tempi dell’Impero che celebrava i suoi ultimi fasti.

Nell’estate del 2015 il confine tra Serbia e Ungheria è stato al centro dell’attenzione internazionale prima per gli intensi passaggi di migranti e poi per la costruzione del muro di filo spinato ordinato dal governo ungherese che, a metà settembre 2015, ha spostato il flusso di migranti verso la Croazia.

Inizialmente i migranti continuarono attraverso la Croazia ad entrare in Ungheria finché, quando la costruzione del muro fu completata anche in quella parte del confine, il flusso è stato indirizzato verso la Slovenia come primo paese Schengen.

Dai mesi precedenti il governo ungherese di Viktor Orban aveva orchestrato una campagna di odio contro i profughi, che aveva coinvolti i media e si era imposta come segno visivo sul paesaggio attraverso manifesti e cartelloni.

Sebbene il fenomeno esistesse già da alcuni anni, durante il 2015 con l’aumento dei flussi (oltre 800.000 persone nella sola rotta balcanica) l’attenzione dei media internazionali si è spostata verso i paesi della penisola balcanica.

In particolare Subotica ormai da anni era diventata una stazione nel viaggio di migliaia di persone verso un futuro migliore, del quale la frontiera con l’Ungheria rappresentava solo l’ultima tappa prima di entrare nello spazio Schengen, ma anche la più difficile.

I profughi in genere tentavano di passare il confine più volte ed erano continuamente respinti dalle forze di polizia ungheresi e spesso derubati e maltrattati dalla polizia serba.

Altre volte il passaggio riusciva al primo tentativo. A quel tempo i profughi o migranti erano pressoché invisibili durante tutto il loro viaggio e al fenomeno venivano dedicati articoli marginali, che toccavano quella parte della storia senza metterlo in collegamento con le precedenti fasi della Balkan route e ignorando il fenomeno più ampio che vi stava dietro.

Tra le poche eccezioni, il documentario “Serbistan” del regista Zelimir Zilnik, uno dei nomi di spicco della cinematografia jugoslava e serba e protagonista della corrente dell’Onda nera, portavoce degli aspetti contraddittori della realtà jugoslava dell’epoca.

Se per anni i profughi sono stati pressoché invisibili a Subotica – ad eccezione di alcuni di loro che bivaccavano in alcuni parchi centrali – la loro scomparsa è passata ancora più sotto silenzio del loro arrivo. Di colpo la sonnolenta cittadina ungherese ha cessato di vedere un continuo passaggio di giornalisti ed è nuovamente sprofondata nella sua sonnolenza.

Oggi la ciglana, la vecchia fabbrica di mattoni che per anni è stata luogo di rifugio per i profughi, è deserta, anche se si dice che qualcuno passi ancora da qui, smarrito sulla Balkan route. Rimangono i resti lasciati dal passaggio dei migranti, vestiti, sacchetti di plastica, ma anche libri ed alcune scritte in arabo all’interno.

“La solidarietà è stata grande da parte della popolazione di Subotica che in particolare nella fase più acuta si è prodigata nel portare in maniera informale aiuti ai profughi. Ci sono stati casi come quello di un panettiere che ogni sera portava alla ciglana i suoi prodotti non venduti. O figure come quella di Tibor Varga, un pastore protestante, che da anni nel silenzio visitava e aiutava i profughi” racconta Nataša Nataša Jakovljević, giornalista del portale Magločistač.

“Non altrettanta solidarietà si è vista da parte dell’amministrazione cittadina, che ha ignorato il problema umanitario che per anni si è svolto sotto i loro occhi e solo nell’estate 2015 ha fornito all’edificio decrepito delle più elementari infrastrutture. Per anni la ciglana è stata priva di acqua potabile e di servizi igienici” aggiunge il collega Zlatko Romić.

L’amministrazione si è decisa a costruire una struttura di accoglienza quando la crisi volgeva al termine e la struttura è al momento vuota. Non tutti però sembrano condividere una visione solidale con i profughi.

Sono diverse le persone che si dichiararono sollevate dalla fine dell’”emergenza migranti” e del senso di invasione che nell’estate 2015 ha pervaso la città. “Siamo una città povera”, racconta Kristina, commessa in un chiosco. “Non abbiamo niente da offrire a qualcun altro”.

Ma una vera vittima il passaggio dei migranti sembra averla mietuta. Si tratta dello šinobus, il trenino che collegava, a una velocità non certo competitiva, le città dell’area confinaria della Vojvodina, con Szeged, dall’altra parte della frontiera.

Luogo di collegamento transnazionale a cavallo di una regione multilingue e di un confine reso trafficato dalle molteplicità di legami umani, familiari e commerciali, lo šinobus era considerato un simbolo del contrabbando ed era stato protagonista di alcuni progetti culturali. Primo tra tutti il Festival del contrabbando, che contò diverse edizioni prima di chiudere per difficoltà finanziarie, giocando sul contrabbando di prodotti culturali tra le due sponde.

Uno degli organizzatori, Roland Orcsik, pare essere un emblema di questo dialogo transnazionale: nato in Vojvodina da un matrimonio misto si trasferì in Ungheria per sfuggire alla chiamata alle armi negli anni di Milošević e insegna presso il Dipartimento di Slavistica dell’Università di Szeged.

Ricorda quegli anni in cui viaggiava sullo šinobus per tornare dalla famiglia ed era circondato da contrabbandieri. “Era una situazione paradossale: si trattava certo di un’attività illegale, ma cosa le persone dovrebbero fare nel momento in cui i mostri sono al potere, rappresentano loro la legalità?!”.

Il piccolo contrabbando non era considerato un tabù sociale, ma un semplice tramite per arrivare alla sopravvivenza in contrasto con l’immoralità della quale venivano ammantate le istituzioni. Questa è la conclusione alla quale giungono anche i due ricercatori Rory Archer e Krisztina Rácz nel loro saggio “Šverc and the šinobus”.

La storia del contrabbando riflette la mutazione degli equilibri di potere dal secondo dopoguerra. Ai tempi della Jugoslavia, quando quest’ultima era un paese più aperto al mondo occidentale dell’Ungheria, erano ricorrenti le storie di dischi contrabbandati oltre confine proprio da giovani provenienti dalla regione confinaria.

Con la crisi economica nella federazione per pochi anni Szeged divenne una meta per gli jugoslavi che vi acquistavano diversi generi, più economici che in patria. Gli equilibri si invertirono definitivamente negli anni ’90 quando la Serbia precipitava nell’isolamento e nell’iperinflazione.

Per gli abitanti di Subotica il confine con l’Ungheria iniziò a rappresentare sempre più una finestra sul mondo esterno, quello che si era chiuso con l’introduzione delle sanzioni, e per accedere a merci inaccessibili come la benzina. Queste ricchezze accumulate si tramutarono in ville dai colori sgargianti e in automobili di grossa cilindrata.

Nella fascia confinaria ungherese crebbero come funghi strutture dove si vendevano tutti quei prodotti che compravano i vicini serbi, oggi in gran parte abbandonati. A Subotica il mercato delle pulci, dove i venditori di merci di contrabbando fermano gli avventori a ogni angolo, è rimasto come un memento della posizione strategica della città.

“Il confine, definito con il trattato di Trianon nel 1920, ha tagliato fuori Subotica da gran parte della sua area di gravitazione che è rimasta in Ungheria e non è riuscita a integrarsi né nella prima né nella seconda Jugoslavia. Ma ci ha dato anche dei privilegi, oltre al contrabbando e al commercio.

Nel 1990 fu la prima città della Jugoslavia dove arrivò la televisione via cavo e seguimmo in diretta la dissoluzione del paese, cosa che non poteva succedere a Belgrado o a Zagabria” racconta Aleksandar Gabrić-Rafajlović, geografo nativo di Subotica che vive e lavora in Inghilterra.

Fu in quegli anni che sempre più serbi si stabilirono oltre frontiera a Szeged, spesso occupandosi di piccolo commercio, il che fece nascere lo stereotipo del balcanico contrabbandiere. Flussi migratori che si sovrappongono gli uni sugli altri, carichi di contraddizioni.

“Sono stato a vedere il muro di Orban quando era ancora in costruzione. Uno degli operai che lo costruiva parlava a stento ungherese, gli ho chiesto di dove era e lui mi ha risposto di essere della ex Jugoslavia” racconta Márk Kékesi, un sociologo dell’Università di Szeged dell’associazione MigSzol Szeged, che ha raccolto aiuti per i profughi mediorientali nei momenti più acuti della crisi del 2015.

Da questo confine entrarono anche molti di quei 20.000 ungheresi che scapparono dall’Ungheria attraverso la Jugoslavia – furono 180.000 attraverso l’Austria. La Jugoslavia, stato comunista eretico nell’Europa dei blocchi, mantenne un comportamento ambiguo durante la crisi in Ungheria ma finì per agire come paese di transito per i profughi ungheresi che iniziarono ad arrivare quando la frontiera con l’Austria fu chiusa, in particolare nel gennaio 1957, quando circa 500 persone al giorno attraversarono il confine.

Dalla Jugoslavia furono in genere trasportati in Italia da dove furono ricollocati nei paesi disposti ad accettarli, in gran parte oltreoceano. Il mondo occidentale, ancora sconvolto dalla brutale sovietica, ebbe la possibilità di rifarsi una coscienza accogliendo i profughi ungheresi, che venivano dalla classe media ed erano facilmente integrabili. Mai altrettante solerzia sarebbe stata vista in una crisi di rifugiati.

Ma una paura più grande aleggiò su quel confine e sull’area in Jugoslavia: quella di un’invasione sovietica, che avrebbe agito come un rullo compressore sulle repubbliche popolari. Già nel 1948, quando si profilò lo scontro tra Tito e Stalin, iniziarono a verificarsi numerosi incidenti alle frontiere, che fecero salire la tensione.

Alcuni anni dopo, nel 1956, sebbene in mezzo vi fosse stato un riavvicinamento tra la Jugoslavia e l’Unione Sovietica, i carri armati sovietici schiacciarono in Ungheria, tra le altre cose, un modello di comunismo nazionale, che si ispirava ampiamente all’esperienza jugoslava. Belgrado temette che si sarebbero potuti spingere un po’ più a sud, cosa che non avvenne mai, ma che aleggiò come la paranoia di un’invasione.

E sullo sconfinamento di truppe girarono molte storie, come quella che l’inviato Rai Demetrio Volcic raccolse, quando una panettiera della Vojvodina mostrò i segni di un carro armato e ricordò di aver dato il pane ai soldati sovietici.

La stessa parola “invasione” è diventata uno slogan nelle campagne anti-immigrati del premier Viktor Orban ma anche degli altri partiti di estrema destra come Jobbik, nel culmine della crisi dei migranti nel 2015, sebbene praticamente nessuno dei profughi avesse intenzione di fermarsi in Ungheria.

Oggi al confine tra Serbia e Ungheria ci sono delle tende di un campo che dovrebbe ospitare chi intende legalmente fare richiesta di asilo in Ungheria, che al momento è praticamente vuoto. Del 22 gennaio la dichiarazione di Orban che nessun immigrato passerà più dal suo paese.

Nonostante le schermaglie in sede europea, il premier ungherese può dirsi contento perché il suo esempio del muro viene applicato o preso in considerazione anche da quei paesi che lo avevano inizialmente aspramente criticato. Intanto l’Europa centrale continua a farsi notare per le sue posizionixenofobe sebbene i rifugiati non ci siano.

A pochi chilometri da Subotica e Szeged si trova il punto d’incontro tra le frontiere serba, ungherese e rumena, quel Triplex Confinium che è stato un simbolo delle diverse sistemazioni territoriali dell’ultimo secolo. Mentre in Europa si parla di una fine prossima di Schengen, qui, dove Schengen si è fermato, al confine automobili e camion si preparano pazientemente alle lunghe file.

*L’articolo è parte di un progetto multimediale sui confini mobili nell’area ex jugoslava sviluppato in collaborazione con Smk Videofactory e Graphic News.