Guerra in Kosovo, tempo di risposte

Sarà l’Olanda a ospitare il tribunale per indagare gli eventuali crimini di guerra e contro l’umanità commessi dai miliziani albanesi dell’Uck contro i civili serbi nel conflitto del 1998-1999

di Christian Elia

foto di copertina @Damir Sagolj – Reuters

In guerra quello tra vittime e carnefici è un valzer terribile e incerto. Un abbraccio mortale, dove le parti, a volte, si scambiano in una piroetta dolorosa. Il conflitto del 1999 in Kosovo, come ogni guerra, non ha fatto differenza. Perché solo la storia letta con gli occhiali della parte da sostenere a tutti i costi può rimuovere le zone d’ombra.

Il 14 gennaio scorso, il ministro degli esteri olandese Bert Koenders ha annunciato la disponibilità del suo paese a ospitare il Tribunale speciale per gli eventuali crimini commessi da miliziani dall’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës – Esercito di Liberazione del Kosovo) dal 1 gennaio 1998 al 31 dicembre 2000 ai danni di civili serbi. Viene così trovata una location dopo la storica pronuncia del parlamento kosovaro di Pristina, avvenuta il 3 agosto scorso con 82 voti favorevoli su 120.

Il tribunale avrà sede all’Aja, sarà finanziato dall’Unione Europea, dovrà diventare operativo entro la fine del 2016, ma ha uno status giuridico particolare.
La Corte Speciale – ufficialmente Kosovo Relocated Specialist Judicial Institution – è in realtà un tribunale kosovaro, organo creato all’interno della cornice costituzionale del paese, ma con sede all’estero.

La rabbia dei veterani albanesi della guerra in Kosovo è sfociata in grandi manifestazioni di piazza ad agosto e non mancherà di mostrarsi nei prossimi mesi, in particolare quando il processo vero e proprio inizierà.
Tra i reati perseguibili dal mandato della corte, che avrà giudici internazionali, crimini contro l’umanità, omicidio, deportazione, tortura, stupro, persecuzione su basi politiche, etniche o religiose.

E’ necessario fare un passo indietro. All’epoca della Jugoslavia unita, il Kosovo (regione a maggioranza albanese del paese), godeva dello status di provincia autonoma. Dopo la morte del Maresciallo Tito, nel 1980, le tensioni nazionaliste iniziarono a lacerare l’ex Jugoslavia, compreso il Kosovo, che nonostante disordini, repressioni e violenze resterà estraneo ai conflitti degli anni Novanta che porteranno alla scomparsa della ex Jugoslavia.

Il momento più drammatico è – in questa fase – il discorso di Slobodan Milosevic (all’epoca presidente della Serbia) nel 1989, in occasione dell’anniversario della sconfitta di Kosovo Polje, avvenuta nel Trecento, ma ancora oggi strumentalizzata dai nazionalisti come momento fondante dell’identità serba. Milosevic arringa la folla dei serbi in Kosovo, modifica la costituzione per ridurre l’autonomia, e cavalca le divisioni portando un milione di persone in piazza a Belgrado.

La guerra contro Bosnia – Erzegovina e Croazia, la separazione da Slovenia e Macedonia, la federazione con il Montenegro rimandano qualsiasi decisione sul Kosovo, ritenuto la culla dell’ortodossia serba con i suoi luoghi simbolici e di culto. Le tensioni e le ambizioni indipendentiste, però, non svaniscono dopo gli Accordi di Dayton che nel 1995, che pongono fine alla guerra tra le repubbliche della ex Jugoslavia, e la tensione inizia a salire di nuovo nel 1996.

La resistenza non violenta del passato, guidata da Ibrahim Rugova, lascia il posto alla militarizzazione, spinta anche dagli arresti arbitrari e dagli omicidi di leader politici albanesi in Kosovo. Si iniziano a formare le prime brigate armate, che passano da una strategia di attacchi mirati a una di guerriglia di massa, scatenando la repressione dei militari e della polizia di Belgrado.

L’escalation militare diventa sempre più evidente e la comunità internazionale decide di intervenire, dopo il fallimento dei colloqui internazionali di Rambouillet, in Francia. La Nato attacca la Serbia a marzo 1999: pesanti bombardamenti colpiscono la Serbia, si contano fino a 600 raid aerei al giorno. Il 10 giugno 1999 Belgrado capitola. La missione Nato lascia il posto alla missione Onu Kfor.

A quel punto, le milizie dell’Uck – a tempo di record – finiscono per offrire al Kosovo la classe dirigente, che dismette la divisa per passare alla politica. I mesi successivi alla guerra, come il conflitto stesso, sono molto confusi. E la comunità internazionale si rivela impotente di fronte a quel che accade sul terreno in connessione alla percezione internazionale.

I civili serbi del Kosovo, insomma, restano impigliati nella rete della storia. Sono i ‘cattivi’, come se tutti i civili fossero responsabili dei comportamenti dei soldati serbi, e delle violenze che subiscono non importa nulla a nessuno. La resa dei conti, dopo il conflitto, è durissima. Sia per vendette personali, che per motivi molto più pragmatici, perché i serbi occupavano quasi tutte le posizioni di rilievo.

NEL 2010, PEACEREPORTER HA PRODOTTO IL WEBDOC THE EMPTY HOUSE, DI CHRISTIAN ELIA – NICOLA SESSA – GIANLUCA CECERE. UN VIAGGIO DALL’ITALIA ALL’ALBANIA, UN REPORTAGE TRA LE FAMIGLIE DEI CIVILI SERBI SCOMPARSI DURANTE LA GUERRA, SULLE TRACCE DELL’ACCUSA DI TRAFFICO D’ORGANI. NAVIGA IL WEBDOC:

Empty-House-lineare-still1

Sono tanti i crimini subiti, sono tanti i civili serbi ‘desaparecidos’, almeno 1700. Su tanti di questi aleggia l’ombra della cosiddetta Casa Gialla, una fattoria nei pressi di Kukes, nell’Albania settentrionale. Secondo differenti fonti, la casa era un rifugio dei miliziani Uck, ma anche un luogo dove ai prigionieri civili serbi vennero espiantati organi venduti al mercato nero per finanziare la guerriglia.

L’istituzione della Corte è diretta conseguenza del rapporto della Special Investigative Task Force di EULEX (la missione Ue che ha sostituito la Kfor) sui presunti crimini commessi dall’ UÇK, presentato nel luglio 2014 in risposta alle accuse presentate dal rapporteur per il Consiglio d’Europa, lo svizzero Dick Marty.

Secondo Marty, numerosi esponenti dell’UÇK, compreso l’ex premier ed attuale ministro degli Esteri Hashim Thaçi, si sarebbero macchiati di gravi crimini durante e dopo il conflitto con le forze serbe nel periodo 1998-2000.
Il 2016, finalmente, potrà fare chiarezza. E, come scrisse Carla Del Ponte, ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale, nel suo libro La caccia, sarà il diritto a parlare, senza le valutazioni politiche e geopolitiche che troppo spesso hanno orientato il diritto internazionale in questi anni.

Pristina, politicamente, è pronta ad affrontare lo scontento popolare di questa decisione. Alla fine, per tanti in Kosovo, sono eroi quelli che saranno portati davanti alla corte. Ma è anche vero che, da governanti, molto di loro hanno perso tanto del fascino dell’epoca. E inoltre il Kosovo doveva cedere in questo senso, come precondizione per dare vita a un accordo di stabilizzazione generale delle relazioni con la Serbia (Belgrado non riconosce l’indipendenza del Kosovo del 2008), passo decisivo per parlare di adesione Ue.

Resta l’idea di una politica, e spesso di un’informazione, che non riesce proprio a porsi davanti a una vittima senza una lettura politica. In guerra, da sempre, nessuno ha le mani pulite. E oggi, quelle famiglie serbe che hanno atteso venti anni per avere giustizia, possono sperare di ricevere risposte come le devono ricevere le famiglie dei civili albanesi. Risposte che non sono già scritte, perché magari porteranno a un nulla di fatto, ma fondamentali. All’epoca nessuno aveva voglia di cercarle, perché la narrazione di quella guerra era una e una soltanto.

Basti pensare all’Italia: per la seconda volta dopo il 1945, l’allora governo D’Alema portò l’Italia in guerra. Serviva un’unica lettura, era necessario non avere dubbi, e eventuali crimini di guerra commessi da coloro che aiutavamo ne rovinava lo storytelling. Però senza una storia condivisa, non ci sarà accordo commerciale e/o politico che tenga. In Kosovo come altrove.