Quei bravi ragazzi di CasaPound

L’informativa del Viminale li descrive come boy scout,
ma a Napoli picchiano con cinghie e martelli

di Pierre Cambronne

Il 2009 segna l’esplosione della presenza di CasaPound a Napoli. L’organizzazione si appoggia prima alla sede de La Destra ai Colli Aminei, poi trova casa presso La Berta, la storica sezione del Msi di via Foria. A settembre prova a occupare un ex convento a Materdei. L’occupazione viene respinta, ma il tentativo indica che, in quell’anno, il movimento si sente forte, convinto di avere le coperture politiche giuste nelle istituzioni. A marzo erano già balzati all’onore della cronaca: Giuseppe Savuto, con i sodali di Blocco studentesco, impedisce ai ragazzi dell’Onda di rientrare a Giurisprudenza dopo una manifestazione: spranghe, caschi, ‘saluti romani’ e un coltello il loro armamentario. A giugno due attivisti dei centri sociali vengono seguiti e aggrediti nella metro dei Campi Flegrei da nove neofascisti con mazze e coltelli. Il 6 ottobre Francesco Traetta viene pestato all’uscita da scuola, il Margherita di Savoia, da un gruppo guidato da Savuto. Risultato: una prognosi di trenta giorni e una costola rotta.

Ad aprile 2010 due bottiglie incendiarie vengono lanciate contro il laboratorio sociale Insurgencia, accadrà ancora a luglio 2012 con quattro molotov. L’inchiesta Lame, tre anni dopo, indicherà in CasaPound i responsabili.

Nel 2011 la tensione sale ancora. Il 24 marzo i collettivi organizzano una manifestazione a Capodichino contro la guerra in Libia, di ritorno trovano ad attenderli a via Foria un gruppo di destra: «Erano una trentina – raccontano gli attivisti del collettivo Cau – Avevano mazze tricolori. Ci siamo rifugiati in una enoteca ma ci hanno lanciato sassi fino a rompere la vetrina. Persino un vecchio televisore hanno tirato».

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Ad aprile un raid con mazze e coltelli all’università Orientale è seguito da uno scontro davanti l’ingresso della facoltà di Lettere della Federico II, un ragazzo dei collettivi viene accoltellato: trapassata la mano da parte a parte. Nel gruppo degli assalitori c’è Enrico Tarantino, leader di CasaPound, candidato alle comunali 2011 per la II municipalità nella lista Liberi con Lettieri (prenderà poche decine di voti).

CasaPound si sente forte tanto da organizzare per il 26 novembre una parata nazionale a Napoli.

La Questura dà l’autorizzazione ma le proteste sono talmente tante (il sindaco Luigi de Magistris, il Pd, i Gd, il Forum Antirazzista, la Comunità ebraica, le realtà lgbtq, il rettore dell’università Federico II più un lungo elenco di professori, sindacalisti e artisti) che l’autorizzazione a manifestare viene convertita in un sit in.

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Nel 2013 la procura di Napoli chiude l’inchiesta Lame e chiede il rinvio a giudizio di aderenti a CasaPound più i gruppi satellite Hmo (Hic manebimus optime) e Blocco studentesco per «Associazione con finalità di eversione dell’ordine democratico». Chiesto l’arresto di Enrico Tarantino e Giuseppe Savuto (candidato alla camera per Cp), ai domiciliari Emmanuela Florino (anche lei candidata alla camera per Cp) più altri sodali. Contestati i reati di associazione sovversiva, banda armata, detenzione e porto illegale di armi (due pistole calibro 9) e materiale esplosivo (molotov e bombe carta), nonché lesioni personali aggravate. Base operativa i locali in via Foria, La Berta (nella foto a destra): sede storica del Msi, negli anni ’70 era diretta da Michele Florino, parlamentare missino e poi An, padre di Emmanuele Florino, sezione da cui nel 1975 partì il raid che uccise Iolanda Palladino

CasaPound incassa la solidarietà del Movimento Politico Militia, un gruppo non ufficiale, non è raggiungibile, i cui ranghi sono pieni di ex Ordine Nuovo.

Nelle intercettazioni, uno degli attivisti spiega che all’università c’è una ragazza ebrea: «O la picchio o la stupro e le faccio uscire il sangue dal culo». Dalle registrazioni ambientali ne La Berta, si ascolta uno dei camerati raccontare del pestaggio a Francesco Traetta, confermando la partecipazione di Savuto.

latrinaGiuseppe Savuto si occupa di formazione e ortodossia. Ai nuovi simpatizzanti spiega come tenere in ordine la bacheca Facebook, da cui dovevano sparire i riferimenti imbarazzanti per accreditare l’immagine pacifica. A quelli di Blocco studentesco era affidato il compito di fare proselitismo negli atenei («Tra un anno a questa parte andremo a finire tutti con il mitra in mano» si legge in una intercettazione), ma soprattutto nelle scuole superiori: disciplina e legalità quando si tratta di presentarsi in pubblico, mazze e coltelli quando le elezioni studentesche non bastano a guadagnare terreno.

Due aggressioni a ragazzi di sinistra nel 2014. A marzo 2015 un agguato: Alessandro, attivista dell’Ex opg Je so’ pazzo, verso le 20 sta rincasando. In via Foria, a pochi passi da La Berta, tre ragazzi dalla testa rasata tra i venti e i trent’anni lo bloccano, Alessandro prosegue senza replicare ma dopo pochi metri viene raggiunto. All’altezza dell’Orto botanico gli saltano addosso, uno ha il volto coperto: «Mi hanno colpito con le fibbie delle cinture alla testa e al viso ripetutamente». Al Loreto Mare gli danno sei punti alla testa e uno al labbro superiore. Gli amici, avvisati da Alessandro, non possono accompagnarlo al pronto soccorso: le forze dell’ordine li identificano e li interrogano per oltre un’ora. È la terza aggressione in un mese che ragazzi di sinistra subiscono: era già successo al Vomero e ancora a via Foria, dove sui muri si legge la scritta “barrio fascista”.

A ottobre un gruppo di attivisti, di ritorno dall’udienza del processo per la morte di Davide Bifolco, viene circondato a via Foria, nei pressi de La Berta, da una decina di persone armate di mazze di ferro, mazze chiodate, cinte e caschi (CasaPound invece dirà di aver subito un assalto).

A novembre viene presa di mira una ragazzina minuta, 17 anni, anche lei frequenta l’Ex opg. Verso le 21.30, nei pressi di casa, quattro uomini si avvicinano chiedendo un’indicazione, uno di loro l’afferra e la sbatte contro il muro, il coltello alla gola, le ordina di non parlare: mentre la molesta, gli altri tre fanno da palo. La ragazza riconosce uno degli aggressori e il giorno successivo lo denuncia. Le molestie, secondo gli attivisti, sono una ‘punizione’ per aver strappato manifesti di Alba dorata dai muri presso il liceo Pansini.

12644760_765186350254697_7053600599328732935_nDue mesi dopo, il 29 gennaio 2016, alle otto di mattina una decina di militanti di CasaPound si presentano al portone del liceo Vittorini, al Rione Alto, per volantinare materiale di Blocco studentesco. Un ragazzo di 15 anni viene colpito da un pugno che gli spacca il labbro e gli fa perdere i sensi. Un gruppo di attivisti dell’Ex opg Je so’ pazzo si presenta all’uscita per esporre lo striscione «Vittorini Antifascista». Di ritorno a casa, due ragazzi del collettivo vengono aggrediti da tre aderenti a CasaPound (uno col casco, uno con sciarpa sul viso, l’ultimo con un passamontagna) all’ingresso della metro. Armati di manganelli con la scritta «decima mas», martelli e catene, prima lanciano bottiglie e poi si scagliano contro di loro, colpendoli al volto e alla testa. I due ragazzi finiscono al pronto soccorso del Cardarelli con tagli profondi, sei e venti punti rispettivamente, e trauma cranico-facciale. Uno verrà trattenuto per sospetta commozione cerebrale. Entrambi hanno riconosciuto uno degli aggressori, poi denunciato. Il giornalaio di zona racconta di aveva notato i tre: «È stato un agguato non un litigio. Stavano lì da mezz’ora. Quando hanno visto un gruppo di studenti hanno tirato le bottiglie e sono scesi di corsa urlando con le mazze in mano». Anche in questo caso CasaPound denuncia di aver subito un’aggressione.

La prima azione fascista del 2009 viene compiuta il 7 febbraio, è un’aggressione a sfondo razzista: «Sporco negro» urlano a Marco Beyenne, studente italo-etiope di 22 anni, prendendolo a cinghiate. In 12 mesi 8 pestaggi messi a segno dagli attivisti di estrema destra. È un anno di duri attacchi il 2009, quando il comune di Napoli è guidato da Rosa Russo Iervolino e il governo da Silvio Berlusconi. Ben tre i pestaggi ai danni di omosessuali, anche una ragazza di 27 anni fu picchiata a sangue rischiando di perdere un occhio per aver difeso due giovani gay che venivano insultati. Era il 23 giugno. E poi pestaggi a sangue con mazze e coltelli.

Complessivamente, dal 2009 al 2016 sono stati registrati 26 aggressioni di stampo fascista. In due casi, nel 2010 e nel 2012, sono state lanciate bottiglie incendiarie contro Insurgencia. In molti casi, giovanissimi hanno riportato gravi danni.

È il 2010, quattro persone si accostano con un’auto a un ragazzo in via Diocleziano. Prima il ‘saluto romano’, poi slogan inneggianti al duce, viene pestato a sangue. È il 2011 quando, in un solo giorno, i militanti di sinistra sono vittime di ben tre aggressioni. Nello stesso anno ci saranno altri due pestaggi con mazze e lancio di bottiglie.

pestatoÈ il nove ottobre del 2014, attivisti di blocco studentesco aggrediscono due studenti del liceo Sannazaro per aver partecipato il giorno prima alla manifestazione contro la cattiva scuola di Renzi. E la storia si ripete sino a oggi, una storia accompagnata da tentativi falliti e riusciti di ferire o, in alcuni casi, di uccidere. Circa trenta aggressioni e nessun tentativo di contrasto, al punto da organizzare anche due raid in un solo giorno del tutto indisturbati.

Un’escalation che va dagli agguati alla violenza, fino alle martellate alla testa. Unica reazione registrata la solita retorica benpensante dei bravi ragazzi e l’evergreen degli “opposti estremismi”. Del resto il Viminale, nel protocollo nr 224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333 dell’undici aprile 2015 della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, con sigla in calce del direttore centrale, li ha definiti dei «bravi ragazzi».