Italian offshore

Un crowdfunding per un’inchiesta sulle trivellazioni in mare in Italia

di Marcello Brecciaroli, con Manuele Bonaccorsi e Salvatore Altiero.

“Ma perché ci sono piattaforme nel mare italiano?”
Questa è la domanda che mi sento continuamente fare quando parlo del progetto su cui sto lavorando.
A volte mentre si lavora a un’inchiesta si arriva a un livello di approfondimento tale per cui si perde la visione di insieme.

Ci si entusiasma per le notizie che si trovano scavando a fondo in bilanci societari o parlando con una fonte anonima che dopo mesi di corteggiamento finalmente accetta di parlare e magari si perde un po’ la visione allargata, ci si scorda di mettersi nei panni di chi di quell’argomento non sa nulla.

La maggior parte degli italiani, soprattutto chi non vive sulle coste del Nord Adriatico o del canale di Sicilia, non sa assolutamente nulla sull’estrazione di petrolio nei nostri mari. Ecco perché nel portare avanti un’inchiesta, prima di addentrarsi nele questioni tecniche bisogna raccontare il quadro d’insieme.

Purtroppo questo non sta avvenendo con qualcosa di molto più importante di un documentario.
Il diciassette aprile, a meno di rinvii tutt’altro che improbabili, gli italiani saranno chiamati a votare il referendum sommariamente definito “sulle trivelle”. Ma come portare un paese che non sa neanche che ci sono piattaforme nel suo mare a votare per abolirle?

Gia questo sarebbe difficile in effetti, ma la strada si fa ancora più ardua perché in verità questo referendum non smuove molto né che vinca il si né che vinca il no.

Quando dieci regioni (ora solo nove dopo il dietro front dell’Abruzzo) avevano chiesto il referendum a novembre la carne al fuoco era molta di più: si chiedeva agli italiani di esprimersi su sei punti davvero rilevanti e se fossero stati accolti tutti si sarebbe arrivati davvero a un referendum che avrebbe potuto decidere le scelte energetiche del nostro paese per i prossimi anni. Purtroppo però il governo Renzi questo lo ha capito bene e, invece di rischiare una storica sconfitta in un referendum che poteva trasformarsi in un voto su Renzi, ha giocato d’anticipo.

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Il tredici dicembre il governo ha presentato un emendamento alla legge di stabilità che alza praticamente bandiera bianca su molti punti che sarebbero stati oggetto di referendum, rendendolo quindi inutile. Solo un punto resta in piedi, ma riguarda una questione secondaria come la durata dei rinnovi dei permessi di estrazione, un cavillo del cavillo insomma.

Tanto meglio allora no? Le richieste dei cittadini sono state accolte, le trivelle bloccate e tutto è avvenuto nella normale dialettica politica. In un certo senso si ma c’è una bella differenza tra il valore di un emendamento del governo e un referendum.

Nel secondo caso si esprime la volontà popolare, il cui senso, per legge, non può essere tradito e non può essere modificato per almeno cinque anni.
Un emendamento invece può essere abolito o modificato a piacimento in ogni momento e se la modifica della costituzione avverrà come Renzi vuole, tutti i poteri in materia saranno attribuiti al governo per via costituzionale, quindi senza alcuna possibilità di replica.

Insomma le garanzie che il referendum avrebbe dato sono molto superiori. Certo, prima bisognava vincerlo. Ma queste piattaforme ci sono o non ci sono? Bé si ci sono e sono oltre un centinaio.

E qualche problemino in effetti lo danno. Se si guarda ai dati di Assomineraria si ha un quadro piuttosto roseo: siamo l’unico paese al mondo ad avere avuto zero incidenti negli ultimi cinque anni.
Siamo il meglio del meglio insomma, altro che Norvegia. In realtà c’è da capire cosa è considerato incidente e cosa no.

Per la normativa vigente sversamenti di idrocarburi in mare inferiori alle sette tonnellate non sono considerati incidenti. Sette tonnellate, non esattamente uno scherzo. Insomma per incidente si intende solo uno sversamento davvero serio, mentre le “piccole” perdite che avvengono durante le fasi di carico e scarico delle petroliere, malfunzionamenti vari, piccole avarie non sono annoverate. Uno studio del governo Norvegese però ci dice che trent’anni di estrazione nei mari norvegesi ha provocato danni causati dalla normale operatività degli impianti paragonabili a un singolo grave incidente, quindi non parliamo di cose irrilevanti.

Forse non molti sapranno che il gas e il petrolio sono estratti assieme a enormi quantità di acqua presente nel sottosuolo insieme agli idrocarburi. Si chiamano acque di strato e dentro c’è davvero di tutto. Questi milioni di litri d’acqua contenente metalli pesanti, radioattivi e ovviamente idrocarburi dovrebbero essere reiniettati nei pozzi ma molto spesso si deroga a questa norma e il tutto viene scaricato a mare. Queste acque non possono contenere più di 40mg/l di idrocarburi.

Non è molto ma se si moltiplicano per i milioni di litri scaricati la cifra inizia a diventare importante. Questa è solo una delle forme in cui le piattaforme inquinano: sono impianti industriali e come tali, dicono gli esperti dell’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale, non possono essere a impatto zero.

Tutto questo avviene lontano da occhi indiscreti ogni giorno. Non è un caso se le storie che hanno raggiunto i giornali riguardano giacimenti come Ombrina in Abruzzo o la Key Manhattan a Cesenatico.

Entrambi sono visibili da terra. Ma dove l’occhio non arriva nessuno si lamenta o protesta. Per questo insieme a due colleghi ho deciso di andare un po’ più in la, oltre l’orizzonte e indagare su quello che succede davvero sulle piattaforme più lontane. C’è una città di metallo oltre l’orizzonte e non possiamo fidarci solo dei rapporti ufficiali delle compagnie per sapere cosa vi accade davvero.

Italian Offshore è un progetto di inchiesta indipendente premiato alla scorsa edizione del DIG AWARD nella categoria Focus on Italy