Flavio Costantini, l’anarchia molto cordialmente è il titolo dell’ultimo libro di Roberto Farina edito da Milieu edizioni
di Sara Marchesi
Un libro che per l’autore rappresenta prima di tutto un tributo alla profonda amicizia che progressivamente si è venuta a creare tra l’artista considerato l’illustratore del movimento anarchico – le cui opere sono comparse su manifesti, volantini, libri, riviste, muri di circoli e aule scolastiche – e il suo intervistatore, che per ottenere un primo incontro ha dovuto sfidare il vento forza sei che soffiava su Zoagli, frazione di Rapallo. Un’amicizia che alla fine si è concretizzata in una promessa, in risposta a un’ingiunzione che forse suonava piuttosto come un’affezionata richiesta rivolta a lui e al fratello Riccardo: “Vi ordino di non dimenticarmi mai.”
Costantini, emerge dal testo, era un provocatore nell’arte e nelle parole: amava provocare lo spettatore attraverso i suoi quadri e chi gli stava intorno, specialmente gli amici, con le sue esclamazioni di lode per Margaret Thatcher, Churchill e Forattini, con le sue accuse agli Illuministi di essere l’origine di tutti i mali e, alla fine, anche di antisemitismo rivolte agli anarchici. Ma amava provocare anche se stesso. Sì, perché quand’anche potesse apparire un uomo pieno di contraddizioni, seppur – come afferma Farina – un uomo in cui la contraddizione funzionava sempre, mi pare possa essere stata piuttosto la provocazione, rivolta a se stesso e agli altri, ad aver rappresentato la costante della vita di Costantini, il suo motore, la sua fonte d’ispirazione e, forse, ciò che lo ha mantenuto attivo nella rappresentazione e nella critica del mondo che lo circondava: dal migliore liceo di Roma al peggiore istituto nautico, antimilitarista che diviene ufficiale, poi grafico e infine pittore. Anche la sua arte è continua provocazione, prima la serie sulle Tauromachie, poi gli Anarchici, infine gli zar e il Titanic.

In tal senso il lavoro di Farina propone una ricca raccolta delle opere di Costantini, terminando con un’appendice iconografica che ci mostra, in ordine sparso, le trasformazioni formali e concettuali della sua rappresentazione. Se infatti i suoi primi lavori, le illustrazioni dei libri di Kafka, erano – per così dire – dei quadri da leggere figli della sua formazione letteraria e derivanti dalla sua idea che “non potendo scrivere come Kafka, cominciai a disegnare”, già con le Tauromachie ma soprattutto a partire dalla serie degli Anarchici – dove la provocazione, il contraddire, vengono portati all’estremo dalle celebri azioni dei vari Landru, Bresci, Bonnot, Vaillant, Ravachol – la sua pittura diviene espressione del tentativo di fissare il tempo in risposta a quella che lui stesso definisce una sorta di “nostalgia di qualcosa di irrimediabilmente perduto”.
Da questa volontà derivano anche la tecnica utilizzata, un colore piatto, il più possibile bidimensionale e immobile – il che gli ha sempre fatto preferire le riproduzioni serigrafiche alle opere originali stesse – e la meticolosità tanto del metodo, che si basava sulla raccolta e successiva catalogazione di riviste, giornali e fotografie dell’epoca del fatto rappresentato accompagnata quando possibile dal sopralluogo sul posto, che della realizzazione.
“Le sfumature e i dettagli delle sue figure, così irreali eppure così realistiche, richiedevano tempo e pazienza”- scrive Farina – e a me sembra che nei quadri di Costantini vi siano tutta la concretezza e la tragicità della vita reale; l’estremo intento realistico e quasi documentario dei contenuti si rispecchia nei volti, nelle mani e talvolta nei piedi dei protagonisti, che sono i volti dei soggetti reali e le mani e i piedi di Costantini stesso. Fatta eccezione per qualche “licenza poetica”. Anche le ambientazioni, seppur nella loro caratterizzazione – potremmo dire – grafica, nel loro procedere dall’iniziale caos del sovrapporsi di oggetti, scritte, personaggi in secondo piano verso una semplificazione e uno svuotamento degli spazi sempre maggiori e nel loro divenire sempre più i veri protagonisti dei quadri mentre l’uomo, spinto sempre più a margine, finisce per diventare una presenza-assenza non vista ma pur sempre percepita, mi suggeriscono un parallelismo con alcuni grandi fotografi italiani circa a lui contemporanei e di poco più giovani, un Gianni Berengo Gardin prima, un Luigi Ghirri e forse un Gabriele Basilico, poi.
Costantini non era solo un provocatore, era un disobbediente. E d’altra parte, ha cominciato a disegnare come forma di rifiuto alla regola che nel periodo della sua infanzia imponeva agli studenti ambidestri di scrivere utilizzando soltanto la mano destra, cosicché il giovane Costantini si risolse di dipingere e disegnare con la sinistra.
“All’Accademia navale mi definirono senza attitudine al comando. Meglio così. Io sono contro il potere. Non lo sopporto.” Da qui il ruolo centrale che in tutta la sua opera assume il tema del rapporto dialettico dominante/dominato, il quale si radicalizza in quello tra vittima e carnefice, punto di partenza per la realizzazione delle Tauromachie (“Io sto dalla parte del torero, lei no? Provi a trovarsi davanti un toro, poi mi dice”), degli Anarchici (“All’epoca, come sa, ero dalla parte dei delinquenti”), degli zar (“Ormai sono contrario a ogni rivoluzione. Non si risolve niente. Il grido viva la libertà suona macabro. È ora di finirla con i sogni popolati di morti fucilati”) e che ha trovato il suo esito nel naufragio del Titanic (“Non mi interessa più chi uccide, né perché. Oggi mi interessa solo la morte in sé, la nostra morte, che poi è il nostro misterioso naufragio, l’unica realtà inoppugnabile”).
Sebbene con il suo libro Farina abbia voluto – abbiamo detto – darci perlomeno un’idea di chi fosse Flavio Costantini (e al termine della lettura ci si rende conto di quanto la sua personalità si discosti dall’idea che ci si poteva essere fatti dell’“illustratore degli anarchici”) offrendo un omaggio all’artista e all’amico, dall’altra parte coglie l’occasione per raccontarci le vicende dei personaggi entrati nella storia del movimento anarchico attraverso i loro atti simbolici, dedicando loro il corpo centrale del testo. E d’altra parte, indagare questi personaggi non significa dimenticarsi della figura di Costantini, perché in fondo in ognuno di essi è contenuta, in un modo o nell’altra, una parte della sua persona. “Quando la maestra mi chiedeva cosa volevo fare da grande, io rispondevo: il ladro!”
Secondo Giorgio Agamben l’atto dell’arte è anche azione contro se stessi, così come Bakunin affermava che la rivolta dell’uomo contro la società in cui è venuto al mondo deve prima di tutto e necessariamente assumere la forma di una rivolta contro di sé.
Il continuo rimettersi in discussione rivela innanzitutto l’abilità e la volontà di conquistarsi e di concedersi la libertà di contraddire e contraddirsi.
“Io sono un anarchico individualista. Fossimo in due, saremmo già troppi.”