Guida pratica all’anticolonialismo

Sabato 5 marzo, è iniziato a Parigi il festival consacrato all’anticolonialismo, due settimane di incontri, proiezioni, dibattiti, sui colonialismi, vecchi e nuovi, organizzato dall’associazione Sortir du Colonialisme. Inaugura l’iniziativa, il Salone Anticoloniale, sabato 5 e domenica 6 marzo, alla Bellevilloise, nel 20simo arrondissement

di Valeria Nicoletti, da Parigi

Colonialismi, di ieri e di oggi. Sono riuniti nella stessa stanza, barattano un bicchiere di birra palestinese con un pugno di datteri maghrebini, si scambiano libri e volantini. Sono i portavoce dei movimenti che hanno aderito al salone organizzato dall’associazione Sortir du Colonialisme, letteralmente Uscire dal Colonialismo, che da circa dieci anni riunisce le cause, le battaglie, le campagne di informazione, di chi ancora oggi subisce la dipendenza economica e culturale da un altro paese, di chi è rimasto eterna colonia, dei dimenticati dalla geografia contemporanea e dai manuali di storia.

“Non è facile gestire un’iniziativa come il Salone Anticoloniale”, racconta Henri, capostipite dell’associazione, padre fondatore del salone, “ci sono voci diverse, spesso contrastanti, ma dopo anni di esperienza ho capito che sono più forti le convergenze, cause e lotte lontane e diverse tra loro sono molto più vicine di quanto si pensi”.
henri

Henri

Sul suo stand, le spille dell’associazione, il programma del festival e una curiosa guida pratica all’anticolonialismo quotidiano, con le informazioni necessarie per muoversi nel vasto coro di voci federate insieme, le pietre miliari della letteratura anticoloniale, istruzioni utili per “preparare atti di disobbedienza” e indirizzi e recapiti delle istituzioni da contattare per passare all’azione.
Ospite della rassegna, principale promotore della decrescita, è Serge Latouche, animatore dell’incontro sull’importanza del linguaggio nella politica estera e nelle relazioni post-coloniali: “il punto di partenza deve essere una decolonizzazione dell’immaginario”, esordisce, “è necessario che la Francia arresti il processo di importazione della sua rivoluzionale in altre parti del mondo”.

La rivoluzione è figlia di un popolo, è il frutto di un processo sociale, non il regalo imposto da una civiltà all’altra. “La Francia porta avanti la sua colonizzazione delle idee, in nome della crescita e della produttività”, continua, “senza rendersi conto di quanto ci siamo lasciati fagocitare dalla crescita, senza comprendere che non c’è più bisogno di produrre freneticamente, di aumentare i tempi del lavoro”.

Meno ore di lavoro, più possibilità di impiego per tutti, conclude, con una strizzata d’occhio alla mobilitazione contro la riforma sul lavoro, proposta dal Ministro El Khomri, che ha spinto più di 250.000 persone a manifestare nella sola Parigi, lo scorso mercoledì 9 marzo.

È invece una storia scomparsa dalle prime pagine, dalle scuole e dalla memoria della stessa Francia quella dei Refrattari alla guerra d’Algeria. Dietro la bancarella, Tony Orengo, originario di Menton, al confine con l’Italia, refrattario e obiettore, tre anni di carcere per aver detto no alla guerra, racconta la resistenza non violenta che iniziò nel 1957, con le prime proteste contro la tortura inflitta agli algerini e ai francesi disertori, contro la bomba atomica francese, in nome del diritto di dire no alla guerra. Gli obiettivi: ottenere la possibilità di un servizio civile in Algeria, occuparsi dei refrattari in prigione, accompagnare gli obiettori in un percorso lavorativo. “Pochi conoscono i trascorsi di noi francesi che abbiamo detto no alla guerra e alla tortura”, racconta Tony, “apparteniamo al passato ma ci sentiamo in dovere di raccontare quello che è stato, le idee che ci hanno spinto ad agire”.

Finita nel dimenticatoio ma ancora tristemente d’attualità è la storia del popolo saharawi. Nel pomeriggio, incontro Abdellah, 27 anni, al banchetto dell’associazione degli Amici della Repubblica Araba Democratica Saharawi. Abdellah ha trascorso sei mesi in prigione per opposizione alle autorità marocchine e per aver divulgato dei video dove documentava il monopolio del Marocco nella gestione degli accordi sulla pesca con l’Unione Europa, nelle acque al largo del Sahara occidentale.

Abdellah

Mostra i segni delle botte, delle torture, ma è contento di avercela fatta e di essere in Francia, dove vive da due anni, mobilitandosi per il riconoscimento di un pezzo di terra che ufficialmente non esiste. Intorno alla cittadina di Tindouf, nel Sahara occidentale, solo campi di rifugiati, tende, esistenze precarie, per un’emergenza umanitaria istituzionalizzata, una causa ormai fuori dalle prime pagine, nonché impossibile da raccontare, “i giornalisti marocchini non possono entrare nei territori saharawi”, conferma Abdellah. La Repubblica Araba Democratica Saharawi (RADS), infatti, è una lingua di terra, concessa dall’Algeria ai rifugiati Saharawi scappati dal conflitto tra il Marocco e il Fronte Polisario, scoppiato nel 1975 e ancora oggi irrisolto, nonostante il ricorso all’Onu. “Non siamo marocchini, non parliamo nemmeno il francese”, racconta Abdellah. Le terre saharawi sono, infatti, un’ex colonia spagnola, “è la stessa difficoltà che abbiamo in Francia, non parliamo bene francese e sensibilizzare i giovani marocchini è complicato”.

Aggirandosi per il salone, si corre il rischio di firmare una decina di petizioni, acquistare il giornale dei sans-papiers e tornare a casa, da bravi cittadini consapevoli e informati, sicuri d’aver fatto la buona azione quotidiana. Ci si può limitare a caricarsi la borsa di giornali, opuscoli, volantini e libri e ripromettersi di guardare tutto con attenzione.

Oppure, come consiglia Henri, cogliere l’opportunità di questo salone come un’occasione generale per costruire uno sguardo critico sulla retorica dell’occidentalismo, per uscirne, una volta per tutte, per cominciare ad approcciarsi a realtà geografiche altre. Scoprire che il Marocco soffoca una colonia spagnola, che l’Africa non è una sola, ma un continente con più di 2000 lingue diverse e 54 paesi, che i grandi spazi degli Stati Uniti sono chiazzati di riserve e quarantene per gli Indiani d’America. L’intero programma del festival mette in discussione la geografia attuale ma soprattutto l’utilizzo delle parole, del lessico utilizzato, la nozione di confine, di limite, di frontiera, sottolinea la necessità di evitare le generalizzazioni, gli stereotipi. Ma non solo. Mette in discussione anche la propria capacità di utilizzare le parole giuste. La nostra militanza è immune dalla retorica dell’occidentalismo? L’attivismo è già decolonizzato? Sono alcuni dei temi in programma per questo mese di marzo. E solo il fatto di chiederselo sembra un passo verso la giusta direzione.

Per maggiori informazioni consultare il sito dell’associazione.

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