dal governo. E la sua riflessione sul paradigma dello stato d’eccezione nella società contemporanea
di Stefania Ragusa
Era maggio 2007 e io stavo seguendo il caso di Choles Richil, un attivista bangladese ucciso in circostanze controverse per essersi opposto ad un progetto di edificazione e riconversione selvaggia nella foresta di Modhpur. Ero andata fino a Beribaid, a nord di Dhaka, per visitare la famiglia di Choles ed ero in contatto costante con il giornalista che aveva seguito e denunciato la vicenda, Tasneem Khalil. Tasneem lavorava per il The Daily Star, il principale quotidiano del Bangladesh in lingua inglese, collaborava con la Cnn e con varie organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. Ci sentivamo via mail. A un certo punto però Tasneem smise di rispondere.
Nella notte tra il 10 e l’11 maggio un gruppo di uomini armati fece irruzione nel suo appartamento. Dopo un sommario e violento scambio verbale, sotto gli occhi della moglie e del figlio di sei mesi, se lo portò via, insieme al suo pc. Destinazione: una delle più famose camere di tortura del Bangladesh, nei pressi del Parlamento.
Senza finestre, foderata di pannelli di legno. Avrebbe potuto essere scambiata per uno studio di registrazione, se non fosse stato per il lettino metallico accessoriato con manette e vari altri “strumenti di persuasione”. Il commando rispondeva al Directorate General of Forces Intelligence, corpo autorizzato ad agire in deroga alla legge e alla Costituzione. In Bangladesh, pochi mesi prima, c’era stato un colpo di stato militare incruento, gradito a buona parte dell’establishment locale e internazionale. Era stato decretato lo stato d’emergenza. Molti diritti fondamentali (dalla libertà di movimento a quella di parola) erano stati sospesi e un’onda anomala di arresti stava percorrendo il Paese, portandosi via oppositori e “nemici interni”.
Tasneem, che in modo sistematico si era occupato di insabbiamenti governativi (come quella che aveva accompagnato la morte di Choles) e di esecuzioni extragiudiziali messe a punto dal Rapid Action Battalion, l’unità speciale anticrimine e anti terrorismo che usava eliminare i nemici in scontri a fuoco sempre senza testimoni, si era guadagnato il titolo di rompiscatole e “nemico interno”.
Tasneem, dunque, smise di rispondere e, per diversi giorni, non si seppe nulla di lui. Poi arrivò la notizia che, seppur malconcio, era vivo. Era riuscito a lasciare il Paese e a riparare in Svezia, dove avrebbe ottenuto lo status di rifugiato e cominciato una nuova vita.
Ma la denuncia degli abusi del potere, in particolare di quelli giustificati dai cosiddetti stati d’eccezione, è rimasta il suo chiodo fisso. L’analisi di questo meccanismo e la sua fenomenologia nell’Asia meridionale, è al centro del suo libro Jallad, pubblicato dalla casa editrice inglese Pluto Press. Jallad, che in bengali vuol dire boia, macellaio, prende le mosse dalla ricostruzione di alcuni eventi storici.
Il primo è il massacro di Jallianwala Bagh, avvenuto il 13 aprile 1919 ad Amristar, la principale città del Punjab. Quel giorno il generale britannico Reginald Dyer ordinò alle sue truppe di aprire il fuoco sulla folla che manifestava contro il Rowlatt Act, una legge approvata poche settimane prima, che consentiva incarcerazioni arbitrarie e senza processo. I morti furono quasi 400, i feriti oltre 1.200. Negli anni ’80 del secolo scorso, ancora nel Punjab, allo scopo dichiarato di contrastare il separatismo Sikh, furono emanate altre leggi speciali: The National Security Act, The Punjab Disturbed Areas Act, The Armed Forces Special Powers Act… In questo caso i morti furono molti di più: oltre diecimila nel corso di una decina d’anni. Regista del tutto, l’allora capo della polizia Kanwar Pal Singh Gill.
Nel 1971, di fronte alle rivendicazioni degli abitanti del Pakistan orientale (l’attuale Bangladesh) che non ci stavano a essere trattati come una colonia interna, e alla campagna di disobbedianza civile lanciata dal loro leader, Sheikh Mujibur Rahman, dopo aver vinto le elezioni, il presidente del Pakistan, il generale Yahya Khan, rispose con l’operazione Searchlight, condotta dal generale Tikka Khan: un’azione militare che provocò tre milioni di vittime in 9 mesi. Oltre che dalla scia dei morti, Reginald Dyer, Kanwar Pal Singh Gill e Tikka Khan hanno in comune una sconcertante (buona) reputazione presso i loro governi e la dinamica che ha innescato le loro operazioni di morte: la dichiarazione di uno stato di emergenza (reale o presunto), la sospensione di diritti costituiti per ragioni di sicurezza, una serie di azioni extragiudiziali portate avanti da veri e propri squadroni della morte.
Il medesimo schema, in tempi più recenti, si ritrova negli altri casi analizzati da Jallad: in Bangladesh, in India, in Nepal, in Pakistan, nello Sri Lanka. «Mentre andavo avanti con le mie ricerche e scrivevo, avevo in mente la riflessione di Giorgio Agamben, sull’Homo Sacer e lo stato d’eccezione», dice Khalil. «Considero questo mio lavoro come una sorta di nota a margine della riflessione di Agamben sulla natura dello stato moderno».
La scelta di concentrarsi sull’Asia meridionale è stata dettata da ragioni pratiche: «Non potevo occuparmi di tutto, ho privilegiato il territorio che conosco meglio». Ma le distorsioni provocate delle leggi speciali e dalla rimozione dei diritti sono universali e ovunque foriere di morte. «Lo stato d’eccezione, ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a definire come una misura provvisoria e straordinaria, sta oggi diventando un paradigma, un modello di governo del tutto rientrante nella normalità, che determina la politica estera ed interna dei singoli stati».
In tempi recenti, lo abbiamo visto in Francia, a proposito della discussione sulla revoca della cittadinanza seguita agli attentati di Parigi. Lo rivedremo sicuramente dopo la strage di Bruxelles. «Le crisi vengono usate dallo stato moderno per sottrarre diritti ai cittadini e rafforzare la macchina repressiva, sotto forma, appunto, dello stato d’emergenza. I richiedenti asilo, i rifugiati sono oggi i nuovi Homo Sacer d’Europa. E, intanto, le metropoli europee sono in guerra con le loro periferie. È il sottoproletariato di Parigi, Bruxelles, Copenaghen o Göteborg a portare avanti la cosiddetta jihad. Ma le leggi speciali e lo stato d’eccezione non sono in grado di risolvere questo conflitto. Dirty tricks always give us dirty results».
Per approfondire: “The Torture of Tasneem Khalil”, di Human Rights Watch