Dalle banlieue della Francia agli ospedali in Afghanistan

Al Festival dei Diritti Umani, prima della proiezione del film “Qu’Allah bénisse la France !”, Cecilia Strada ha annunciato che Emergency dedicherà un suo centro maternità in Afghanistan a Valeria Solesin, vittima dell’attentato al Bataclan

di Paolo Riva

Ci sono la violenza, la droga e tutto il disagio delle periferie francesi. Ma ci sono anche la musica, l’amore e la speranza. Nel film, “Qu’Allah bénisse la France!” (Che Allah benedica la Francia), presentato in anteprima nazionale al Festival dei Diritti Umani di Milano ieri sera, l’affermato rapper franco-congolese Abd al Malik racconta la vita dei giovani di un quartiere periferico di Strasburgo e, in particolare, la sua parabola positiva.

La pellicola è un adattamento per il grande schermo dell’autobiografia del regista che, infatti, firma anche la sceneggiatura di quello che è il suo esordio. “È un’opera prima e si vede”, ha spiegato prima della proiezione Vanessa Tonnini, curatrice del programma cinematografico del festival. “Ne ha tutta l’ingenuità e, al tempo stesso, l’energia”. A fornirgliela contribuiscono il coinvolgimento di numerosi attori non protagonist e la colonna sonora, rigorosamente rap. La musica però non è l’unico tema. Ci sono anche la mancanza di opportunità per i giovani, il crimine e la violenza, anche se volutamente mai resa esplicita.

E poi c’è la religione. Quella che segna la differenza più marcata con “L’Haine”, l’odio di Kassovitz, al quale “Qu’Allah bénisse la France!”, uscito quasi vent’anni dopo, viene spesso paragonato, anche per l’uso del bianco e nero.

Il protagonista, infatti, nato e cresciuto in una famiglia cristiana del Congo Brazzaville, si converte all’Islam, lasciando il suo vecchio nome Régis Fayette-Mikano e prendendo il nuovo e attuale, Abd al Malik. Durante il film, insieme a un amico arabo, gira per la sua zona cercando di indottrinare gli altri giovani, si fa intervistare da un giornalista (che subito dopo scriverà un pezzaccio definendo il quartiere una “bomba sociale”), discute con il fratello, anche lui convertito, se sia giusto vestirsi in maniera tradizionale oppure “occidentale”, ricevendo una risposta che rimane una delle migliori battute del film: “Perché, Maometto aveva forse le Nike Air Max?!?”.

Nel frattempo, però, il gruppo con cui il futuro rapper cerca di sfondare perde i pezzi. Uno dei componenti finisce in carcere per un crimine commesso parecchio tempo prima, mentre un altro decide di lasciare perché ora considera la musica haram, impura, non in linea con la rigida interpretazione dell’Islam che ha abbracciato.

Abd al Malik, invece, fa una scelta diversa e, anche grazie alle ottime performance scolastiche che lo portano da un liceo di soli studenti bianchi a una prestigiosa università, ottiene il successo tanto seguito.

Non solo. Riesce anche a conquistare il cuore di una giovane marocchina vicina di casa con la quale, per tutto il film, intesse lunghi e profondi dialoghi sulla religione, sulle differenze e le discriminazioni, sulla cittadinanza, sulla Francia e sull’Occidente.

Agli organizzatori del Festival, quindi, deve essere sembrato logico invitare, prima di una pellicola che affronta certi temi un’ospite come Cecilia Strada. La presidente di Emergency, infatti, ha annunciato che l’organizzazione ha deciso di dedicare una delle sue strutture a Valeria Solesin, giovane italiana rimasta vittima dell’attentato di Daesh al Bataclan di Parigi.

“Insieme alla famiglia, abbiamo scelto un centro di maternità in Afghanistan perché è un simbolo dei diritti che costruiamo coi nostri interventi e perché ci lavorano moltissime donne, cui Valeria aveva dedicato alcuni dei suoi lavori”, ha spiegato. “Dopo gli ultimi attentati, si è reagito in molti modi: si è creato un noi e un loro, si è enfatizzato su difesa e repressione, si sono colpevolizzati i pacifisti, si è costruito un nemico in casa. Questo è il nostro modo di reagire: opporre alla violenza i diritti, che riteniamo l’unico vero antidoto a funzionare”.