Il corpo adolescente

Storie di mani e storie di piedi tra Italia e Honduras per aprire gli occhi su un’età della vita che spaventa e affascina

Testo e foto di Gabriella Ballarini

Aprile 2015: un libro illustrato che si intitola “Storia di un corpo”(Daniel Pennac, Feltrinelli, 2014) nello stesso mese dello stesso anno, mi chiama una scuola. Io sono un’educatrice, mi occupo di formazione di giovani educatori e lavoro nelle scuole con gli adolescenti. Che detta così sembrano una categoria, come gli impiegati o i vigili.

Ma loro, gli adolescenti, non sono una categoria, così come la scuola non è un contenitore. E nemmeno il corpo è una categoria, così come non è un contenitore.

Insomma, la scuola mi contatta e mi racconta che ci sono dei problemi con i ragazzi e le ragazze, che si scattano strane foto e poi le mettono online. L’immagine di un istante, diventa immagine infinita. Passa poco tempo e mi chiamano anche dall’Honduras, mi chiedono se entro l’anno posso andare là, per fare un lavoro con Educatori senza Frontiere, la mia associazione.

Apro il libro di Pennac e leggo. “Il corpo è una macchina per essere”, leggo ancora “il corpo è un’invenzione della vostra generazione, almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che ne viene dato. Ma, sui rapporti che la mente stabilisce con esso in quando scatola delle sorprese e distributore di deiezioni, oggi il silenzio è altrettanto fitto che ai miei tempi”.
Leggo e metto insieme la fotografia, il testo e il corpo.

In questi anni, ho imparato, che quando si incontrano degli adolescenti bisogna partire dalla meraviglia, incantarli mentre sembra che ci sfuggano, intrecciare per loro ghirlande di parole, trasformare una mano in una storia.

Ho preso la macchina fotografica, il libro e un po’ di colori, la plastilina, ho preso dei fogli grandi e sono andata a farmi sbalestrare da loro. Ho scelto 5 seconde di una media inferiore del mantovano, per il mio numero ZERO. Ho scelto di prendere un treno dalla stazione di Milano e arrivare con un grande zaino alla scuola. Ho scelto di lavorare dentro alla biblioteca, la macchina fotografica a terra di fianco al libro. Ho scelto di raccontare e di farmi raccontare, abbiamo giocato insieme e poi anche loro hanno cominciato ad intrecciare le loro ghirlande, mettendo in mezzo le loro parole. All’improvviso ero in Honduras, sempre con il solito grande zaino, sempre con il libro, in spagnolo e con la macchina fotografica.


 

Non ho parlato di Instagram, ho parlato di fotografia, dell’infinito presente, di quel momento che non si ripeterà mai più. Da Mantova alla mesoamerica, le parole intrecciate hanno preso forma e hanno trasformato me. Ecco cosa mi hanno raccontato, ecco alcuni frammenti di storia di corpi che prendono corpo.

“… sono così stanco che non riesco a scrivere. È un corpo così normale. Non mi viene in mente niente. È sempre stato stanco il mio corpo. Quando arrivo a casa vorrei andare a dormire, ma non ci vado mai perché non ho voglia. Io sono stanco. Vorrei andare a dormire, ma poi alla fine non ci vado. Quando esco il mio corpo sta molto bene perché ho voglia di giocare. Quando esco sono felice come…non lo so…”

“I miei piedi… Hanno dieci dita sono rosa e blu e ad un certo punto se schiaccio un pulsante spuntano delle ali e posso volare. Con i miei piedi posso camminare e anche scrivere. Le caviglie hanno due protuberanze che se le giri sputano fuoco che congelano i nemici.”

“Le mie mani… Hanno paura di insaccarsi le dita, di cadere e di farsi male. Sognano di essere invulnerabili e di aiutarmi sempre e comunque. Si chiedono perché non hanno cervello e perché sono io a comandarle. Loro hanno emozioni: tristezza, dolore, rabbia, stanchezza e felicità. Devo rispettarle, se no mi distruggerò da solo.”

Più di duecento ragazzi e ragazzi, momenti infiniti di poesia umana, che in queste poche righe è difficile raccontare.

Mi ricordo Giovanni, l’uomo sottile come un foglio di carta, mi ricordo della mano e di Giorgia e poi mi ricordo di tutte le migliaia di parole, che ho rieletto e che custodisco.

Parole come pietre scagliate alcune volte, parole dolci dell’uomo con tanti occhi e tanti piedi e le gambe lunghe e lo specchio che non riflette o gli amici che nemmeno loro riflettono tanto.