La cultura dello stupro

Ogni anno in Brasile vengono denunciati 50.000 casi di stupro che, secondo l’IPEA (Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada), rappresenterebbero solo il 10% delle violenze reali. Un video ne parla

di Elena Esposto

Su una pagina facebook di femministe brasiliane tempo fa è apparso un video tutorial sulla cultura dello stupro definita come: “l’ambiente che banalizza, legittima e giustifica la violenza contro le donne. Un ambiente nel quale gli uomini si sentono in diritto di commettere violenza sessuale”.

Lo stesso video mette in luce il fatto che mentre il valore delle donne viene spesso calcolato in base alla loro condotta morale e sessuale questo non vale per gli uomini. In Brasile infatti, è molto comune usare parole anche pesanti (puta, vada, vagabunda, piranha) per descrivere una donna che ha relazioni con molti uomini mentre i termini che denotano l’uomo seduttore hanno sempre una connotazione positiva. Della serie: c’è chi può e chi non può.
Per chi non è abituato ad avere a che fare con la cultura brasiliana forse è meglio fare, per un istante un passo indietro. Lontano anni luce dalle idee che se ne hanno in Europa di paese libertino, dove si pratica l’amore libero, pieno di belle donne che vanno in giro mezze nude pronte a concedersi al primo europeo di turno, il Brasile è in realtà un paese molto conservatore e maschilista. Fatto in parte culturale (specialmente nelle aree agricole del Paese rimangono in vigore strutture sociali di stampo tradizionale), in parte religioso, dovuto a secoli di dominio cattolico e alla nascita di nuove chiese radicali nell’emisfero protestante.

Giusto per avere un idea ogni anno in Brasile vengono denunciati 50.000 casi di stupro che, secondo l’IPEA (Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada), rappresenterebbero solo il 10% delle violenze reali le quali non vengono denunciate per paura di ritorsioni e perché le vittime si sentono in colpa o in difetto (ecco di nuovo la cultura dello stupro in atto!).

L’86% delle donne brasiliane hanno subito una molestia almeno una volta nella loro vita e il 44% è stata toccata contro la propria volontà.

L’elemento che sembra aver portato alle orecchie dei media nazionali e internazionali la critica situazione femminile in Brasile è stato lo stupro, da parte di trenta (almeno così pare) uomini, di una ragazzina di sedici anni in una delle favelas di Rio de Janeiro. Il sintomo più evidente di un cancro antifemminista nel Paese è stato, a parte la violenza in sé, fatto già gravissimo, la reazione della popolazione sui social network. Per ogni indignato che si scagliava contro gli stupratori c’era almeno uno … (scegliete voi la parola che vi sembra più adatta) pronto a prendersela con la ragazza, a chiedersi cosa ci faceva da sola in una favela, che cosa indossava e che, in fondo, probabilmente se l’era cercata. Tanto per dare ancora qualche numero il 26% dei brasiliani credono che le donne che si vestono succintamente si meritano di essere attaccate e il 58% crede che la donna stuprata abbia una parte di colpa.

Guarda il video di Superinteresante

In risposta a questa ondata di ulteriori umiliazioni nei confronti delle vittime di violenza sessuale le femministe (e non solo) brasiliane si sono unite in una catena sui social network pubblicando contenuti on l’hashtag #estupronãoéculpadavitima, lo stupro non è colpa della vittima. Lunedì 6 giugno un’ONG carioca per la difesa dei diritti umani ha organizzato una protesta disseminando la spiaggia di Copacabana di gigantografie di volti femminili con segni rossi visibili e di 420 pezzi di biancheria intima rossa (o bianca macchiata di rosso).

Un numero non scelto a caso, infatti 420 sono le donne violentate ogni tre giorni in Brasile.

Questi avvenimenti devono farci ripensare alle leggi di tutela delle donne non solo a livello nazionale e di singolo Paese, ma anche a livello internazionale, perché la violenza su una ragazzina di sedici anni ci tocca tutti da vicino. La violenza sulle donne ha tante forme, anche diverse dallo stupro o dall’aggressione fisica. Passa attraverso la violenza verbale, gli apprezzamenti di cattivo gusto quando cammini per strada, le occhiate, i gesti e arriva fino all’estrema crudeltà del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna.

Come ricorda Silvana Nascimento, professoressa dell’Universidade de São Paulo: «Le microviolenze sono connesse, l’assedio (per strada) e questa violenza fisica (lo stupro), e hanno tutte a che vedere con una visione maschilista che tende a considerare il corpo della donna come un oggetto da possedere».