(Ancora) Palestina

Nel ricordo, nel viaggio, nella memoria

testo e foto di Sara Marchesi

Salah è nato nel 1953 in una delle tende del campo profughi cisgiordano di Dheisheh, alle porte di Betlemme, oggi il secondo in Palestina per estensione – 1,5 kmq per più di 13mila persone provenienti da quarantacinque villaggi, tutti occupati a partire dal 1948.

Salah ricorda quando è avvenuta la prima transizione, dalle tende ai parallelepipedi di cemento, una sola stanza di 9 metri quadri nella quale la sua famiglia, composta di dieci persone, viveva ammassata. Quel cemento gettato di fretta, come capitava, ha segnato il destino dei profughi palestinesi cacciati dai propri territori: alcuni di loro potranno tornare a visitare il terreno, in molti casi ormai insensatamente vuoto, dove una volta sorgeva il loro villaggio; alla maggior parte questo permesso non sarà mai accordato dall’autorità israeliana.

Salah ricorda molto bene anche il momento in cui ha cominciato a fare politica. E fare politica in Palestina, allora come oggi, equivale a fare militanza, non c’è distinzione. Inizialmente faceva parte di un piccolo gruppo di ragazzi dai quattordici ai diciassette anni – o meglio, di giovani uomini, perché nel campo si cresce molto in fretta – che scriveva pamphlet e incitava i palestinesi allo sciopero, a manifestare, a resistere.

Nel 1970, quando la lotta ha iniziato a farsi più violenta, Salah è stato arrestato e condannato a venticinque anni di carcere, divenuti poi quindici; come da usanza, la casa della sua famiglia è stata demolita dall’esercito israeliano. Durante la detenzione, Salah ha studiato l’ebraico e poi l’inglese così da potersi dedicare, nei lunghi giorni d’isolamento, alla lettura e allo studio di testi internazionali di filosofia, storia, politica, letteratura americana, russa, francese, anche italiana. Ciò gli ha permesso, una volta rilasciato, di laurearsi all’Università di Betlemme e di diventare lui stesso docente universitario.

Anche Nizar è nato nel campo di Dheisheh; ha 29 anni, ma il suo viso stanco, qualche ruga e qualche capello grigio di troppo, un segno nero sulla tempia sinistra, ne dimostra certamente di più. Quando l’hanno arrestato, come è successo alla maggioranza dei ragazzi del campo sopra ai 14 anni, ha iniziato uno sciopero della fame le cui conseguenze ancora gli causano forti dolori allo stomaco.

Nizar ha avuto la fortuna di poter studiare teatro in Germania per un semestre, per poi fare ritorno al campo. Non riuscendo a trovare – anche qui come molti – un lavoro, si dedica a insegnare ai bambini spettacoli che raccontano la storia della loro terra e della loro lotta.

Il caso di Nizar non è poi tanto eccezionale. Sì, perché paradossalmente per i giovani palestinesi è più facile ottenere un visto per la Germania, l’Italia, persino per gli Stati Uniti, piuttosto che quello per entrare a Gerusalemme o a Ramallah, e non nominiamo neanche Gaza.

Azzam, per esempio, ha vissuto diversi anni negli Stati Uniti, lavorando come muratore per dodici ore al giorno: non appena ha guadagnato abbastanza denaro, ha fatto ritorno al campo per sposarsi e cominciare la sua vera vita, perché “che vita era quella, tutto il giorno a lavorare per guadagnare soldi che poi eri obbligato a spendere per l’affitto e per procurarti tutte quelle cose di cui non hai bisogno se la tua famiglia e le persone che ami sono lontane? Me lo dicevano tutti da qui, che dovevo muovermi a tornare”.

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Sul pullman per Ramallah, West Bank, capitale amministrativa della Palestina (la lotta per ottenere Gerusalemme Est come capitale non si ferma), solo tre internazionali e una decina di palestinesi. Arrivati al Check Point ciascuno di loro (i palestinesi, non gli internazionali), passaporto alla mano, dovrà scendere e procedere al controllo del visto; qualcuno probabilmente verrà respinto e dovrà tornare indietro: magari la prossima volta.

Allo stesso check-point, un giorno più tardi i soldati israeliani spareranno, uccidendola, a una donna che “chissà, forse ha sbagliato fila al controllo” ed è stata freddata a trenta metri di distanza. Il fratello minore, accorso sul corpo della sorella, farà la stessa fine. “La donna aveva un coltello in mano e aveva intenzione di colpire un soldato”, affermeranno i media israeliani.

Sumoud abita a Ramallah con la madre, una sorella e un fratello; l’altro fratello minore vive ormai da tempo in Italia. Il padre di Sumoud, uno dei leader storici del Fronte Popolare Palestinese e figura simbolo della resistenza, è in carcere da più di dieci anni ed è ben poco probabile che ne uscirà mai.

Per i primi nove anni della sua detenzione, a Sumoud è stato puntualmente negato il permesso di fargli visita per il fatto di essere attiva politicamente. Ugualmente, dirigendo un’associazione per la difesa dei diritti dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele, le viene negato il permesso di uscire da Ramallah: “ho tanti amici virtuali, su Facebook, non ci siamo mai visti e non penso potremo mai conoscerci di persona, ma insieme coordiniamo e organizziamo la lotta ed è come se camminassimo ogni giorno fianco a fianco.”

Il 26 aprile, a Ramallah è stata inaugurata piazza Nelson Mandela. Una grande statua del Presidente simbolo della lotta all’Apartheid è stata trasportata dal Sudafrica e installata, dopo aver trascorso il suo periodo di “detenzione” alla frontiera israeliana, al centro di questa – bisogna dirlo – piuttosto piccola e decisamente decentrata piazza che definirei piuttosto una grande rotatoria, situata nella zona più ricca della città.

Ora, al di là del quesito che mi sono posta vistando di persona il sito in questione la sera stessa dell’inaugurazione (quando insieme a me vedevo arrivare qua e là macchine e gruppetti non troppo nutriti di persone che si fermavano a fotografarsi vicendevolmente sotto la statua), il quale ruotava intorno all’attuale ruolo della piazza come simbolo ed epicentro della rivolta, sul valore che questo stesso monumento avrebbe avuto se posizionato in un luogo più strategico (leggi vissuto) e sulle dinamiche che hanno portato alla scelta di questa determinata location, indubbiamente il nesso tra due forme di segregazione del tutto assimilabili e il cui inizio è, in entrambi i casi, storicamente datato in quel fatidico 1948 risulta palese.

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Osservata da questo punto di vista, la questione del conflitto israelo-palestinese è forse meno complicata di quanto possa inizialmente – o vogliano farcela – apparire. Salah, Nizar, Azzam e Sumoud vivono ogni giorno sulla loro pelle uno stato di prigionia che ne ha precluso e tuttora ne impedisce la libera determinazione come individui nel territorio nel quale sono nati.

Sono persone cui è impedito di muoversi, di conoscere e di conoscersi, di rapportarsi con il diverso da quello che hanno sempre visto e vissuto. Certo, potremmo anche discutere sul chi, oggi, sia davvero libero, ma qui io mi riferisco a una libertà basilare e primaria, parlo di autodeterminazione soggettiva e collettiva di un’intera popolazione.

E pur trattandosi di una situazione che drammaticamente si riproduce in altre, troppe, parti del Mondo, tuttavia – o forse proprio per questo – è giusto che la questione palestinese rimanga paradigmatica come simbolo di resistenza e lotta di un popolo oppresso, come è giusto che se ne continui a parlare.

Non solo: aggiungerei che non è perché una situazione si è nel tempo cristallizzata, o meglio direi incancrenita, facendosi sempre più intricata che siamo autorizzati a ignorarla o a ridurla a “discussione da salotto”.

Questa non vuole essere un’accusa. Io stessa ammetto di avere in passato sostenuto la causa palestinese molto più a parole che a fatti, informata solo parzialmente da fonti non accurate nel migliore dei casi, poco partecipi o di parte nel peggiore.

Anch’io, nata e cresciuta in una di quelle che definiamo, con non poca ironia, “democrazie occidentali”, non potevo immaginare cosa significasse vivere in uno stato di reale Apartheid.

Certamente la segregazione – razziale ma non solo – la possiamo sperimentare ogni giorno nelle nostre città, ne osserviamo il riflesso nelle leggi sull’immigrazione o nelle politiche urbane di gestione delle minoranze, ma difficilmente potremmo renderci conto di cosa significhino l’isolamento e il confino di un intero popolo nella sua stessa terra senza vederlo con i nostri occhi. Nemmeno dopo due settimane trascorse a Dheisheh posso dire di saperlo, perché a me, in quanto occidentale, non è (quasi) mai stato impedito di muovermi liberamente.

E nonostante ciò l’aver preso parte alla vita del campo e l’avere fisicamente toccato quel muro che impedisce di vedere “fuori” ha fatto sì che quei luoghi e quelle persone mi siano rimasti nel cuore e che la causa palestinese sia ora parte di me. Per questo mi unisco alle tante voci che esortano a visitare direttamente questa terra che, pur recando in superficie le cicatrici profonde della colonizzazione senza scrupoli, rimane una delle più meravigliose e magiche che abbia mai incontrato nei miei viaggi e a conoscere un popolo che nonostante le difficoltà conserva ancora un istinto di condivisione, una tendenza all’ospitalità e un desiderio di contatto umano unici.

Se è dunque indubbio come geopoliticamente la situazione risulti assai complicata e piena di contraddizioni, la comprensione delle ripercussioni sulla vita delle persone che vivono questi territori è invece tragicamente semplice. A nessuno si chiede di improvvisarsi combattente e forse non è più il tempo delle Intifade, almeno finché non ci saranno le condizioni per l’ultima e definitiva. Quello che possiamo fare, accanto e per sostenere chi ha dedicato la propria vita, per necessità ma anche per scelta, alla causa palestinese è forzare i confini dell’Apartheid facendoci testimoni diretti di questa lotta e delle ingiustizie che si perpetuano.

La strada è ancora lunga, ma anche i nostri occhi, le nostre coscienze e le nostre voci possono diventare delle armi per creare pressione mediatica, per fare in modo che tutto questo non continui a passare sotto silenzio e per abbattere, almeno, il muro dell’indifferenza.

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