di Linda Dorigo
Taimur ha quasi quarant’anni. Ci incontriamo la prima volta vicino Kalar, in un villaggio abbandonato all’epoca di Al-Anfal. Arriva a bordo di un Land Rover bianco, vestito da peshmerga, accompagnato dalle guardie del corpo.
La storia di Taimur Anfali è famosa tanto quella di Saladino.
Ci sediamo davanti ad una vecchia stalla. Lui fuma un paio di sigarette e mi regala il suo libro. Una lunga intervista concessa al giornalista curdo Arif Qurbany. La sofferenza si infiltra nella solitudine e Taimur è come la roccia carsica. Da bambino è stato catturato insieme alla madre e alle tre sorelle e portato a morire nelle fosse comuni nel deserto, a sud di Baghdad. È riuscito a sopravvivere alle ferite e alla disidratazione, e nel deserto ha trovato la sua salvezza.
Tra i bambini del campo di detenzione di Topzawa c’era anche lui. “Mi chiedevo perché le donne non gridassero e nessuno cercasse di scappare. C’era un’atmosfera surreale”. Lui, la madre e le sorelle sono stati gettati nella fossa insieme agli altri prigionieri. I soldati sparavano proiettili veloci come gocce di pioggia. La madre è stata colpita alla testa e il velo è volato alto in cielo, un drappo azzurro macchiato di sangue.
“Quando è arrivato il mio turno avevo ormai visto morire quel che restava della mia famiglia”.
Il sole scendeva rapido dietro la linea del deserto quando i bulldozer hanno iniziato a ricoprire la fossa. Taimur ha riaperto gli occhi e districandosi tra braccia e legamenti senza vita, ha risalito la tomba di sabbia raggiungendo la tenda di un beduino. L’uomo lo ha affidato alle cure della famiglia araba che lo ha nascosto e protetto fino al 1990. La generosità e l’affetto ricevuti non gli hanno fatto dimenticare il suo Kurdistan.
Le radici non si spezzano con un cambio di abiti e nuovi vocaboli. Taimur ha ritrovato gli zii ed è tornato a Rizgari, ma la vita non gli è stata clemente. Da gennaio 2014 è rinchiuso nella prigione di Kalar accusato di aver ucciso un poliziotto durante una battuta di caccia.