di Giulia Bondi
C’è Karol, il polacco che viene per la stagione della vendemmia in Franciacorta. Lia, la rumena che lavora nelle serre del ragusano. Issà, il gigante sudanese che raccoglie le olive a Campobello di Mazara. C’è il sikh di cui non si rivelerà il nome, dall’aspetto placido e rasserenante come un semidio, che vive a Terracina in un casolare, con i vestiti piegati, colorati e ordinatissimi. Ci sono i raccoglitori di pomodori dei ghetti di Rignano Garganico o di Borgo Mezzanone.
C’è chi raccoglie le arance a Rosarno, chi dall’India è arrivato in Campania, nella piana del Sele. C’è anche Mario, unico italiano, e Mohamed, marocchino, che ha comprato “il camiòne” per farsi caporale.
Sono i braccianti i protagonisti di “Ghetto Italia”, il libro reportage edito da Fandango e firmato dal sociologo pugliese Leonardo Palmisano insieme a Yvan Sagnet, ingegnere camerunense diventato sindacalista dopo avere guidato, nel 2008, le proteste dei raccoglitori stagionali di pomodoro nella provincia di Lecce.
Dopo la pubblicazione del libro e le prime presentazioni, ai due autori sono arrivate minacce e intimidazioni, tra le quali, come ha raccontato Palmisano in un’intervista ad Articolo 21, “telefonate di invito a presentazioni del libro che erano evidentemente finte”, o “sollecitazioni a controllare, dopo le presentazioni, lo stato della mia automobile”.

Anche Sagnet firma, ma è Palmisano che racconta, sempre in prima persona, il viaggio lungo l’Italia alla scoperta degli anfratti di esclusione e sfruttamento in cui vivono i braccianti agricoli di origine straniera. Nei gironi infernali di Ghetto Italia, Sagnet è una sorta di Virgilio, l’accompagnatore, il mediatore che apre a Palmisano le porte delle baracche e delle roulotte, grazie ai contatti maturati in anni di lavoro sul campo.
I protagonisti sono i braccianti, uno per luogo, descritti spesso con ammirazione. Dalle parole dei braccianti, molti dei quali dichiarano di amare il lavoro in campagna, se non fosse per le condizioni di sfruttamento, traspare una lettura lucida e disincantata del declino dell’agricoltura italiana. Ai dialoghi tra i due autori, tra una tappa e l’altra della narrazione on the road, è affidata invece l’analisi più complessiva del sistema.
Riflessioni in forma di dialogo, per stabilire quanto può guadagnare un caporale del Gran Ghetto foggiano, moltiplicando gli euro estorti ai braccianti (pro capite per die) per il posto letto, il trasporto, e la “cresta” su ogni cassone di pomodoro caricato. E ancora, tentativi di ricostruire e nominare le aziende italiane e multinazionali che trasformano e vendono i prodotti raccolti dai braccianti sfruttati, spesso simboli del Made in Italy.
Grande pregio del libro è la dimensione nazionale, il tentativo di percorrere l’Italia fino ai vigneti del Franciacorta in Lombardia e del Barolo in Piemonte, per uscire dalla convinzione che lo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne sia un fenomeno solo del sud, e per tentare di legare insieme fili e collegamenti che uniscono le dinamiche di sfruttamento nella raccolta dei pomodori in Puglia e Basilicata con quella delle olive in Sicilia e delle arance in Calabria. L’itinerario del reportage è quello degli stessi braccianti, attraverso l’Italia e le stagioni.
A chi scrive, alcune delle considerazioni sul legame tra caporali, aziende e criminalità erano parse, a una prima lettura del libro, forse non adeguatamente supportate dai fatti esposti. Fino a quando le telefonate di minaccia agli autori non le hanno fatte apparire pericolosamente vere.
(Le immagini sono tratte dal sito della casa editrice Fandango)