L’Italia e la cooperazione allo sviluppo

Il nuovo piano triennale della cooperazione italiana, nonostante gli elementi di positività introdotti dalla Legge 125 del 2014, non si caratterizza per un approccio complesso alle tematiche dello sviluppo e manca di ricercare soluzioni adeguate alle nuove sfide biopolitiche odierne, dalle migrazioni alla sicurezza.


Di Simona Chiapparo

Mercoledì 27 luglio 2016 è stato presentato a Roma, presso la sala conferenze della Farnesina, il nuovo piano triennale della cooperazione italiana allo sviluppo, in attesa dell’approvazione del documento definitivo e dell’attuazione del programma specifico della prossima annualità.
Il Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, durante la sua locuzione inaugurale ha descritto gli aspetti innovativi sottesi al nuovo dispositivo giuridico della cooperazione internazionale la Legge 125. La legge, approvata ad Agosto 2014, ha introdotto una revisione funzionale e strutturale del sistema italiano degli aiuti allo sviluppo attraverso una serie di cambiamenti cruciali: la struttura tripartita determinata dal MAECI, la neo costituita Agenzia della Cooperazione Internazionale e il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo, composto dai diversi stakeholders, ovvero i rappresentanti della società civile, degli enti locali e del mondo accademico.

Il Ministro ha evidenziato l’impegno italiano al progressivo incremento degli investimenti finanziari in materia di aiuti allo sviluppo, che dopo il trend negativo del 2012 – quando i fondi per la cooperazione corrispondevano allo 0,12% del Pil – sono finalmente in crescita: 0,22% del Pil per il 2016, con la previsione di arrivare allo 0,30% nel 2020.

 

Paolo Gentiloni ha inoltre sottolineato come il piano triennale sia espressione di una vocazione fortememente politica, da parte dell’Italia, a giocare un ruolo elettivo nell’area euromediterranea, ritenuta l’epicentro dei principali disordini biopolitici internazionali.
A seguire, l’intervento del Vice Ministro Mario Giro che ha annunciato il rilancio della cooperazione come espressione di una tensione verso l’internalizzazione e l’estroversione da parte dell’Italia. Giro ha spiegato il nuovo ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, ovvero la possibilità che i fondi, provenienti dai risparmi dei cittadini italiani e migranti, si tramutino in investimenti per lo sviluppo.

Una partecipazione – verrebbe da chiedersi quanto consapevole da parte dei risparmiatori – in strategie di rilancio socio-economico, nelle aree geografiche ritenute prioritarie da parte dell’Italia.

Gianpaolo Cantini, Direttore Generale Cooperazione allo Sviluppo – e a breve ambasciatore italiano in Egitto – ha analizzato la Legge 125, declinandola soprattutto in termini burocratici, mentre gli strumenti finanziari della nuova cooperazione sono stati introdotti da Laura Frigenti (neo direttore dell’Agenza della Cooperazione) e sviluppati da Bernardo Bini Smaghi (direttore della CdP) che ha molto insistito sul potenziale della Cassa Depositi efoto conferenza1

Prestiti come nuovo organismo bancario di sviluppo.
In sintesi, una presentazione che non ha affrontato gli aspetti significativi del piano, limitandosi ad una rappresentazione a tratti anche molto superficiale, soprattutto alla luce del fatto che la Legge 125 è in attuazione ormai da due anni, sebbene ad oggi risulti mancante il programma definitivo di piano triennale di aiuti allo sviluppo.

La conferenza ha avuto una fase interessante al momento del dibattito e, in special modo, in occasione dei quesiti sollevati dagli esponenti del corpo diplomatico. In particolare, quando l’Ambasciatore del Mozambico ha richiesto dettagli sul fondo speciale per lo sviluppo, precedentemente annunciato, e se tali risorse si sarebbero concretizzate in un reale supporto del Governo italiano al comparto africano delle Pubbliche e Medie Imprese.

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Incerta la risposta di Laura Frigenti, la quale ha affermato che il fondo in realtà è già attivo, così come il supporto alle PMI, citando – a titolo esemplificativo – il progetto che ha avuto modo di scoprire al suo insediamento. Un progetto, ha spiegato la Frigenti “…finalizzato alla distribuzione di latrine, quindi la possibilità di strumenti sanificatori accessibili a basso prezzo, da parte delle fasce deboli delle comunità locali…”.

Una risposta, questa, che solleva un ragionevole dubbio su quali siano le reali intenzioni del piano triennale degli aiuti allo sviluppo: si tratterà forse di azioni volte alla creazione di nuovi mercati in territori come quelli africani, attraverso il supporto all’export delle aziende italiane?

Intenzioni che sebbene meritevoli – in quanto concepite come strategico sostegno agli imprenditori italiani – rientrerebbero nel campo del commercio estero, non di certo della cooperazione allo sviluppo.

Un ulteriore quesito è stato poi rappresentato dall’Ambasciatrice del Niger, la quale ha richiesto di esplorare ulteriormente la declinazione in termini culturali, annunciata da Mario Giro per il nuovo sistema italiano della cooperazione.

Il Vice Ministro ha rilevato l’enorme know how italiano in termini di preservazione dei patrimoni culturali, come occasione di supporto a paesi come l’Iraq o l’Afghanistan. Un’affermazione che suscita quache perplessità, considerato che questo enorme know how non viene utilizzato in interventi realmente strategici di valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Un collegamento mentale non scontato se si ricorda che il piano triennale fa esplicito rimando ad Agenda 2030 che, nel suo motto “trasforming our world” esprime chiaramente, quale scopo centrale, che gli indicatori di sviluppo sostenibile riguardino non soltanto i paesi terzi, ma debbano essere considerati cruciali anche nei piani nazionali e locali delle policies economiche, ambientali e socio-culturali, messe in atto dai cosiddetti paesi sviluppati.
Il dibattito è quindi proseguito sulla volontà dell’Italia di impegnarsi nei programmi di aiuto allo sviluppo soprattutto in ambiti tematici, quali la tutela del suolo e l’implementazione dello sviluppo rurale. Un impegno che suona quanto mai bizzarro, se si pensa all’elevato consumo di suolo che caratterizza proprio l’Italia, fra l’altro a causa di interventi di edilizia pubblica infrastrutturale, oltre che privata, dalle incerte ricadute socio-economiche per le comunità territoriali locali.

Un argomento che è stato inoltre oggetto di confronto è stato, in ultimo, il Migration Compact. Indubbiamente, l’operato del Vice Ministro Mario Giro è da considerarsi positivo e condivisibile, anche per l’esperienza e la passione che lo contraddistinguono. Tuttavia emergono ancora molte criticità di attuazione, soprattutto per la clausola sulle “condizionalità” degli aiuti, a fronte dell’impegno dei paesi africani di gestire i flussi migratori.

Infine, è da segnalare come nel piano triennale della cooperazione internazionale risulti assente il contributo solidale della società civile, rappresentato dalle altre realtà associazionistiche – onlus, odv, gruppi informali di cittadini comunità migranti – nonostante si tratti di soggetti riconosciuti quali nuovi attori della cooperazione dalla Legge 125.

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Mona Hatoum, Hot Spots, 1996

Il sistema italiano della cooperazione, nonostante le novità positive introdotte in termini procedurali e finanizari, appare ad oggi privo di una visione complessa dello sviluppo. E, nel piano triennale annunciato, non si scorgono elementi in grado di offrire risposte agli interrogativi urgenti sul futuro, posti dalle vicende di Parigi, Bruxelles, Nizza, Heidingsfeld, Monaco, Ansbach, Rouen. Vicende dietro le quali si agita un’umanità dolente, con cui prima o poi occorrerà fare i conti. Sperando che non siano conti di sangue e di corpi senza vita.