di Irene Negri
«Che programmi hai per le vacanze?». C’è chi è appena tornata da Brasile, Colombia o Paraguay, destinazioni fisse ogni anno. Chi è ancora indecisa, magari Francia o Irlanda, o una crociera in Spagna. E chi si prepara al viaggio verso altre località italiane: costa ligure, Pescara, Torino, Milano Marittima, Gallipoli, Gallarate, Riccione, Chiavari, Ravenna, Bolzano. Non per solo riposo: una volta là, si lavora anche – polizia permettendo, perché capita che gli alberghi vengano controllati per contrastare il subaffitto a fini illeciti. Una ragazza ci racconta di aver lavorato in Inghilterra, Spagna, Francia e Marocco, ma che alla fine preferisce sempre Roma. Un’altra aggiunge: «La polizia di solito mi lascia stare per tre mesi; poi devo spostarmi». Qualcuna sceglie di restare a Milano: «Ad agosto si lavora bene, le mamme e i bambini vanno in vacanza mentre i padri rimangono qui». Va in controtendenza rispetto alle colleghe, che lamentano forte scarsità di lavoro in zona nel periodo estivo.
So già che mi mancheranno. Questa è la mia ultima uscita con la mia Unità di Strada, Cabiria, prima di trasferirmi dalla capitale lombarda. La prima era stata un anno e mezzo fa, e certo allora non potevo immaginare come sarebbero stati questi giovedì notte passati tra parcheggi, marciapiedi e fermate di autobus nella periferia di Milano.
Cabiria parla con chi si prostituisce in strada, dà ascolto, informazioni e tè caldo o freddo a seconda della stagione.
Fa parte del Naga, un’associazione milanese che dal 1987 promuove e tutela i diritti di tutti i cittadini stranieri, rom e sinti: garantisce assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita che si traduce in oltre 15.000 visite ambulatoriali l’anno, più di 800 persone contattate dal servizio di Medicina di Strada, centinaia di appuntamenti per tutela legale e altro ancora, per mano di circa 300 operatori. Siamo tutti volontari – fatto che non manca mai di sorprendere le ragazze.
La gente mi chiede di loro. Ci sono molti travestiti? E i trans, come sono? Incontri anche i papponi? Perché non fanno un altro lavoro? Non è strano parlarci? Rispondo come posso: la mia esperienza si limita ad una sera a settimana, su una strada di una città italiana. Non vedo chi lavora di mattina e pomeriggio, in casa, in altre zone, in altri giorni, e non parlo con chi non vuole avere a che fare con me. Ho conosciuto tre travestiti, alcune donne e parecchie trans – al femminile: è una differenza importante. Non so se ho mai incontrato sfruttatori perché non ce l’hanno scritto in fronte.
Ogni ragazza si prostituisce per un motivo diverso, e c’è chi apprezza il proprio lavoro e chi invece ne cerca disperatamente un altro, proprio come in qualunque campo. Parlarci insieme non è affatto strano, anzi in genere sono molto simpatiche.
Come chiunque altro hanno affetti, amori, interessi. Camilla* ha un compagno italiano contrario al suo lavoro, causa di molte discussioni. Anche Jasmine sta con un italiano, ma gli ha detto che fa la cassiera al McDonald’s. Michela non crede nell’amore però è molto legata alla mamma, che chiama spesso, e nel tempo libero vede le amiche: insieme vanno al cinema, in discoteca, al ristorante o stanno anche solo a casa a chiacchierare. Domani va a fare una grigliata. Stella è sposata, ha due figli che vorrebbe prendessero voti più alti a scuola, ed è molto credente. Serena ogni tanto gioca in una squadra di pallavolo e appena può va ai concerti delle sue cantanti preferite: Mariah Carey, Rihanna e Beyoncé. Peccato che Whitney Houston non ci sia più. Dora ha un cane e un gatto, scrive poesie, e per arrotondare fa anche la babysitter, cinque ore al giorno. Le piace molto stare con i bimbi; ha ottenuto il lavoro grazie alla falsa referenza di una coppia di amici. Ramona e suo marito vanno spesso in giro per musei e siti archeologici, Giorgia invece è ancora scossa per la brutta rottura con il fidanzato, che la tradiva.
Alcune ragazze non escono di casa se non per lavorare: hanno famigliari lontani da mantenere, fanno turni lunghi e nel tempo libero preferiscono riposarsi in solitudine, occuparsi delle faccende di casa, e prendersi cura di sé.
Sognano il futuro, come madri di famiglia o imprenditrici in proprio. C’è chi ha comprato casa nel paese di origine, un taxi magari, e chi si immagina parrucchiera, estetista, barista.
Tra uno, due, tre, quattro anni, chissà! Tutto dipende da quanto riescono a risparmiare, e di conseguenza da clienti, salute, documenti, sicurezza in strada. In questo sono effettivamente diverse da noi volontari: hanno molte più difficoltà.
A cominciare dalla situazione lavorativa. Con l’avvento della crisi, anche loro sono state colpite e i clienti, oltre a diminuire, tentano sempre più spesso di giocare al ribasso o barattare prestazioni gratuite per un passaggio a casa a fine serata, un profumo o altri oggetti. Se anni fa -ci dicono- si poteva pensare di guadagnare qualche milione di lire al mese, ora capita di avere anche solo un cliente al giorno, a prezzi talvolta davvero infimi. Chi può lavora in auto, altre preferiscono ricevere in casa: «In strada non mi danno più di 30 euro, a volte solo 20; da me se voglio chiedo 50, 70, 80, 100». Non tutte però si fidano, è più pericoloso. Tra quelle che operano in strada, alcune cercano un appartamento nei paraggi per comodità, diverse invece si allontanano per rispetto ai vicini, e si cambiano d’abito prima di prendere l’autobus per tornare a casa. In molte si dichiarano a disagio allorché approcciate da coppie o da ragazzini minorenni; per non parlare di quanti clienti («pure sposati!») chiedono di non utilizzare il preservativo.
In materia di sicurezza sono unanimi: meglio accettare esclusivamente clienti italiani, meglio ancora crearsi un giro di habitués, nonostante questi spesso finiscano per fare le richieste più estreme e trasgressive.
Per le ragazze, infatti, la strada è pericolosa – specialmente se trans. Già sottoposte a soprusi, discriminazione, beffe e abusi nel quotidiano sia in Italia che nel proprio paese d’origine («In Ecuador hanno tentato di uccidermi due volte, la polizia mi ha salvata in extremis»; «in Paraguay una volta sono stata sequestrata e torturata per sei ore, un’altra mi hanno sparato mentre guidavo»), la natura del loro lavoro comporta un isolamento e una vulnerabilità che le rende facili prede. I racconti di furti e violenze si sprecano: a una hanno sputato in faccia e tirato pugni, a due hanno rubato la borsa, un’altra è stata minacciata con coltello e pistola dallo sfruttatore di un gruppo di colleghe.
Parte del problema risiede nella condizione di illegalità a cui sono costrette. «Se questa professione fosse riconosciuta e legalizzata – ci spiegano – ci sarebbe più sicurezza. Dovremmo pagare le tasse, sì, ma almeno avremmo più diritti, non dovremmo avere paura delle forze dell’ordine e al contrario potremmo sentirci protette. E poi alla fine offriamo un servizio alla società». In quanto ai documenti, gli escamotages per trarsi d’impaccio sono numerosi e assai creativi: dal visto turistico rinnovato con rapide gite fuori porta al finto contratto da badante dai regolari contributi auto-pagati, passando per falsari, matrimoni in Spagna, e addirittura una cittadinanza onoraria riconosciuta per (reale!) valore civile. Coloro che non temono l’espulsione raccontano di episodi in cui si sono trovate dall’altro lato della giustizia: Marina ha denunciato una collega che le chiedeva l’affitto per il marciapiede, Felicity ha segnalato gli spacciatori del suo palazzo, Roberta ha fatto causa all’uomo che le ha trasmesso l’AIDS e a breve avrà luogo il processo.
Sono grata a queste ragazze. Condividendo le loro storie mi hanno scosso di dosso gli stereotipi che, volente o nolente, avevo costruito sul loro conto quando con loro non avevo ancora mai parlato.
Chi ci pensava che una prostituta potesse avere una relazione seria? Che avesse dei princìpi, dei valori, un’etica? Che passasse il tempo libero più o meno come lo passo io? Che fosse altro oltre quell’etichetta, una personalità unica non riducibile alla sua occupazione? A posteriori sembra ovvio, quasi banale che siano persone tali e quali alle altre. “L’abito non fa il monaco”, si dice; “non si giudica un libro dalla copertina”. Eppure i pregiudizi sul loro conto esistono -le loro storie raccontano anche questo-, e influenzano concretamente il loro tempo presente e futuro. Spero in un giorno in cui la professione di queste ragazze non sarà più intesa come insulto, e ognuna di loro verrà riconosciuta come persona degna di diritti e rispetto.
*i nomi delle protagoniste sono tutti di fantasia