L’occupazione israeliana

Un libro di Neve Gordon analizza le politiche messe in campo dal 1967 a oggi per controllare Striscia di Gaza e Cisgiordania

di Christian Elia

Sono passati quasi sette anni dalla pubblicazione di Israel’s Occupation, ma come scrive l’autore Neve Gordon, nella prefazione all’edizione italiana pubblicata da Diabasis e curata da Enrico Bartolomei e Giulia Daniele, è doloroso notare come le pessimistiche aspettative con cui chiudeva la prima edizione, nel 2008, siano ancora tutte là, nonostante l’esplosione del Medio Oriente.

C’è da aggiungere, anzi, che progressivamente la questione palestinese è lentamente scivolata via dal racconto mainstream, finendo per sovrapporre quella dei palestinesi a insorgenze che nulla hanno a che vedere con un’occupazione che dura da cinquant’anni.

Un’occupazione che, come qualsiasi fenomeno che riguarda un periodo così lungo di storia, è mutato profondamente. Neve Gordon, docente all’università Ben Gurion del Negev, un passato da ricercatore a Princeton e Berkley, e collaboratore costante di testate come al-Jazeera, The Nation e The London Review of Books, individua almeno quattro periodi chiave.

Dal 1967 alla Prima Intifada, passando per gli Accordi di Oslo, fino alla Seconda Intifada, che indica quelle che sono le coordinate attuali dell’occupazione: controllare la terra, senza avere più alcuna cura o interesse verso gli esseri umani che la abitano.

Non è sempre stato così. Un’analisi dei sistemi di controllo, sorveglianza e repressione attuati da Israele nei Territori Occupati, pur mantenendo il comun denominatore dell’occupazione,
hanno visto progressivamente allontanarsi gli elementi umani. La progressiva militarizzazione è avanzata di pari passo con la riduzione violenza delle interazioni in uno spazio non militare.

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Le leve dello strangolamento economico, del controllo dell’istruzione, del sistema sanitario come arma di ricatto, il regime dei permessi, il controllo degli spostamenti, la parcellizzazione del territorio, la tortura e gli arresti di massa, il furto di terra e acqua.
Tutto quanto è stato fatto per controllare i Territori Occupati, alla fine non ha funzionato.

I governi israeliani, negli anni, hanno cambiato strategie e sistemi, ma non è ancora servito a spezzare definitivamente le resistenza palestinese. E’ qualcosa di radicato, è diventato forse ormai – in una terra sempre più povera e disperata – anche l’unica ragione di vita.

Dal lavoro come arma per ottenere fedeltà, alla povertà e alla fame come strumento per piegare la resistenza. Dall’incentivo allo studio e allo sviluppo tecnologico, alla chiusura delle scuole e delle università. Dalle prime vittime civili, ai massacri impuniti, dal gestire i palestinesi in modo diretto a quello indiretto (con l’Anp): Israele le ha provate tutte, senza capire l’unica verità.

Non è e non sarà mai una questione di occupazione leggera o pesante, del poliziotto buono o del poliziotto cattivo: anche se Israele è riuscita a ‘normalizzare’ l’occupazione dei Territori rispetto a un’opinione pubblica internazionale narcotizzata, non lo potrà mai fare con i palestinesi. Non ci vorranno altri cinquant’anni per capirlo.

Quali sono i possibili sbocchi di questa situazione? Per Gordon si ricomincia dalla lotta all’islamofobia in Europa e in America, ma non basterà. Solo affrontando le contraddizioni strutturali dell’occupazione, che si basa sul tenere terra e risorse, come non ci fossero persone, o sarà ancora sangue.

E occuparsi delle persone, significa riunire il popolo palestinese alla sua terra, nel senso di averne il pieno godimento, o di riunire tutti come cittadini su un’unica terra. O sarà sempre e solo sangue.