Pre-politica / 2 Sutura sociale

Ogni mattina è bene avere la forza di guardarsi allo specchio senza provare vergogna o rimorsi. Ma soprattutto con la capacità di vedere chi ti trovi di fronte

di Angelo Miotto
@angelomiotto

Il passaggio prepolitico che attende una nuova cittadinanza sta in un passaggio chiave, rispetto alla disintegrazione e atomizzazione delle vite, dei lavori e anche di molti valori. Dobbiamo avere il coraggio di guardarci nello specchio e capire che il tempo passa e che la vita scorre e che ogni istante in cui non siamo capaci di reagire è un istante regalato troppo spesso a ciò che ci farà stare sotto pressione e, spesso, perso.

Avere il coraggio di capire che cosa non ci piace più di quella faccia, di riconoscere quando lo sguardo diventa torvo, o ambiguo e avere la forza per affrontare quella sirena che canta senza sosta nelle strade e per le vie, dagli schermi e nel discorso comune e che ci porta alla lamentazione senza azione, a essere succubi e passivi, come incatenati e condannati a uno zapping senza fine e senza sonno, senza sogni.

Chi ce la fa, che tradotto nella galleria della fama dai tempi immemori significa che è noto, che ha trovato una perfetta sintesi fra interesse personale, di qualsiasi natura, e riconoscibilità, adesione fra i molti dei suoi consimili, spesso arringa in maniera sincera l’audience con frasi molto stimolanti. Steven Spielberg, incontrato su Facebook in un filmato: i sogni spesso sussurrano, non urlano dentro la tua testa e devi trovare la maniera di percepire quel sussurro e capire che è quello che vuoi fare nella vita. Non va quasi mai così, ma il limite tendenziale è all’infinito e a pensarci anche velocemente quanto affascina di più una linea retta che mai finisce, rispetto a un segmento che ha inizio e fine?

La seconda parola che questo rapporto di forza fra politica e nuova cittadinanza individua è un verbo: ricucire, ricostruire. Prendere consapevolezza delle fratture, dei tagli, degli squarci e con pazienza riprendere punto su punto, rimarginare.

C’è una situazione drammatica che ci parla di analfabetismo, analfabetismo funzionale, incapacità di lettura e di prestare attenzione, lo sberleffo per chi dimostra interessi culturali e non si adegua alle mode coatte che tengono insieme le tribù, in omaggio alla riconoscibilità fra simili e sdegno per chi cerca di uscire, emancipandosi, dal clan. In questa dimensione da primati le classi meno abbienti, quelle povere, sono state assoggettate a livello planetario in una forma di controllo sociale. Una parabola satellitare sulla favela, un bottiglione di zuccherina Coca nelle cucine e un hamburger da un dollaro in pancia a gonfiarsi di bollicine, griffe e tecnologia deluxe appena gira il grano, il fascino del coatto eletto a sistema da parte della programmazione televisiva, che lo incorona e lo pone su un trono. Status symbol da raggiungere o status symbol di una condizione non desiderabile a priori, rivendicati con orgoglio, nel nome dell’impossibilità di emanciparsi, quindi sfruttando le condizioni scarse a proprio favore. Sono ignorante, ma ignorante è bello. In contrapposizione con un modello di evoluzione culturale, anche perché non è non avere disposizione, ma non avere accesso, insieme alla pigrizia che deriva dall’ignoranza.

La sutura, per la cultura, non può affondare radici di speranza solo nel pubblico, perché la dinamica del consenso e gli equilibri cangianti non assicurano su azioni di medio, lungo termine. Non guadagno voti se fai sentire inadeguato l’elettore.

Sono le cellule sane che esistono sui territori i veri depositari di un’azione rigeneratrice, bloccata spesso da carenza di spazi e di fondi per ristrutturare spazi proposti in concessione. Solo attraverso una nuova alleanza fra esperienze e non nella lotta fra piccoli centri di azione, risiede la speranza di poter affrontare questo aspetto determinante per affrontare una ricostruzione del tessuto sociale.