La mia Cusco

In questo tempo estivo vi racconteremo brevi note di viaggio, incontro, vita vissuta in una città che ognuno di noi ha scelto per i più diversi motivi. Oltre le guide turistiche, dentro strade e su muri, nelle piazze e in piccoli ricordi.

di Silvia Boccardi

Raccogliere le valigie al rullo dell’aeroporto, caricarle in auto, spingerle su per i pochi gradini che ti separano dalla tua nuova casa: ogni movimento ti affatica il triplo di quanto sei abituato. Ma è solo quando scosti le tende, apri le finestre della stanza e vedi i pendii su cui si arrampicano centinaia di casette di mattoni rossi e bianchi, le cime della cordigliera delle Ande e il cielo così azzurro e luminoso che sembra dipinto che ti rendi conto che a 3400 metri sul livello del mare ti manca forse l’ossigeno, ma di certo non l’aria.

Gli spazi sono così ampi e la luce così forte che a volte gli occhiali da sole non bastano.

Appena arrivati a Cusco capiamo che dovremo stare di più. La città di per sé non è grande, con le sue strade strette e in salita e la Plaza de Armas, dove turisti e locali fanno la coda per farsi fotografare seduti ai piedi della statua di Atahualpa, imperatore Inca del 1500.

Al mercato di San Pedro, tra teste di maiale e farine sconosciute, scopriamo le papas, piccole patate locali che vengono essicate al sole e costituiscono il contorno del 99% dei piatti in Perù. Non lontano, a Plaza San Francisco, donne quechua vestite in abiti tradizionali vendono sciarpe, guanti e maglioni di lana di alpaca. La notte, Cusco si illumina di fuochi d’artificio, migliaia di luci dalle finestre e infinite stelle.

Questa città, patrimonio dell’Unesco dal 1983, è solo il centro di una valle sacra agli Inca dai paesaggi incredibili e di cui ogni pietra, ogni albero, ogni prato ha un suo valore e significato simbolico.

Da Cusco si arriva a Machu Picchu, meta ambitissima e scontata di ogni turista che visiti il Perù, ma anche alle saline di Maras, alla chiesa di Chinceros, il punto di partenza della routa del barocco andino – una serie di chiese magnifiche dagli affreschi e altari dorati in mezzo alle campagne – e a Ollantaytambo, ultima fortezza a resistere all’invasione spagnola.

Qui le suggestive scalinate di pietra si inerpicano sulle montagne intorno a un enorme deposito diviso in quattro, che replica su scala ridotta la rigorosa suddivisione del regno Inca in quattro regioni, l’Antisuyu (est), il Collasuyu (sud) il Cuntinsuyu (ovest) il Chinchansuyu (nord), legate simbolicamente a una coltura tra papas, quinoa, mais e una radice chiamata oca.

In lingua quechua, Qusqu significa centro, ombelico: fu la capitale di un impero enorme, quello Inca, che nel momento di maggior splendore si estendeva dal nord dell’Equador al sud del Cile, e il punto d’incontro dei Suyu, in cui era diviso. Dagli Inca, Cusco era considerata il punto d’incontro tra gli inferi, il cielo e la terra, e aveva forma di puma: la piazza centrale Haucaypata era il petto e il complesso di Sacsayhuamán, a nord della città, la testa.

Qusqu divenne Cusco nel 1532, quando Pizarro entrò trionfante in città dopo aver sconfitto l’imperatore degli Inca Atahualpa, a Cajamarca.

La battaglia di Cajamarca, che segna la fine dell’impero e la definitiva vittoria degli spagnoli, fu combattuta da 168 cavalieri che con armi da fuoco e spade di acciaio sterminarono 80.000 indigeni in un solo giorno.

Uno degli aspetti più complessi della cultura quechua è il legame che ha con quella del conquistador.

Il Perù è uno dei paesi più cattolici al mondo e lo spagnolo è la prima lingua parlata. Il concetto di contaminazione, utilizzato continuamente per definire tutto ciò che è inquinante, sporco o corrotto nei confronti di Pachamama, la natura, la Terra che dà la forza e la saggezza, è diverso da ambientalismo. Il progetto di aprire un mastodontico aeroporto internazionale vicino Cusco, là dove ora ci sono campi coltivati a papas e allevamenti di lama, viene visto positivamente perché ‘porta lavoro’.

Raramente c’è una contaminazione quando si tratta di cultura, tradizioni o progresso.

Per noi è incomprensibile, ma la memoria dell’invasione spagnola, che viene considerata a tutti gli effetti un genocidio e rimane una ferita aperta per il popolo andino, così fiero e orgoglioso delle proprie tradizioni da riuscire a mantenere il propria idioma e i propri rituali intatti per migliaia di anni, non impedisce loro di praticare il cattolicesimo e di parlare la lingua del conquistatore.

Comincio ad accorgermi della contaminazione quando, a pranzo, la nostra guida ci chiede di recitare un padre nostro “modificato” da strani gesti.

Si chiama Wil e si è incaricato di accompagnarci tra le vallate color sabbia e oro. Quest’uomo tarchiato e dagli zigomi marcati sulla quarantina suona quattro strumenti, è stato alla città perduta di Paititi e parla spagnolo e quechua. Prima di partire per la Valle, però, ci invita a casa sua per un rito propiziatorio.

Vive in una casa di mattoni che con ogni probabilità ha costruito lui stesso alla periferia di Cusco. La casa, di due piani, non ha porte all’interno, non ha il bagno e non ha un tavolo. Durante il weekend, Wil e sua moglie adibiscono la sala al piano inferiore a bar e vendono birra alla gente del quartiere. La stessa birra che Wil ci fa stappare e ci invita a rovesciare per terra nel suo cortile. ‘È il Challa, brindiamo a Pachamama prima di intraprendere un viaggio, lo facevano anche gli Inca con la chicha, il succo di mais fermentato’.

Oggi il Perù è una delle economie più in crescita del Sud America e il turismo rappresenta il terzo settore per incassi. Dalle stazioni vicino Cusco si parte per Machu Picchu con l’Inca Rail, costruito sull’immaginario occidentale dell’esploratore delle Ande, che richiama quasi un milione di visitatori l’anno.

Questi dati sono però in antitesi con lo stipendio medio del lavoratore peruviano, che si colloca ben sotto la media mondiale. L’attaccamento alle tradizioni è un’àncora in una società che sta cambiando a un ritmo sfrenato. La lingua quechua e la musica folk huayno vengono rivendicate con forza dai peruviani della classe media e operaia come ciò che rimane dell’orgoglio Inca.

Saliamo in macchina e partiamo. Costeggiamo Cusco, i suoi pendii, le sue croci e i suoi tetti rossi. Per Wil non solo l’Europa non è il centro del mondo, ma non ne è neanche una parte importante. Però riconosce il valore che ha avuto Cusco nell’avvicinare il mondo alla cultura andina, e viceversa.

In viaggio verso la Valle mi interrogo ad alta voce su che tipo di rapporti si possano avere con una popolazione che non più di 500 anni fa devastava, umiliava e sottometteva una cultura millenaria, imponendo una nuova religione e una nuova lingua.

Wil alza la musica di Alicia Delgado, cantante di huayno assassinata brutalmente nel 2009, e rimane in silenzio.