Pre-politica / 4 Politica, nuove pratiche, connessioni

L’ultimo passaggio ideale, in questo rapporto di forza che è stato disegnato è quello di un nuovo passaggio che dalla pre- ci porta direttamente alla politica. È stato un gioco cercare di tratteggiare anche solo pochi passi per sbloccare un’inerzia asfissiante?

di Angelo Miotto
@angelomiotto

Nella prima puntata di questa serie di Kratos dedicati alla politica e alla nuova cittadinanza si evocava la distanza, lo iato, l’incomunicabilità. Il vecchio adagio che ha portato ai vaffa-day, il que se vayan todos, meno genuino di quello argentino e più manovrato da click-bating e mosse studiate, ma con una politica scellerata e incapace di uscire da una nomea di infamia e di corruzione che si è guadagnata sul campo negli ultimi decenni.

Non sono tutti così. Certo, ci mancherebbe, ma questo non ferma i fenomeni che vivono di un tam-tam fondato su interessi di alcuni, ignoranza di altri, utili idioti, ricchi classisti, élite noncuranti e tanti poveracci che hanno da guadagnarsi il pane prima di affrontare la parola pre- e politica.

Politica non all’altezza. Meccanismi usurati, spesso divelti e distorti da alte cariche dello stato nel nome della governabilità, dell’Europa (dei banchieri), dei mercati (la finanza), degli equilibri sociali (repressione), cioè operando perché il dissenso sia sempre più parcellizzato.

La politica non dice mai tutta la verità. Non è un’espressione forte, anche se un politico si mostrerebbe contrario, in un gioco di comunicazione che incredibilmente funziona ancora nonostante sia così svelato da essere banale. La politica non dice mai tutta la verità. Ne dice una parte, ma ci sono cose che nell’arte del compromesso non vanno svelate. E perché mai non dovrebbero esserlo? Perché dimostrano la dipendenza, fisiologica, fra potere e interessi forti, perché se devo creare consenso non potrò puntare solo sul 10 percento e passa di poveracci che ci sono in Italia.

Allora il passaggio di un nuovo pensiero, di una nuova cittadinanza, che ha saputo ricreare un senso comune nel confronto, nella casa comune dell’informarsi e conoscere, che ha capito che l’unione delle esperienze genera forza di impatto sul territorio di fronte alle istituzioni anche quelle più ottuse, allora questo nuovo pensiero può diventare politica senza la paura di dover affrontare la povertà, il reddito sociale minimo garantito, la diminuzione dell’orario di lavoro, il ripristino dei diritti collettivi e individuali che si sono logorati nelle pratiche delle nuove professioni, la questione dell’abitare, dello star bene e ricevere cure e compagnia, della solitudine e dei vecchi, dell’aggregazione e dei bimbi e giovani, del garantire uno standard comune che offra la possibilità ai più di stare bene, di spendere i budget milionari nelle opere che riguardano i cittadini tutti, residenti e arrivati dalle altre coste, sacrificando corruzione, spese militari, missioni di guerra all’estero, partite di giro per le casse del partito o della malavita infiltrata.

Sono, saranno, le priorità che il dibattito della pre-politica avrà già dimostrato come valide, necessarie, richieste, urgenti. Le stesse che oggi nel viaggio verso i propri rappresentanti perdono colore, sbiadiscono, si dissolvono e troppo spesso scompaiono.

È, potrebbe essere, una strada ardua da affrontare questo gioco di prospettiva che Kratos ha costruito fino a qui. Perché gli ostacoli sono nella massa d’urto del potere che non abbandona, negli affari, nelle mafie e nelle autocensure, anche qui, che pervadono un mondo malato. Però il rapporto di forza esiste e ha bisogno di accendere una luce, poi un’altra e mostrare ai tanti, troppi che hanno paura del buio, che in quella oscurità c’era, c’è, solo la propria prigione. Che vale la pena tentare di uscire allo scoperto e di farlo anche con soddisfazioni e divertimento per creare un pensiero nuovo, in qualche senso rivoluzionario, rispetto al torpore anestetizzante in cui siamo finiti.

Questo rapporto di forze, prima o poi si ripresenterà con tutta la forza, leggi violenza, dei conflitti rimandati. Forse fra pochi anni, quando intere generazioni di persone sane per i progressi della medicina si troveranno indigenti, per gli squilibri delle politiche del welfare. In un Paese di vecchi non sarà poco, sarà la rivoluzione delle dentiere. Forse. In fondo, la citazione è pop, la domanda è sempre la stessa: e tu cosa sei disposto a fare?

Le mille e mille pratiche nuove che ormai da vent’anni attraversano il nostro territorio e gran parte del pianeta, ci dicono alcune cose semplici, non per questo facili, ma sicuramente abbordabili.

Le nuove pratiche funzionando nel piccolo.
Le nuove pratiche si fondano sulla coesione e sulla condivisione.
Le nuove pratiche cercano alleanze.
Le nuove pratiche stentano, a volte, a realizzare alleanze quando sono autoreferenziali.
Le nuove pratiche hanno bisogno di essere rappresentate.
Le nuove pratiche hanno bisogno di raccontarsi e di essere raccontate in una audience più ‘mass’ di quanto stia accedendo fin qui, dove passano come curiosità o come originalità stravaganti.
Le nuove pratiche hanno bisogno di comprendere che insieme sono maggioritarie.
Le nuove pratiche, punto più difficile, potrebbero trovare una maniera di interconnessione e di rete che possa finalmente costruire quell’unica voce di milioni di corde vocali.

Di qui nasce nuovo entusiasmo, dal conflitto nasce energia, dal crederci nasce la possibilità di realizzare un’opportunità, nelle campagne che vivono di esperienze diverse e che si impongono perché i focolari e i racconti della dimensione umana spesso si sovrappongono nelle aspirazioni: casa, dignità, lavoro, pace, sicurezza, tempo libero, sostenibilità, attenzione per la Terra, la natura, convivenza, nuova cittadinanza.

È un obiettivo temibile per chi tiene oggi le leve, perché stravolge le coordinate e impone una visione altra. Un conflitto è negli interessi, quindi si ripercuote nelle vite. Ma c’è dietro un elemento indistruttibile nell’essere umano: quello di avere un senso, privato o collettivo, in cui una nuova esperienza di pensiero tende a sovrapporre le due categorie salvando gli spazi del privato e del collettivo.

Questo è il rapporto di forze che può opporsi alle più fosche previsioni di individualismo egoista e classi dirigenti incompetenti, che dell’individualismo egoista si giovano rifocillandolo in narrazioni apocalittiche e spingendolo verso la richiesta di sicurezza, spesso fai da te.
Questa è una, solo una, delle risposte di quella domanda che spesso torna, dai padri, madri ai figli e figlie sulla necessità di cambiare: tu/noi cosa sei/siamo disposto/i a fare?