Kannouta, perché si fugge dalla Tunisia

Crowdfunding per Kannouta, il docu-film sul perché della migrazione in Tunisia

Di Caterina Giusa

Kannouta, in dialetto tunisino la barca utilizzata dai migranti per la traversata, è un docu-film di 40 minuti sul fenomeno degli harraga tunisini, “coloro che bruciano le frontiere”, che attraversano il Mediterraneo alla ricerca di una nuova vita.

Gli autori del film, il tunisino Zied Ben Taleb e la tedesca Margarethe Twenhoeven, ci aiutano a cambiare il nostro modo di vedere “l’altro”.

Ci accompagnano alla scoperta della loro Tunisia, dove haraga e Labedusa sono parole che si sentono tutti i giorni, e dove la partenza, la migrazione, l’Europa fanno parte dell’immaginario collettivo.

I registi ci portano nei quartieri popolari e nelle spiagge tunisine con le voci di undici protagonisti. Alcuni che sognano l’Europa o che non hanno altra scelta se non partire, altri che hanno tentato la traversata ma non sono arrivati a destinazione ed altri ancora che sono arrivati in Europa e per poi fare ritorno in Tunisia. Si aggiungono le voci di un padre, il cui figlio è disperso a seguito di un naufragio, e di uno scafista.

Le testimonianze si alternano a una parte di fiction, un filo rosso che racconta la quotidianità di un ragazzino cresciuto in un quartiere popolare, mostrando passo per passo come nasce il desiderio di partire.

Kannouta affronta la complessità delle ragioni che spingono i giovani tunisini a sfidare le frontiere europee alla ricerca di un futuro.

Rispondere alla domanda “Perché” è difficile: necessita della pratica di uno sguardo lontano dai cliché, che attraversa le strade di Tunisi in sella alla bici del protagonista, sbircia nella quotidianità dei giovani dei quartieri popolari tra sigarette, hashish e partite a carte.

Trailer:Kannouta from Margarete Twenhoeven on Vimeo.

Ci raccontano di voler partire perché il loro avvenire è senza prospettive, hanno la sensazione di morire lentamente ogni giorno. C’è chi arriva al punto di dire che potrebbe andare a combattere per Daesh e uccidere suo padre, se glielo chiedessero, pur di ricevere del denaro. E anche per questo partono, pronti a rischiare la vita per liberarsi da questa sensazione di oppressione.

I registi non si rifanno a luoghi comuni né a visioni edulcorate della realtà, ci mostrano quello che è, senza filtri, attraverso le voci dei protagonisti, le loro storie, le loro sofferenze, le loro speranze.

“La sfida di questo film è mostrare la realtà” affermano i registi. Per fare un passo in più verso l’affermazione del diritto alla libertà di circolazione per tutti, ma anche e soprattutto per cambiare il nostro modo di vedere l’altro.
C’è tempo ancora fino al 15 settembre per aiutarli a concludere questo progetto partecipando al crowdfunding.

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