Il segreto di Jon

Un pastore islandese e una terra unica

di Nicolò Cesa, da Borgarnes, Islanda

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Doveva essere una tappa di passaggio, quella di ieri sera. Nulla di più. Anzi, ci sarei dovuto venire oggi qui, ma ho deciso di cambiare il piano di viaggio e di lasciare con un giorno di anticipo Ísafjörður – fiordi occidentali islandesi – per raggiungere Borgarnes, Islanda occidentale.

Avevo previsto una tappa di mezzo tra le due città per spezzare il viaggio e per godermi con più calma la vasta regione dei Vestfirðir. Così ieri mattina ho scritto una mail ai proprietari della fattoria Þurranes, dicendogli che sarei arrivato in serata anziché oggi, come invece era l’accordo. Ma in tutta la giornata non mi era giunta risposta.

Iniziavo a temere per la notte, dato che il Veðurstofa Íslands – l’ente ministeriale che si occupa di meteorologia – aveva previsto per ieri sera una forte tempesta; non potevo rischiare di dover cercare un altro posto in cui dormire, in una regione in cui c’è un albergo ogni 150 chilometri, all’incirca, e nel bel mezzo di una tempesta. Quando avevo prenotato non mi avevano lasciato alcun numero, quindi l’unica cosa da fare era presentarmi davanti casa.

La fattoria si raggiunge percorrendo una strada sterrata per circa 3 chilometri, venendo dalla strada 60, quella che collega i fiordi occidentali con l’Islanda occidentale.

Arrivo davanti casa. Luci spente. Citofono ma nulla, nessuno risponde. Accanto alla porta c’è un bigliettino con un numero di telefono. Li chiamo dal mio numero islandese e mi risponde una voce maschile. Gli chiedo se ha visto la mail, in cui scrivevo che avrei preferito cambiare la prenotazione anticipando di un giorno il mio arrivo. L’uomo taglia corto e mi chiede se sono io quello nella macchina bianca, gli rispondo di si e mi dice di dirigermi al trattore, due case più indietro.

Jon Ingi è un uomo sulla quarantina, cappellino da giocatore di baseball americano, occhi di ghiaccio e spalle larghe. Tipico accento islandese, quando cerca di parlare la lingua franca globale. Il mondo è un luogo troppo lontano e la fattoria se la porta fin dentro la bocca, tra la lingua ed il palato, quando parla con uno straniero: “Mia mamma ti sta preparando il letto. Perdonami se non ho visto la mail, ma sono fuori a lavorare tutto il giorno”.

Gli rispondo che non c’è problema e finiamo a parlare della sua attività di contadino. Jon Ingi lavorava nella capitale come elettricista (professione che ha appreso attraverso gli studi superiori) fino al 2008, anno cruciale della storia islandese, la grande crisi: crollano i tre principali istituti bancari, inflazione al 14 per cento e la corona perde il 35 per cento del suo valore nel giro di poche settimane.

Così, nello stesso anno, Jon decide di tornare a casa; ma la casa è una fattoria, a quel tempo portata avanti dal padre, e quindi occorre dare una mano. Così impara il mestiere ed oggi è lui che si occupa di quella che dal 1928 è la principale attività della famiglia: “Poi, dopo di me, la prenderà in mano mio figlio. Gli piace un sacco stare con gli animali”.

Io lo guardo e penso alla mail che gli ho mandato stamattina e alla distanza che inizio a percepire tra il mio mondo ed il suo. Due universi distinti. Penso alla fotocamera digitale che ho in macchina, al GPS attivo per farmi trovare dalla rescue team qualora mi perdessi in qualche fiordo e ai 4gb di appunti sul mio PC. Tutte cose invisibili, le mie. Eppure spesso sto male se una di queste cose non funziona.

Jon, nel frattempo, continua a parlare ed è arrivato alla carne di agnello. Dico la prima cosa che mi viene in mente, ovvero che mi fa strano che gli islandesi non utilizzino il latte di capra; e che i cugini faroesi ad esempio, circa un anno fa, avevano chiesto proprio agli italiani (ai sardi, per la precisione) di insegnargli a produrre il formaggio con quel latte, in modo da poter sfruttare anche quella risorsa. Mi risponde che qui si usava fare lo stesso nel 1800.

La madre nel frattempo traffica avanti e indietro per la casa. Prende la macchina, torna con un cuscino. Io e Jon continuiamo a parlare, mentre il tempo peggiora ed il vento gli fa volare il cappello una decina di volte: “Per stanotte è prevista tempesta”. Ma lui lo rincorre, se lo rimette e continua a parlare.

Insegue allo stesso modo le stagioni e ha la tenacia e la tenerezza di un animale indifeso, sotto una nevicata storica: “domani ti porto a vedere le pecore, se ti va”. Gli dico che sono interessato e che mi dovrà raccontare tutto della sua attività.

La pecora islandese, detta Íslensk Sauðfé, appartiene al gruppo di razze ovine a coda corta del nord Europa, portate in Islanda dai coloni oltre 1000 anni fa. Un’ampia gamma di prodotti deriva dalla pecora islandese, trasformata in molti modi, per ottenere sia prodotti di carne fresca ma anche molti trasformati come sanguinacci, fegati, rognoni, teste di pecora e testicoli di montone. Gli islandesi non buttano nulla.

Io lo guardo con attenzione, questo uomo goffo e me lo immagino mentre uccide gli stessi animali che dice di amare. Mi sembra una bellissima contraddizione che andrebbe analizzata filosoficamente: amore e morte. Così a tratti mi sembra poco più che un pastore che ammazza le pecore e a tratti, invece, un eccelso filosofo, un “teorico della scienza del bisogno”.

Più avanti mi spiegherà che in realtà lui si limita ad allevare le pecore, che poi vende a terzi che si occupano della macellazione. Trattiamo anche il tema della morte e Jon mi dice che non c’è cosa peggiore per un pastore di dover uccidere un suo animale perché malato: “Mi è capitato proprio due ore fa”. Me lo dice con il dolore negli occhi. Sono le leggi della natura, quella vera.

Quella che la notte si sarebbe fatta sentire con raffiche di vento a 25 metri al secondo, facendo letteralmente tremare la casa. Mi aveva avvisato Jon, ma non ero del tutto pronto. Pensavo ai 4gb di appunti, alle foto digitali ed al gps e al fatto che la squadra di soccorso, comunque, grazie a quello mi avrebbe trovato sotto le ferraglie della fattoria.

Con Jon ero rimasto che ci saremmo visti l’indomani mattina. Non conoscendo gli orari di un pastore gli propongo di vederci alle 08.00, pensando che per quell’ora sarebbe stato sicuramente operativo già da un paio d’ore. Ennesima falla nelle mie convinzioni: “Facciamo anche più tardi, le bestie a quell’ora riposano”. Le bestie ci somigliano.

La mattina Jon mi porta dalle pecore. Stanno pascolando libere per il fiordo e lui mi parla dell’Europa: “Litigo sempre alla lega degli agricoltori; non capiscono che per noi, l’Europa, sarebbe una grande occasione. Potremmo vendere la nostra carne all’Italia, ad esempio: so che mangiate molta carne d’agnello”.

Lo guardo e vorrei raccontargli la mia idea d’Europa. Ma siamo li per le pecore, anch’esse comunque motivo di discussione sull’Europa, anche qui a pochi km dal circolo polare artico.

Jon stoppa la macchina tutte le volte che voglio fare una foto; mi dice di avvicinarmi piano, altrimenti le spavento. Riesce a riconoscere le sue dal taglio specifico che ogni pastore fa sul pelo del proprio bestiame: “Il mio è tipo un triangolo”. Chiedo a Jon a che ora finisce di lavorare, immaginandolo tutto il giorno sul trattore: “Alle 18.00, in punto. È l’orario del telegiornale e della cena, a casa mia”.

Il pastore in versione islandese: terra e cielo, merda e sogni, provincia e mondo. Mi affascina come tutti gli abitanti di questa minuscola isola, isolati e informati. Schivi e ospitali.

Ci salutiamo dopo il giro turistico tra il bestiame. Jon ha lo stesso cappello pur non essendo diventato, nel frattempo, un famoso giocatore di baseball; ma il vento quantomeno stamattina non glielo fa volare via.

La tempesta notturna l’ha reso più forte, ed ora anche la pronuncia dell’inglese è notevolmente migliorata. So che non lo rivedrò mai più; e questo è il prezzo da pagare per chi viaggia, per chi ha deciso di essere nella vita “uomo di passaggio”.

Conosco molto bene questa sensazione, ma fortunatamente non ci ho ancora fatto l’abitudine. Lo saluto e lo invito in Italia; mi risponde che difficilmente troverà il tempo, ma che ci penserà. D’altronde questo è il segreto banale della felicità di Jon, condividere l’amore per la terra e viaggiare attraverso gli occhi degli altri.

Così ora Þurranes non ha più le sembianze di un recinto, di una condanna, ma somiglia piuttosto ad uno di quei fari islandesi all’estremità di un fiordo da cui è possibile osservare l’infinito, immobili e colorati nonostante le intemperie e capaci di illuminare le notti di noi naviganti.