Un documentario racconta le macerie di Aleppo e i civili che lottano per salvar vite sotto i bombardamenti
di Christian Elia
“Qual è la differenza tra mio figlio e quello di qualcun altro? Se non ci ammazzano le bombe del regime o dei russi, ci ammazza l’Isis. Ho freddo”. Non si riesce a rispondere a domande così. Per pudore, per vergogna.
A maggior ragione quando a porla è un padre che ha appena tirato un sospiro di sollievo, riuscendo a mettersi in contatto con il figlio, che lavora in una zona di Aleppo sotto le bombe. La guerra in Siria ha tanti volti, ma anche dei caschi. Bianchi.
Sono i White Helmets, inquadrati nella Difesa civile siriana. Sono circa 3mila, hanno salvato più di 60mila persone tra le macerie. Gente comune, come Abu Omar, che faceva il fabbro, Khalid, muratore, Mohammed, sarto.
Persone che si sono trovate la guerra in casa. Che nel 2011 hanno guardato con speranza al cambiamento, magari scendendo in piazza, prima che tutto diventasse sangue, orrore, violenza e distruzione. Ad Aleppo come in altre città della Siria, si sono organizzati.
Dopo un training in Turchia, armati solo di radioline e caschetti, su pullmini piccoli per muoversi veloci, sono i primi ad arrivare dopo i bombardamenti del regime e dei suoi alleati.
Scavano, a mani nude, per salvare vite. A volte va bene, come per quello che tutti chiamano il ‘miracle baby’, un pupo di pochi mesi, estratto vivo dalle macerie dopo ore di disperati tentativi, molto più spesso va male.
In tanti, tra loro sono caduti. Ancora di più tra la popolazione civile. Il documentario, disponibile sulla piattaforma Netflix, di Orlando Von Einsiedel, The White Helmets racconta le loro vite, il loro impegno, le loro fragilità.
Perché a volte le vittime sono parenti, familiari. E il dramma di un bombardamento è qualcosa che non si può capire fino in fondo, se non lo si è mai vissuto in prima persona.
“In quella casa vive Abu Firas, non so se c’era, di solito esce al mattino e rientra la sera”, dice il vicino di casa, terrorizzato, mentre i caschi bianchi fanno il loro lavoro. Ed ecco l’assurdità della guerra e della mattanza. Sarà vivo Abu Firas? Quale era la sua stella oggi?
Perché in guerra il destino è un appuntamento da mancare ogni volta che puoi. Perché il destino è una barrel bomb, o un altro inferno che arriva dall’alto. E colpisce tutto, quartieri, case, scuole e ospedali. Per caso o per volontà.
Solo ad Aleppo, la Srebrenica che nessuno ha più voglia di raccontare, ne sono morti trenta di caschi bianchi dall’inizio della guerra. Una mattanza, che solo a pochi chilometri di distanza lascia il posto alla tranquillità, alla normalità, alla salvezza.
Le vittime civili, in guerra, da tempo hanno smesso di essere un errore, per diventare il reale obiettivo. Guardando questi uomini, con dolore, vien da credere che solo i civili possano salvare loro stessi, perché la salvezza non arriverà da nessun altro. Ma almeno non lasciamoli soli.