La felicità degli uomini semplici

Un’antologia di 66thand2nd dà voce a 15 scrittori africani,
per spiegare come il calcio, in certi contesti,
non è un passatempo qualunque

di Gabriella Grasso

Leggendo La felicità degli uomini semplici a cura di Alain Mabanckou (66thand2nd, euro 18), una raccolta di 15 racconti di scrittori africani sul tema del calcio, sarà facile per chi ha viaggiato un po’ nel continente rievocare esperienze vissute. A me, per esempio, è tornata in mente quella volta che, in un villaggio del Sudafrica, il mio compagno si è unito a quattro ragazzini nella rincorsa tra le erbacce di un pallone assemblato con stoffa e fogli di giornale. O quando nel deserto del Namib io e altri turisti siamo stati invitati – in cambio di due euro, birra in omaggio – a casa di una famiglia namibiana per assistere alla finale dei mondiali: Italia contro Francia. (Durante lo stesso viaggio mi sono trovata, impreparatissima, a rispondere a domande insistenti e circostanziate sul “caso Moggi”). Ho ripensato anche, e soprattutto, a un amico senegalese che giocava ogni giorno sulla spiaggia di Anse Bernard, a Dakar, mettendocela tutta perché coltivava il sogno di essere, prima o poi, notato da un procuratore europeo. Per poter finalmente cambiare vita.

I ricordi arrivano perché se c’è un luogo dove i discorsi sul football funzionano da lingua franca, dove conoscere il nome dei giocatori più forti del mondo ti fornisce un appiglio prezioso per improvvisare conversazioni, e dove il calcio rappresenta vita quotidiana e speranza, questo è l’Africa.

Scrive nella prefazione lo scrittore congolese curatore dell’antologia: «Noi africani continuiamo a sognare il giorno in cui finalmente un paese del continente nero vincerà la Coppa del Mondo. Sognare è un nostro diritto e ci sono tutti i presupposti per credere che prima o poi l’Africa riuscirà a trionfare e sarebbe una cosa giusta dal momento che sforna continuamente giovani talentuosi per i diversi campionati europei e alcuni di loro hanno raggiungo lo status di superstar».

Questi racconti ci dicono che, dall’Algeria al Sudafrica, dal Benin al Mozambico, il calcio è un gioco, certo. Ma diventa anche motivo di orgoglio e di speranza, trasformandosi in fede. In I bianchi non capiscono niente di calcio l’autore In Koli Jean Bofane, della Repubblica Democratica del Congo, ricorda l’imbarazzante sconfitta che il suo Paese (allora Zaire) subì ai mondiali del 1974: 9 a 0 contro la Jugoslavia. La voce narrante è quella di Mbuta Kimvula, assunto dalla squadra in qualità di stregone, il quale assiste attonito alla débâcle. Ma capisce presto di chi sia la responsabilità. Lui aveva raccomandato all’allenatore, di nazionalità jugoslava come gli avversari, di comprare delle uova per compiere un sacrificio. Ma il bianco aveva eseguito l’ordine malvolentieri e, per di più, ora confessa di averne rotte 9 su 12 durante il trasporto.

«Ma così sono i tuoi antenati a trarre beneficio da quelle uova. È normale che gli jugoslavi vincano. Sei jugoslavo, porca puttana! Sono i vostri antenati a essere intervenuti in massa, non i nostri! Li capisci i meccanismi della magia o no?», grida esasperato lo stregone davanti all’incapacità dello straniero di comprendere l’entità dell’errore commesso.

Sulla magia sembrano fare affidamento anche i giocatori che in Le donne fuori dal campo, della scrittrice dello Zimbabwe Lucy Mushita, intendono cospargere una parte dell’area di gioco con l’urina della donna più vecchia del villaggio al fine di fiaccare gli avversari: anche se poi saranno degli scarpini nuovi di fabbrica ad attribuirgli la vittoria contro una squadra sguarnita di abbigliamento sportivo adeguato.

9547499329_af2ef4552d_k

Nel racconto del congolese Alain Mabanckou, I diavoli verdi, il narratore scoraggiato dal basso livello dei giocatori della nazionale del suo Paese e scettico sulla possibilità che possano riscuotere alcun successo ai mondiali del 2018 in Russia conclude, con una certa ironia: «Solo una cosa mi rassicura: ho sentito che il presidente della Repubblica ha convocato tutti gli stregoni del paese. Prepareranno degli amuleti per farci vincere la Coppa del Mondo. Ma perché invece di mandarci i calciatori in campo, non schieriamo direttamente gli stregoni?».

Nella storia forse più straziante e attuale dell’antologia, Con cuore e con ardore, firmata dall’algerino Yahia Belaskri, il protagonista è Mamadou, scappato dalla guerra con una bisaccia nella quale ha riposto il suo bene più prezioso: le scarpette chiodate. Quando riesce ad arrivare in un Paese sulla costa scorge per la prima volta il Mediterraneo «e ai suoi occhi si profila la possibilità di attraversarlo un giorno, chissà». Nel frattempo, però, sceglie di impegnarsi in ciò che gli viene meglio: il ruolo di centravanti. Riesce a entrare in una squadra ed è talmente grato per qualsiasi opportunità di riscatto esistenziale da sopportare tutto: che lo chiamino Mamadou anche se il suo nome è Djibril, che lo paghino meno degli altri perché «in fondo non è altro che un kahlouche, un nero».

È bravo e i tifosi lo apprezzano. Ma non appena, durante una partita, sembra perdere il suo tocco magico, ecco che la rabbia contro di lui esplode immediata: «Negro! Imbecille! Vuoi una banana?» gli gridano dagli spalti.

Perché quando sei considerato diverso il tuo impegno non basta. Non basta mai. A meno che, come in Colpo di petto del camerunese Eugène Ébodé, tu non sia una ragazzina con un padre disposto a sfidare i pregiudizi. Ad Amidou, infatti, poco importa ciò che dicono di quella figlia innamorata del pallone, che con i piedi fa magie. A chi gli ripete che una ragazza non può dedicarsi al gioco del pallone risponde che, insomma, chi è lui per opporsi al maktub, il destino? Così la giovane Fantamady riesce a entrare nella nazionale femminile e in una partita memorabile segna un goal che: «Ad oggi, è l’unico classificato non come gol di spalla, né di tallone e ancor meno di tendine rotuleo, ma di tetta!».

Quello che il football rappresenta davvero per molti (troppi) africani, lo spiega uno dei personaggi di La finale del nigeriano Helon Habila, racconto che ripercorre la storia del giocatore Buzuzu, originario di Ajegungle, «la più grande baraccopoli di Lagos, forse di tutta l’Africa». Parlando con un giornalista che cerca notizie su Buzuzu, l’attivista Daga Tola rivela la più semplice e tagliente delle verità: «Quando la gente non ha sicurezze, né soldi, né giustizia, ripone le sue speranze in qualcos’altro, come la religione. O il calcio. Per noi il calcio non è un passatempo qualunque. È qualcosa di più, è tutto quello che abbiamo».

 

Le immagini di questo articolo sono foto di AMISOM Public Information tratte da Flickr in CC.