La nuova travolgente scena swing milanese

Viaggio nella nuova scena swing milanese attraverso l’intervista a Paola Bruno, fondatrice e coordinatrice della scuola di danza “Non solo Charleston”.

Di Andrea Colasuonno

Girando in zona Bovisa, a Milano, nel week end appena trascorso, ti poteva succedere di incontrare gente vestita anni ’30. Non una sola persona magari colta da improvvisa nostalgia per i tempi che furono, stiamo parlando di diverse centinaia di persone. Allo “Sprit de Milan”, ormai mitico locale di quel quartiere, come ogni anno in questo periodo, andava in scena lo “Swing’n’Milan”, festival dedicato alla danza, alla musica e alla cultura swing. Non è tutto.
La stessa cosa ti poteva succede in estate, in determinate serate, nel quartiere Ortica. In quelle serate, per entrare nella famosa balera che prende il nome dal quartiere in cui è, c’è la fila. Una fila enorme di gente agghindata che è lì solo per ballare swing. Ancora il “Maglio”, locale appena fuori Milano, che propone tali eventi d’inverno. Insomma bisogna prenderne atto: a Milano c’è una scena swing, ed è anche molto grande.
Per capirci di più ne abbiamo parlato con Paola Bruno, insegnante di danze anni ’30 e ’40, fondatrice e coordinatrice di “Nonsolocharleston”, una delle scuole del genere più prestigiose e frequentate della città.

Le abbiamo chiesto come è nato tutto questo.

“Quando ho iniziato io, ti parlo dei primi anni del 2000, a Milano si ballava solo il boogie da sala. È un tipo di boogie woogie semplificato, si balla in linea eseguendo delle figure standard. C’è uno che chiama il movimento e tutti fanno quel movimento. In qualche balera di Milano c’è ancora, ad esempio in Sala Venezia, la domenica sera. Nonostante sia un ballo abbastanza ingessato, a cui si toglie tutta la parte d’improvvisazione e creatività, mi aveva affascinato. Così avevo iniziato un corso. Qualche tempo dopo con Marco, il mio insegnante di allora, abbiamo messo su un’associazione dedicata al boogie da sala. Ho iniziato a girare per campionati, ed è lì che mi sono accorta che qualcosa stava cambiando”.

Di quanto tempo fa parliamo?

“8 anni fa direi. Ho notato che s’iniziava a ballare un boogie diverso in cui si mischiavano elementi del charleston e di altre danze. Era un ballare molto più libero. Così ho deciso di provarci. Ho iniziato dal charleston. All’epoca a Milano non lo insegnava nessuno e andavo a Genova dove c’era Silvia Palazzolo. Lei e Vincenzo Fesi sono quelli che più hanno lavorato per la rinascita della scena swing in Italia. Ad ogni modo ho studiato per un po’ di tempo, poi ho fatto l’esame e sono diventata maestra, così ho iniziato a insegnarlo. Contemporaneamente a me, nello stesso ambito, si stavano muovendo la Larosa Dance e Filippo e Titty degli Swinguys“.

swing2

 

 

 

 

 

 

 

Com’era all’inizio? Quando si è avuta poi la deflagrazione del fenomeno?

“Nella mia prima classe, dopo aver fondato Nonoslocharleston, 5 anni fa, saremmo state 5 o 6 coppie. La cosa incredibile è che all’epoca insegnavo da sola, senza partner. Facevo sia l’uomo che la donna, a pensarci ora non so come facessi. Comunque eravamo una comunità molto piccola, l’aspetto aggregativo del ballo era predominante. Poi 2 anni fa il fenomeno è letteralmente esploso. Oggi è innegabile che sia un fenomeno di massa e anche una moda. Forse ci sta anche sfuggendo di mano”.

In che senso?

“Tieni conto che ogni anno c’è una richiesta di corsi e serate che supera – ampiamente – quella dell’anno precedente. Di scuole con un’esperienza consolidata ci sono gli Swinguys, Larosa Dance, Nonsolocharleston, Boogie Milano, Golden Swing Society. Oltre a queste realtà ci sono un sacco di ballerini che oggi insegnano. Solo in viale Monza ci saranno 10 “scuole” del genere. Eppure il mercato non sembra saturo. Non saprei dirti quante persone oggi ballano swing a Milano, ma posso dirti che la nostra associazione conta 400 iscritti. Fai due conti. Anche perché c’è un costante abbassamento dell’età di chi decide di praticarlo. Ad esempio prima solo cinquantenni, poi 40, poi 30. Ecco oggi siamo fra i 25 e i 30, che è un’età bassissima se pensi al genere di cui stiamo parlando”.

E poi ci sono i Festival.

“Proprio così. Solo quì vicino, quanto a festival importanti, abbiamo Torino, Parma, Collegno, Como, Milano. Tutti richiamano gente. A questi si collega poi un indotto turistico. Questo è un fenomeno recentissimo. La gente non solo balla Lindy Hop (il ballo associato alla musica swing, ndr) per partecipare alle serate, uscire, stare con gli altri, ma da qualche tempo ci collega le vacanze. Il pretesto è il Lindy e per contorno il sole, il mare, il relax. Oppure mete all’estero. E tieni conto che l’Italia all’interno della scena swing europea è piuttosto indietro. Forse è il paese più arretrato. Del resto siamo partiti un po’ a rilento. La prima è stata Genova, come ti dicevo grazie alla Palazzolo. Poi Roma, Milano e adesso un sacco di altre parti d’Italia”.

Ha mai provato a spiegarsi il perché di un simile exploit? Parliamo di un genere di 70 anni fa.

“A me viene naturale fare la similitudine con il periodo storico in cui è esplosa la moda del Lindy Hop in America, ossia fra la crisi del ’29 e il New Deal. Dunque un periodo di grande disagio sociale e di grande cambiamento. Essendo un periodo problematico anche il nostro, alla base c’è forse la stessa voglia di mettere da parte le cose brutte. E poi ci sono elementi più pratici che io penso ne determinino il successo. Posso andare da solo a ballare e so che certamente ballerò e conoscerò qualcuno. Le serate sono ambienti puliti e in un certo senso selezionati, difficilmente si trova qualcuno che è lì per importunare. Per andare a ballare poi mi vesto, mi trucco, mi pettino in un certo modo. L’immaginario intorno a questo ballo esercita un fascino enorme di solito”.

Potrebbe essere anche che la nostra generazione non è più abituata a ballare in coppia, e una cosa del genere aiuta a ristabilire degli equilibri e delle dinamiche a cui piano piano ci siamo disabituati?

“Questa è molto interessante come valutazione. Effettivamente non si balla più in coppia dal twist. Il twist negli anno ’60 è stato un’evoluzione dello swing che ha staccato la coppia. I ruoli invece nello swing sono assolutamente definiti e quello femminile non è affatto minoritario. C’è tutto un galateo che va rispettato. È l’uomo che chiede alla donna di ballare e deve farlo con gentilezza. Nel ballo deve aver cura di lei, niente strattonamenti, concentrarsi sulla sintonia, riaccompagnarla a posto e magari accettare il fatto che non ci sia intesa, quindi niente da fare. Noi su questo lavoriamo molto”.

Si potrebbe aggiungere, come nota a margine, che forse il segreto di questo fenomeno ormai esploso, sta in quello che si dice nello “Shim Sham”, vero e proprio inno di questo popolo di anacronistici danzatori. “It ain’t what you do, is the way that you do it”, ossia “non è cosa fai, è il modo in cui lo fai”. Ecco che chi frequenta questo mondo lo fa come tutti per ballare, bere e conoscere gente, ma lo swing ti permette di farlo con uno stile e un’eleganza forse irripetibili.