Angola, pane e petrolio

L’Angola è una terra ardente che non si lascia raccontare.

di Gabriella Ballarini

È il pane croccante che costa più caro di una birra, è la malaria che entra dalla finestra con la zanzariera rotta. È la strada di polvere e spazzatura.
L’Angola è l’aereo che parte da Parigi e che tutti parlano inglese, è l’aereo che parte da Dubai e che tutti parlano in cinese, anzi, quasi nessuno parla, un silenzio cinese di sguardi bassi parte da Dubai, un silenzio in viaggio verso l’Africa di cui poco si sa, nulla si immagina.
Gli aerei fanno le capriole sopra Luanda, i bambini li riconcorrono da terra con una matita in mano, senza un temperino per ammaestrarla.
Sono tornata dopo 4 anni al Barrio della parrocchia di San Giovanni. Il tempo immobile delle case mai terminate, il tempo assassino delle strade mai asfaltate, il tempo tiranno delle latrine mai risanate. Vorrei scattare una foto, quella foto perfetta del bambino che gioca con il pneumatico, un’istantanea di un tempo immaginato dove anche i bambini potevano mangiare.
Ecco, un panino con il pollo, quello lo vorrei. Ma il pane è diventato una nuvola di farina impalpabile, è aumentato il prezzo del grano e lo facciamo più leggero, con l’illusione di mangiare lo stesso.

Dimagriscono i bambini, insieme alle loro mamme. All’ospedale qui accanto arrivano dei fagottini, avvolti dal panno africano prodotto in Olanda ed esportato dal Sudafrica, nella fatica di un cuore piccolo che non riesce a battere come dovrebbe, nella perversione di un’economia che non ho dizionari per tradurre.

Le mura alte di cemento che circondano le città del petrolio, i rifugi della trasformazione della risorsa in denaro, il denaro che triplica il valore delle cose. Luanda, la città più cara del mondo.
Luanda il giorno della festa. Forse saremo in cinquecento, forse no, siamo anche ottocento, si battono le mani per il santo, arriva l’acqua e poi il capretto e le patate e le bevande gasate e tutti i colori che ci vuoi mettere dentro, e tutte le foto che ancora non posso scattare.
Luanda che si tratteggia il percorso con i passaggi pedonali e la gente attraversa la strada e muore.
Luanda vista da qui, è un compound e tutti siamo chiusi dentro, nel bene e nel male. La scuola, la casa e l’ospedale. E ogni mattina si viene a lavorare a scuola.
Buongiorno ragazzi. Buongiorno signora professoressa.

Ogni mattina accorgersi che in aula ci sono cinquanta studenti e non sapere quanto tempo impiegano ad arrivare fino a qui. Che il giorno inizia alle 5 e alle 18.30 cade celeste e poi viola e rossa, l’oscurità. Chieder loro di scrivere e raccontare, sperando che il rumore del loro universo trasformi la stanza e tutti noi, suoi abitanti.

Sto leggendo un libro di Valeria Parrella, si intitola “Tempo di imparare”. È un libro di quelli che ti fanno venire da piangere e disperarti e sorridere e anche un po’ impazzire di gioia. E dice: “Ho sempre sentito, negli ultimi anni, che certe cose andavano bene e altre male, ma che esse non possono fare la somma algebrica tra di loro, l’una non semplifica l’altra. Quella linea tra nominatore e denominatore è linea tirata da matematici crudeli”.
Così mi sembra di sentirmi, dentro un mondo gestito da crudeli matematici e filosofi che hanno perso l’illuminazione. In un quadro di pane e petrolio, diamanti e pesce d’oceano. Come risvegliarsi dopo un incubo drogato da una brutta giornata, come un sogno che ci salverà, se ci sapremo svegliare.