Rivoluzioni violate

Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa

Rivoluzioni violate – Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa, a cura di Osservatorio Iraq e Un ponte per…, I libri necessari, Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp. 165, 12 euro

di Paola Rivetti*

Rivoluzioni violate è il risultato di uno sforzo collettivo che riflette sullo stato delle rivoluzioni nordafricane e mediorientali a cinque anni dalle stesse, mettendo in luce come le forze della contro-rivoluzione abbiano avuto successo nell’eliminare, addomesticare, reprimere coloro che, dal basso, si sono agitati in Nord Africa e Medio Oriente chiedendo giustizia sociale, dignità e libertà.

In questo senso, le rivoluzioni sono state violate sebbene, gli autori e le autrici mettono in chiaro, nulla sia più come prima. Infatti, i moti rivoluzionari e gli esperimenti di auto-gestione, di solidarietà e di auto-organizzazione hanno per sempre cambiato il rapporto tra le strutture statali e di governo, e la popolazione.

In questo senso, preso nella sua totalità, il libro contribuisce, con capitoli fondati su un lavoro di inchiesta e di ricerca etnografica, a restituire una lettura precisa ed estremamente coerente della situazione politica nella regione, caratterizzata da una drammatica distanza tra “i governati” e “i governanti” – distanza che le rivolte tra il 2010 e il 2013 hanno svelato e che la riscossa contro-rivoluzionaria iniziata con il colpo di stato del generale al-Sisi in Egitto nel luglio del 2013 ha rafforzato.

Tale distanza è quella che cristallizza un inconciliabile conflitto tra quelle che sono state, e ancora sono, le domande e istanze di sovranità popolare contro una élite, politica ed economica, che difende gli interessi dei pochi contro i diritti dei molti.

Questo libro non solamente ha rari pregi nel panorama italiano, come quello di essere basato su vera ricerca di campo che della ricerca accademica utilizza il metodo e i tempi (gli autori vivono infatti nella regione o vi si recano con frequenza, conoscendone la storia e la politica in maniera profonda), ma è anche un libro necessario più ampiamente parlando.

Proprio come suggerisce la collana editoriale in cui l’editore lo ha collocato, I Libri Necessari delle edizioni dell’Asino appunto, il volume opera una vera e propria rottura con un dibattito pubblico dominato da discussioni, spesso proposte da sedicenti “esperti” con una conoscenza scarsa o sorpassata (la politica mediorientale è stata “luogo” del riciclaggio per molti esperti della guerra fredda dopo la fine di questa) della regione, imperniate su pochi temi ad effetto quali il terrorismo, il “rischio” di orde migratorie incontrollabili in cui i terroristi di nasconderebbero, la crisi dello stato mediorientale e i vuoti di potere creati dalle mobilitazioni e subito “conquistati” da gruppi di terroristi.

Se gli opinionisti nostrani sembrano non riuscire più a distinguere diversi temi di dibattito, per cui ogni argomento è ricondotto all’ “allarme terrorismo”, Rivoluzioni violate traccia la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza delle istanze di sovranità popolare portate avanti dai militanti e attivisti che tra il 2010 e il 2013 hanno trasferito il conflitto sociale dai luoghi di lavoro, di studio, e di socialità più meno tradizionali (i circoli ricreativi, le associazioni, i caffè dei quartieri, gli stadi) nelle strade e nelle piazze.

Sovranità popolare vs neoliberalismo

Chiunque abbia lavorato alla curatela di un libro sa quanto sia difficile riuscire a mettere in dialogo i diversi capitoli di modo che non sembrino una casuale collezione di contributi. Da questo punto di vista, Rivoluzioni violate è quasi un canone: infatti, non solo i capitoli dialogano tra di loro grazie a una scelta stilistica comune, ma la linea di analisi e di interpretazione proposta risuona in tutte le pagine del libro, tenendole magistralmente insieme.

Secondo la mia personale lettura e la mia comprensione situata del volume, iniziando dall’introduzione (a firma di Marina Calculli), attraversando poi i contributi su Tunisia (di Debora Del Pistoia e Damiano Duchemin), Egitto (di Giovanni Piazzese), Siria (di Fouad Roueiha), Iraq (di Joseph Zarlingo), Palestina (di Cecilia Dalla Negra), Marocco (di Sara Borrillo e Christian Elia), Libia (di Lamia Ledrisi) e finendo con l’appendice che propone interviste con attivisti, quello che mi preme enfatizzare è che i capitoli restituiscono la tensione tra le forze che dal basso si sono organizzate prima, durante e dopo il 2010-2013, e le élite che durante e dopo quegli anni si sono “armate” ideologicamente ma non solo per schiacciare, addomesticare, sedare quelle stesse forze. Si tratta di una scelta analitica e interpretativa che gli autori e le autrici hanno fatto, disegnando una regione attraversata da conflitti che, sebbene declinati in maniera diversa a seconda del contesto, sono riconducibili a questa tensione.

La repressione, apertamente violenta o meno, avvenuta in tutti paesi analizzati. Sebbene ogni paese abbia la propria specificità, le richieste radicali e progressiste di giustizia sociale e di diritti sono state emarginate da élite che hanno saputo addomesticarle prima ed escluderle dopo o che hanno utilizzato la forza militare e poliziesca per riportare ordine e sicurezza.

Complici di questa contro-rivoluzione sono stati anche i governi europei e, indirettamente, l’“ansia da terrorismo islamico”(1) dilagante nelle società a nord del Mediterraneo. Le tanto invocate leggi contro il terrorismo adottate, in realtà già da qualche decennio, dai governi dei paesi della regione hanno, da un lato, suscitato il plauso nostrano ma, dall’altro, legittimato la repressione degli attivisti.

Grazie a una definizione ampia di “terrorismo” infatti, gli apparati repressivi hanno potuto colpire chi semplicemente “dava fastidio” opponendosi alle ingiustizie, lungi dall’usare armi se non quelle della critica all’establishment e dell’irriverenza – a questo proposito, le azioni di protesta in Iraq descritte da Zarlingo sono una vera e propria fonte di ispirazione per la loro sagacia e la creatività. Calculli svela nell’introduzione questo meccanismo vizioso che regola non solamente la politica domestica, ma anche le relazioni internazionali.

Alle richieste dei movimenti di quella che Calculli chiama una “modernità non elitaria” si contrappone il ritorno all’ordine attraverso gli “uomini forti” come il generale al-Sisi o come Bashar al-Asad, ieri nemico giurato di tutte le cancellerie (a parte quella russa e iraniana), oggi celebrato come eroe della lotta contro lo Stato Islamico, immagine peraltro falsa(2). Si tratta di uomini al comando che si pongono al di sopra di critiche e sanzioni: non possiamo quindi che ricordare Giulio Regeni, il cui assassinio è ancora in attesa di giustizia perché avvenuto nell’Egitto “faro” della lotta contro il terrorismo e terra di lucrosi affari nel campo energetico, e non solo, per l’Italia.

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La modernità non elitaria dei movimenti, quindi, è da scongiurare e fa paura, tanto da far ripensare a governi nazionali la propria posizione su guerre in corso. Perché? La risposta, suggeriscono gli autori e le autrici, è da cercare nella necessità di stabilità e ordine di cui la comunità internazionale e il mercato globale necessitano per gestire il cambiamento. Infatti, se in alcuni casi vi è stato ritorno (sebbene parziale) agli assetti pre-2010, come nel caso dell’Egitto, in altri il cambiamento prodotto dalle rivoluzioni è stato riconosciuto e mantenuto, ma al prezzo di un radicale de-potenziamento delle istanze rivoluzionarie di rinnovamento e giustizia sociale, come nel caso della Tunisia.

Anche nel caso della Siria e della Libia, in contesti di guerra e conflitto armato, il bisogno di espansione del mercato è evidente nella costruzione di basi militari, nella stipula di accordi per la rifornitura di armi, nei finanziamenti a milizie o a governi di unità nazionale; come del resto succede in Iraq, dove alla ormai stabile presenza di capitali statunitensi ben oltre i settori militare ed energetico si aggiunge quella russa, con accordi commerciali in campo militare.

In questo scenario, i cittadini e le cittadine che ogni venerdì si riuniscono a Baghdad o che riprendono il controllo delle strade non appena vi è una tregua annunciata nelle città siriane, scompaiono, sono ridotti al silenzio o all’invisibilità mediatica. Uno scenario simile si produce in Palestina dove, pur con evidenti specificità, le istanze di cambiamento della “generazione Oslo”, ci racconta Dalla Negra, sono sedate e represse da un sistema di oppressione duplice: da un lato Israele, dall’altro l’Autorità Nazionale Palestinese resa, dagli accordi di Oslo, l’ente di gestione della colonizzazione e occupazione israeliane.

L’ANP tuttavia non è sola nell’assicurare che la normalizzazione dell’occupazione proceda indisturbata: complici infatti sono anche la comunità internazionale e l’ONU, fatto che gli attivisti denunciano da tempo e che è diventato evidente più recentemente con, ad esempio, il ruolo delle Nazioni Unite nella gestione dell’embargo alla Striscia di Gaza che, come sappiamo, ha messo in ginocchio e ridotto in povertà buona parte della popolazione gazawi. Esigenze di stabilità interna ed economica (non dimentichiamoci che l’ANP ha un folto gruppo di imprenditori accoliti che beneficiano dalle politiche di privatizzazione e dai pianidi sviluppo incentrati sugli aiuti al settore privato(3)) che determinano la repressione e la marginalizzazione di coloro che denunciano tale duplice repressione e che domandano giustizia sociale, estensione dei diritti, fine dell’occupazione e del regime nato con gli accordi di Oslo.

Il caso del Marocco sembra diverso perché istanze di cambiamento radicale e rivoluzionario provenienti da posizioni in autonomia politica sembrano essere mancate negli anni clou delle rivolte, spiegano Borrillo ed Elia, ammansite da decenni di “transizione alla democrazia” e di sapiente “diversione” politica ad opera del re Mohammed VI.

Tuttavia, i due autori notano, se le posizioni rivoluzionarie sono state in fretta emarginate nel campo politico, istanze radicali di protesta, non sempre chiare nell’esplicitare una lista di richieste squisitamente politiche, sono emerse e periodicamente esplodono prendendo la forma di movimenti di lavoratori e lavoratrici spesso erratici ma che riflettono un malcontento forse in aumento, certamente resiliente(4).

Si tratta di esplosioni, appunto, nel Marocco neoliberale dei piani di privatizzazione, svalutazione della moneta, abbassamento del costo della manodopera, co-optazione dei sindacati con l’obiettivo di attrarre sempre maggiori investimenti e capitali dall’estero. Viene da chiedersi, con Raymond Hinnebusch, se la democrazia è possibile in contesti dipendenti da capitali e aiuti economici stranieri, sia regionali che internazionali, visto che non solo i governi post-2013, o quel che ne rimane, hanno disatteso le richieste di giustizia sociale e di cambiamento delle politiche economiche implementate sino ad allora, ma sono tornati a ripetere le medesime scelte, con rinnovata aggressività nei confronti di coloro che le criticano(5).

Universalità e specificità

Pur nella loro peculiarità, i capitoli di questo libro sembrano parlare anche delle società europee dove, attraverso dinamiche diverse, uno spazio per la critica all’ordine neoliberale che possa diventare egemonico è prepotentemente ristretto da un apparato repressivo più o meno violento, e da dinamiche di governmentalità talmente forti da aver colonizzato persino campi tradizionalmente non economici. Il tempo libero dal lavoro è messo a valore, ad esempio, nelle occupazioni cognitive secondo le regole del cosiddetto capitalismo emotivo.

Su entrambe le sponde del Mediterraneo, per non citare gli Stati Uniti “di” Donald Trump, all’irresistibile espansione del sistema neoliberale e alla conformazione ad esso delle forme di vita, si accompagna il crescente autoritarismo dell’apparato statale.

Maggiore sorveglianza e controllo, securitizzazione degli spazi pubblici che diventano spazi per lo shopping e il consumo e non più spazi politici e comuni, militarizzazione delle comunità in lotta, dei movimenti di protesta (attraverso un uso scriteriato di misure detentive e penali come il trattamento riservato agli attivisti No Tav dimostra(6)) e del mondo del lavoro, in cui non solo è più difficile entrare ma da cui si può essere più facilmente allontanati. E non solo per ragioni economiche.

Ricordiamo il provvedimento “eccezionale” adottato in occasione dell’Expo di Milano nel 2015, secondo cui la Prefettura di Milano poteva passare al vaglio i nomi dei lavoratori e licenziare coloro che avevano partecipato a una qualsiasi manifestazione(7). Strutture private e pubbliche che concorrono a militarizzare, a restringere spazi di partecipazione politica che potrebbe intralciare il rafforzarsi di una rete, di una élite transnazionale espressione degli interessi di espansione del mercato globale. Alla distanza crescente tra classi e all’aumento delle ineguaglianze sociali si accompagna il decrescere del numero di poli di potere economico, quindi di influenza politica, con la concentrazione di più capitali in meno mani.

Rivoluzioni violate, collocato in questo contesto, è un libro necessario perché apre il dibattito su questi temi, disegnando corrispondenze e risonanze attraverso il Mediterraneo. E non soltanto ci fa riflettere sui risultati dei processi di soggettivazione sulle due sponde, ma assolve anche a un compito importante, ovvero crea un ponte verso il futuro, testimoniando la resilienza di spazi di militanza e dibattito nonostante l’inaudita violenza del presente.

 

 

NOTE

(*) Questo contributo riprende il mio intervento in occasione della presentazione di Rivoluzioni violate a Torino l’8 novembre 2016, a cui hanno partecipato Cecilia Dalla Negra, Debora Del Pistoia, Rosita Di Peri e la sottoscritta. La registrazione integrale dell’evento

(1) Non è mai ridondante sottolineare ancora una volta come gli attacchi di gruppi quali al-Qaeda o ISIS siano episodi piuttosto trascurabili nella storia contemporanea europea in termini di frequenza e numero delle vittime. Omar Alnatour fornisce statistiche e numeri sugli episodi di violenza che hanno mietuto vittime in Europa e Stati Uniti in prospettiva storica: Omar Alnatour, Muslims Are Not Terrorists: A Factual Look at Terrorism and Islam, Huffington Post, 12 settembre 2015

(2) Come precisa Roueiha nel suo capitolo (p. 56), “A giugno (2011) oltre mille detenuti vengono liberati dal famigerato carcere politico di Sednaya: si tratta però in gran parte di jihadisti arrestati nel 2008”. La mossa di al-Asad mirava a utilizzare le forze jihadiste rimesse in libertà come arma contro gli attivisti in rivolta contro di lui. Negli anni successivi, a questo obiettivo si aggiungerà anche quello di diffondere un’immagine negativa dei rivoltosi, con lo scopo di accrescere la propria credibilità come “argine contro il fondamentalismo islamico” presso le cancellerie occidentali. Obiettivo, purtroppo, che al-Asad centra in pieno. Del resto, si tratta di una strategia adottata da tempo dai governanti nella regione, da Anwar Sadat he usò la Fratellanza Musulmana in chiave anti-comunista a Israele che sostenne Hamas per decenni in chiave anti-OLP.

(3) Oltre al capitolo di Dalla Negra (soprattutto da pagina 91 in poi), si può anche vedere su questo: Neoliberalism as liberation: the statehood program and the remaking of the Palestinian National Movement, di Raja Khalidi e Sobhi Samour

(4) Si veda a questo proposito: Miriyam Aouragh, Morocco: Massive Protests Against Neoliberalism, Privatization Follow Death of Fish Seller, Democracy Now, 1 novembre 2016, e anche Sebastian Castelier e Louis Witter, Morocco fishmonger’s family speaks out on eve of climate summit, Middle East Eye, 5 novembre 2016

(5) Raymond Hinnebusch, “The Consequences of State Formation in Arab North African Formation in Arab North African States,” in Rivetti Paola e Rosita Di Peri, Continuity and change before and after the Arab uprisings. Morocco, Tunisia and Egypt London: Routledge, 2015, pp. 12-30; sul tema degli aiuti internazionali, si veda: Adam Hanieh, “Shifting Priorities or Business as Usual? Continuity and Change in the post-2011 IMF and World Bank Engagement with Tunisia, Morocco and Egypt”, in Rivetti Paola e Rosita Di Peri, Continuity and change before and after the Arab uprisings. Morocco, Tunisia and Egypt London: Routledge, 2015, pp. 119-134.

(6) Su questo, si puo’ vedere: Alberto Pantaloni, La filosofia della perenne emergenza, Effimera, ottobre 2016

(7) Francesca Sironi, Expo: sei stato a un corteo? Allora ti licenzio in tronco, L’Espresso, 15 maggio 2015