L’anima mista di Kader Abdolah

Intervista con lo scrittore arrivato nei Paesi Bassi 25 anni fa come rifugiato dall’Iran, che oggi è uno dei nomi più acclamati della letteratura olandese

di Gabriella Grasso

La sua opera più famosa, La casa della moschea, è stata votata dai lettori olandesi il secondo libro più bello mai scritto nella loro lingua. Un traguardo straordinario se si pensa che Kader Abdolah è arrivato nei Paesi Bassi dall’Iran 25 anni fa e ha imparato l’olandese da autodidatta. Nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano dalla casa editrice Iperborea, dal titolo Un pappagallo volò sull’Ijssel (euro 19,50), Abdolah mescola fiaba e realtà, cultura orientale e occidentale per narrare una storia che conosce molto bene: quella di un gruppo di rifugiati che nei primi anni Novanta, quando i migranti erano ancora un numero esiguo rispetto a oggi, trova ospitalità presso alcuni villaggi tradizionali sulla riva del fiume Ijssel.

C’è Memet, che è iraniano ma per ottenere asilo e curare la figlioletta malata sostiene di essere curdo iracheno. C’è Pari, iraniana fuggita al seguito del marito, membro di un partito religioso anti-regime. C’è Lina, nata in Azerbaijan da padre iraniano, che nel suo ruolo di interprete e mediatrice culturale aiuta i nuovi arrivati a integrarsi nella comunità. Ci sono 12 anziani di 12 Paesi diversi, intellettuali senza più una terra, che mantengono viva la memoria delle loro origini.

E ci sono i tanti olandesi che, dopo un primo momento di smarrimento, includono gli stranieri nel tessuto sociale.

Il risultato inevitabile, per tutti, è il cambiamento. Così Catherina prende in mano l’atlante e impara dove si trovano l’Afghanistan e il Pakistan, Lina scende in politica, Pari diventa giornalista. Tutto cambia con l’11 settembre e con l’aumento dei flussi migratori: il clima sociale e politico in Olanda (e in tutta Europa) si irrigidisce. Eppure Kader Abdolah (che nei Paesi Bassi ha appena pubblicato il suo ultimo libro dal titolo Salam Europa! sembra non avere dubbi: la transizione sarà difficile, ma la formazione di un’Europa multiculturale è già in atto.

La chiave di Un pappagallo volò sull’Ijssel sembra essere la capacità dell’essere umano di cambiare quando incontra l’altro. Ogni personaggio del libro, infatti, impara qualcosa: anche su se stesso. La sua è fiction, ma crede che possa ancora succedere, anche nell’Europa di oggi?

«Il mio è un romanzo basato sulla realtà. Conosco ogni personaggio, pietra, uccello, ponte di cui parlo. Quando ho lasciato l’Iran non sapevo cosa fosse la migrazione, non avevo mai abitato all’estero, ho assaggiato per la prima volta una nuova cultura: mi ci sono voluti 25 anni per farne letteratura. Per rispondere alla domanda: certo che l’incontro con l’altro cambia gli individui, ne sono sicuro al 100%. Non è la prima volta che gli esseri umani si spostano, è sempre accaduto. Solo che oggi gli europei non vedono i migranti come persone, ma come musulmani: è questo il problema, non la migrazione. Chi arriva in Europa, però, impara un nuovo modo di vivere. All’inizio è difficile, ma le prossime generazioni saranno europee».

È quello che credo e spero anch’io, eppure nel suo libro ci sono due passaggi che mi hanno colpito. Lei racconta come la notte dell’11 settembre: «Molte giovani marocchine andarono al buio ad aprire il loro armadio e indossarono il velo»; «E fu sempre quella notte che ai giovani marocchini iniziò a crescere la barba». E a proposito dell’omicidio del regista Theo Van Gogh, nel 2004, scrive: «Quella notte l’islam divenne la seconda religione d’Olanda». Cosa intendeva dire?

«L’11 settembre è stato un momento di passaggio, a partire dal quale l’Europa ha iniziato ad avere una nuova religione. Il che fa paura, perché è una novità. In più negli ultimi anni abbiamo visto il terrorismo, il lato cattivo dell’islam: un aspetto reale, che però non durerà per sempre.

Tra 20, 30 anni i problemi di oggi non ci saranno più, i figli degli immigrati avranno assorbito l’anima europea.

Crescendo in Italia le loro anime saranno occupate dalla lingua e dalla cultura italiane: non saranno più siriani o afghani al 100%. Tra 50 anni, poi, saranno del tutto italiani. È così che funziona la migrazione. Il fatto che arrivino tante persone fa paura, lo capisco. Ma questo è il problema del nostro tempo, così come i nostri nonni hanno avuto la Seconda Guerra Mondiale e i bisnonni la Prima. Io sono ottimista rispetto al futuro e la fiducia me la dà quanto accadde in Olanda 400 anni fa, quando gli ebrei furono cacciati dalle città e vivevano ai margini: non volevano imparare l’olandese e gli olandesi non volevano parlare con loro. Oggi sono parte della società, si impegnano in politica, producono letteratura importante. Penso che accadrà lo stesso con i musulmani, ma ci vorrà tempo».

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Però mi spiega bene quei passaggi sull’11 settembre?

«Quello è stato il momento in cui si è avviata la radicalizzazione dell’Europa, in cui alcuni musulmani hanno compreso quanto potesse essere facile “punire” l’Occidente e hanno pensato: possiamo farlo anche noi. Ma parliamo di minoranze. Il punto è che da allora i migranti sono arrivati sempre più numerosi e i politici non vi hanno prestato la dovuta attenzione. Ciò che è importante dire è che, come racconto nel mio libro, l’Europa si sta modificando: cambiano gli immigrati, gli autoctoni, la società tutta. Venticinque anni fa, quando arrivai in Olanda, Rotterdam e L’Aja erano città “bianchissime”: ora metà della popolazione è di origine straniera».

Lei però lei non crede che con l’arrivo di così tante persone di religione musulmana possa avvenire una “islamizzazione” dell’Europa?

«Innanzitutto i musulmani costituiscono solo una piccola percentuale della società europea. Inoltre possiamo commentare ciò che sta avvenendo in due modi: dicendo che è in corso una “islamizzazione” della società oppure che l’Europa sta assumendo una nuova identità. Le migliaia di persone che arrivano non sono tutte radicali: sono insegnanti, ingegneri…».

Io penso che la paura che molti europei provano non sia legata tanto al radicalismo, quanto al fatto che, mentre l’Europa crede nella separazione tra valori civili e religiosi, tra Stato e Chiesa, nelle società islamiche la religione permea la vita civile, e forse noi temiamo di fare un passo indietro.

«Nel paventare un futuro di questo tipo lei dimentica il potere delle culture e delle lingue europee, e di quella italiana in particolare, se vogliamo parlare del vostro Paese. La cultura e la lingua italiane entrano nell’anima di chi arriva e si fondono con le sue credenze religiose: ciò che ne deriverà sarà un islam italiano, necessariamente diverso da quello saudita o iraniano.

L’islam non è un blocco unico. In Turchia le donne sono emancipate, mentre in Arabia Saudita non possono guidare: ogni Paese ha messo la propria anima nella religione. In Italia, come in Olanda, tra due generazioni ci saranno semplicemente cittadini europei di religione islamica».

Lei scrive: «La maggior parte degli stranieri costretti a lasciare la loro terra e a emigrare altrove amano raccontare chi erano prima e soprattutto quanto erano importanti a casa loro. Ma non risultano molto convincenti. Quello che hai fatto nel tuo paese di origine non conta, devi dimostrare cosa sai fare adesso, lì dove ti trovi». Quanto è importante, da immigrati, costruirsi un’identità professionale?

«Quando arrivi in un altro Paese non conta che tu sia meccanico o scrittore: devi ricominciare daccapo. Vorrei sottolineare una cosa, anche se spesso alla gente non piace ascoltarla. Io vedo i migranti come ondate di oro che giungono in Europa. Sono persone che arrivano per cambiare innanzitutto se stesse e poi, con il passare degli anni, la società. Ognuna ha un tesoro, ma non sa quale sia. Individuarlo è dovere loro, ma anche degli europei.

Ciò che voglio dire è che la migrazione è un problema di chi arriva così come di chi accoglie. Si può decidere di non vederlo e di non occuparsene, ma riguarda tutti. È insieme che va tirato fuori il talento che ogni migrante, in quanto essere umano, possiede. È vero però che i nuovi arrivati devono lavorare 10 volte di più rispetto a chi già vive in un luogo e vi ha costruito palazzi, strade, auto, statue.

Quindi io dico agli europei: siate gentili con chi giunge da da voi. D’altra parte, però, siate determinati nel chiedere loro di imparare la vostra lingua, trovare un lavoro e darsi da fare per avere un ruolo nella società. È importante che gli immigrati imparino la nuova lingua non in 5 anni ma in tre mesi: è il modo migliore per ridurre la paura. Se io posso dire chi sono, se posso creare una connessione con l’altro, i timori si sconfiggono più facilmente».

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Non a caso alcuni dei suoi protagonisti desiderano così tanto imparare l’olandese che «lavano la lingua come si lucida l’oro». Pari, che alla fine diventa giornalista, si sente “protetta” dal nuovo idioma. Lei, Abdolah, lo ha appreso da autodidatta partendo dai libri per bambini e oggi è uno dei più acclamati scrittori dei Paesi Bassi. Ci parla del suo rapporto con la lingua d’adozione?

«Nel mio Paese di origine c’è una cultura molto ricca, quella persiana, ma c’è anche una dittatura. E la lingua, quando c’è un regime, non è libera. Non puoi scrivere se hai limitazioni da parte della religione, della famiglia, della politica, della cultura.

Quando, come scrittore, arrivi in un altro Paese e impari un nuovo idioma, è come se all’improvviso tutti i freni sparissero. Personalmente ho provato una sensazione simile a quella dell’astronauta che in assenza di gravità può muoversi in tutte le direzioni. Accade a molti migranti e specialmente alle donne.

Penso, per esempio, a uno dei personaggi del libro, la moglie del colonnello siriano. Su di lei sono sempre state esercitate innumerevoli pressioni: da parte del marito, del fratello, del padre, della religione, dell’imam, del regime, della moschea, della lingua. Quando arriva in Olanda, all’improvviso tutti quei freni non esistono più e lei inizia a volare. Io non conoscevo la migrazione, ma in 25 anni ho visto milioni di persone arrivare in Europa, portando con sé la loro letteratura, la loro cultura, i loro dispiaceri. E ho pensato che qualcuno dovesse scriverne. Mi è venuto naturale farlo in olandese, all’inizio commettendo molto errori. Perché quando arrivi in un Paese la sua forza ti occupa la mente e modifica il tuo modo di pensare. Io potrei facilmente scrivere un libro di 700 pagine in farsi: ma non sarebbe letteratura. Per fare letteratura hai bisogno dell’anima del Paese in cui vivi e nella cui lingua ti esprimi. La mia anima non è più persiana, è mista. Credo che sia per questo che i miei libri sono apprezzati: nessuno scrittore al 100% olandese o al 100% iraniano potrebbe scrivere come me».

Quando Pari abbandona il marito e si lega sentimentalmente al suo insegnate di olandese Jaap, il colonnello siriano, uno dei 12 anziani del libro, commenta: «In questo Paese chi insiste perché sua moglie porti il velo, prima o poi si trova a fare i conti con un uomo come Jaap». Cosa intende dire?

«Chi, arrivando in un nuovo Paese, pretende di mantenere le proprie tradizioni, rischia di perdere tutto. È importante essere permeabili alla nuova società, spalancare le finestre alla lingua. Se vivi in Italia devi mangiare la pizza. Si insisti a mangiare solo kebab, arriverà sicuramente qualcuno che si porterà via tua moglie. Jaap, infatti, fa scoprire a Pari un diverso modo di vivere. Per questo dico che gli europei devono aprire il loro cuore ai migranti con gentilezza, ma essere inflessibili sul fatto che imparino la loro lingua».

Verso la fine del romanzo, che racconta quando nei primi anni Duemila il flusso migratorio iniziò a essere più consistente e le tensioni aumentarono, lei riflette: «Gli olandesi non avevano costruito tutto in dieci o quindici anni. Dighe, ponti, canali, navi e parchi erano stati realizzati con pazienza, dolore e sogni. E loro non erano ancora pronti a condividerli». È un sentimento comprensibile, no?

«Sì, ma allo stesso tempo io posso anche dire: chi ha costruito l’Olanda? Ogni Paese nasce da una mescolanza di popoli. Durante la Prima Guerra Mondiale è arrivato un milione di belgi; tra la Prima e la seconda Guerra sono arrivate 200mila donne tedesche. E tutti sono diventati olandesi. Sarà così anche per i nuovi immigrati: ma dovranno lavorare 10 volte di più degli altri».

Per concludere, condivide con noi le sue parole preferite in olandese e in farsi?

«In persiano direi salam, che vuol dire pace. In olandese prost, che si usa quando si fa un brindisi ed è un augurio di pace e salute: proprio come salam».