6220km2

Viaggio in Palestina

di Alessandra Governa

6220 km quadrati è quanto rimane del territori Palestinesi dalla loro dimensione “originaria” del 1948. 365 km quadrati è il territorio di Gaza, controllato a vista da Israele.

La chiacchierata via skype con Mara e Alessandro sull’imminente partenza per la Palestina insieme ad altre dodici persone, parte bene. In modo ordinato, logico, quasi didattico ascolto Mara (tanto) e Alessandro (meno) descrivermi i motivi e le attività che saranno realizzate in questo spicchio di mondo chiuso al mondo stesso.

“In continuità con i viaggi precedenti e il collaborazione con il Centro Vik Arrigoni, ci concentreremo su due tematiche, quella ambientale e quella di testimonianza di vita”.

La Mara che conosco, prende piano piano il sopravvento. Lo sento da come si infervora, lo vedo da come, tirando su le maniche, svela i tatuaggi sulle braccia, da come muove i capelli, oggi sciolti e voluminosi. La sua cucina la conosco. So che c’è un gatto, una coinquilina straniera e un tavolo su cui campeggia un suo ritratto fatto anni addietro per una promo di Smemoranda.

So che si può fumare in casa e che la sera ha una predilezione per le tisane. Ci siamo conosciute non molto tempo fa, a Ventimiglia. Più che conosciute, ci siamo riconosciute. E quindi la Mara solo razionale non ci sta.

“Io non riesco a capire come si possa volere così tanto una terra da farle così male. Da violentarla con muri, fili spinati, check point. Da distruggerla con le bombe, con i carri armati, con l’isolamento, con il razionamento dell’acqua.” Non so come si fa a voler tanto bene a qualcuno da essere disposti a ucciderlo affinché non sia (anche) di qualcun altro.

Nella descrizione di cosa sarà la permanenza a Gaza, irrompono alcune parole. Guerra, embargo, isolamento. Irrompono plastica, relazione, luce. Irrompe degenero totale e narrazione dominante. Energia e resistenza.

Ma per me è affetto ciò che da’ senso al terzo viaggio di Mara e al primo di Alessandro. La prima torna per affetto, il secondo lo cerca. Lo cerca come chiave del suo stare hic et nunc in un contesto che ancora non conosce.

“La Palestina è l’unico luogo in cui sono tornata. La Palestina sono Shadi e la Sara. E’ la sporcizia perché non ci sono fogne. Sono i miei capelli da Mina nelle mille bolle blu dopo la prima doccia con l’acqua salata, perché quella dolce è un lusso. E’ Per Elisa che risuona nell’aria quando arrivano i camion cisterna con l’acqua potabile. Sono i coloni che sparano per noia. Il rammarico sai qual è? E’ che a distanza di tre anni dall’ultima volta in cui sono stata, troverò tutto esattamente com’era. Oltre il danno, anche la beffa.”

A tre anni di distanza ci sono state almeno due guerre, come le chiama Mara e la terza intifada, dove ai coltelli si è risposto con bombe e incarcerazioni di massa. La beffa, oltre al danno di case e strade rase al suolo è che non è permessa la ricostruzione. Non è permesso l’ingresso delle ruspe per spianare e rimuovere le macerie o della tecnologia per capire se i calcinacci siano radioattivi oppure no.

La questione palestinese è un sottofondo che ci accompagna dal 1948. E’ una mosca che non sappiamo nè liberare nè abbiamo il coraggio di uccidere in un colpo solo. E allora la uccidiamo piano piano, così nessuno ci chiede conto. “Palestina e Israele hanno a che fare con il nostro Karma” dice Mara riprendendo uno dei concetti ascoltati in una delle tante conferenze a cui ha partecipato. Nostro di chi?

“Nostro dell’Europa. Siamo noi che avevamo un debito da saldare con gli ebrei, mica gli arabi.” Prima la convivenza in questi territori era possibile. Siamo noi che abbiamo portato i problemi in casa loro. E poi, per risolverli, abbiamo tolto loro la casa.

Affetto, legami, contraddizioni. Esperienze come un viaggio nei territori occupati sono fisiche, prima che di intelletto. Cambiano e scambiano chi le fa, prima che incidere sul contesto per cui sono pensate.

“Penso al coefficiente di irrilevanza che si ha rispetto a determinate tematiche.” Alessandro, ha la capacità di riportare a terra i discorsi.

Spesso queste esperienze sono accompagnate da una retorica narrativa costruita attorno a parole chiave, che in un certo senso le elevano e le legittimano: cambiare il mondo, modello democratico, partecipazione. Una sorta di retorica buona, quasi super-eroica, che ha il suo contraltare nello scetticismo sintetizzato nel A che serve tutto ciò? Pensi di essere tu a risolvere i problemi del mondo?

“Non ho grandi aspettative sul potere di cambiamento che hanno le opinioni. Ce l’ho molto di più nelle interazioni pratiche e culturali tra persone e comunità che creano un linguaggio nuovo. E’ questo che dà una legittimità alle battaglie politiche.”

Alessandro ha la capacità di dare gambe e braccia ai concetti. “Mi occuperò del laboratorio del riciclo. E’ una pratica di comunità. E’ un modo – quello di creare uno spazio fisico sulla spiaggia di Gaza libero dai rifiuti – per prendersi cura e rendere generativo.”

Entrare a Gaza raccogliendo bottiglie di plastica e filmando la vita quotidiana (l’altro obiettivo del progetto è la realizzazione di un’inchiesta/testimonianza sulla vita nei territori occupati), è “rompere”. E’ creare un canale, adesso che – cambiato il contesto internazionale – anche i tunnel con l’Egitto sono chiusi. E’ portar dentro formazione, sensibilizzazione, competenza dove ora non entrano più nè mucche, nè libri, nè medicinali. E’ portar fuori pezzi di vita quotidiana dove la vita vita quotidiana è costantemente fatta a pezzi.

Scambio, per non morire di attesa.
“Purtroppo ho la sensazione che siamo così debitori ad Israele. Debitori per un modello disumano di controllo, di sicurezza, di gestione dei confini. Debitori per un modello così fine di aparthaid che pure le strade sono separate, quelle per i palestinesi e quelle per gli israeliani.”

Liberare e liberarci da questo modello partendo dalle parti sane delle due società. Lavorare con e sui figli di israeliani e palestinesi perchè la militarizzazione non sia l’unica realtà in cui nascono e si muoiono.

“Dopo Gaza e la Palestina, starò alcuni giorni a Tel Aviv. Sono curioso. Avrò la capacità di mediare in situazioni estreme e in cui forse, sono più vicino a una delle due parti? Saprò scegliere la pace anche dopo aver assorbito, vissuto, sperimentato la violenza estrema?”
Sono le domande che Mara e Alessandro mettono nello zaino.

Ci stiamo per salutare. Chiedo sempre alla fine delle interviste se c’è qualcosa che è sfuggito, nella chiacchierata.

“Riclico detto, solidarietà e giustizia detto, videomaker? Sì detto, ah sono pure romani. Gaza, Betlemme, Hebron, detto. Del campo di Deisha e di Mary Calvelli? Sì, dai più o meno detto.” Aggiungo io, per chi volesse sostenere il gruppo in partenza, di seguire la pagina facebook (6220km2 spazio di libertà e (in)formazione fuori confine) e il sito del crowdfunding. Affetto e continuità sono le chiavi perchè le strade dell’accoglienza e della pace scavino tunnel nuovi, dove la stupidità dell’uomo non riesca ad arrivare.