Si è spento il 7 gennaio scorso, a Lisbona, il socialista Mário Soares, rappresentante periferico, ma non secondario, di una generazione di statisti che hanno fatto l’Europa odierna.
da Lisbona,
Marcello Sacco
Caratteristica delle democrazie più recenti, come il Portogallo, è la necessità di bruciare tappe e sovrapporre santini che, specie nell’epoca del vetriolo “social”, si consumano in fretta. Ecco perché, se da un lato l’emozione e il cordoglio in queste ore sono indiscutibili, per capire bene il rapporto fra i portoghesi e il loro politico più celebre e longevo della storia recente bisognerebbe immaginare una figura mitologica capace di riunire in sé i tratti di un Sandro Pertini e, infortuni giudiziari a parte, di un Bettino Craxi (la cui amicizia Soares ha sempre rivendicato, anche negli anni del tramonto a Hammamet). Un profilo è quello del padre della patria, il socialista resistente al fascismo, l’esule e poi il presidente più popolare del quarantennio democratico; l’altro è quello del politico chiacchierato, decisionista, nepotista e accentratore, sbrigativamente additato come causa ed epitome di molti dei mali che ancora affliggono il Paese.

Era nato a Lisbona nel 1924, in seno a una famiglia di repubblicani della prima ora, sorta di pedigree della militanza laica e di sinistra in una nazione che vanta una delle più lunghe e illustri storie monarchiche d’Europa. Al tempo di Salazar, che si curava di dare periodiche spolverate elettorali al proprio regime, militò a favore di vari candidati presidenziali alternativi a quelli che sottostavano al controllo diretto del primo ministro plenipotenziario. Tutte battaglie perse, naturalmente, ma ottimi corsi accelerati di militanza antifascista. Nel 1968 – assieme alla moglie Maria Barroso, attrice del Cinema Novo portoghese scomparsa nel 2015 – fu inviato al confino sull’isola di São Tomé. Due anni dopo, in una fase di timida apertura del regime, sotto la guida di Marcello Caetano, gli fu concesso di emigrare in Francia.
Dal cuore dell’Europa, Soares riprende il suo ruolo di abile tessitore. Nel ‘73, con altri militanti del gruppo Azione socialista portoghese, rifonda il Partito socialista, dissolto nei primi anni del salazarismo. Lo fa in Germania, dove si sforza di convincere Willy Brandt e gli altri leader socialisti europei della necessità strategica di non appaltare ai soli comunisti l’onore e l’onere della resistenza alla dittatura, che prevede vicina al capolinea. Di lì a poco, con la Rivoluzione dei garofani, potrà infatti ritornare in patria da eroe. Il comizio del 1º maggio ‘74 – accanto al comunista Álvaro Cunhal, anche lui rientrato dall’esilio – segna l’apice dell’unità popolare. Poi la sinistra tornerà a spaccarsi e i due diventeranno gli eterni Coppi e Bartali della politica lusitana. Una rivalità che incarnano, ma che allo stesso tempo li trascende e serpeggerà a lungo dopo di loro, fino alla recentissima alleanza parlamentare intorno all’attuale governo di António Costa.

Così, dopo la rivoluzione, i comunisti si arroccheranno nella regione meridionale dell’Alentejo, mentre i socialisti vinceranno praticamente su tutti i fronti: dalla conferma del patto atlantico alla scelta europeista, passando per le successive riforme costituzionali e per la controriforma agraria della legge Barreto (ministro dell’Agricoltura nel primo governo Soares, appunto); legge che, alla fine degli anni ‘70, restituì ai vecchi latifondisti le terre occupate nell’Alentejo. In questo periodo il “guanciotte” (l’epiteto affettuoso e/o sprezzante, a seconda dei casi, se lo guadagna per il viso paffuto) sarà tre volte premier, aprirà le porte a uno dei non rari interventi del Fmi nelle casse dello Stato (1983), firmerà il trattato di adesione alla CEE e verrà eletto presidente della Repubblica (1986).
Il vantaggio, striminzito, lo strappa al secondo turno grazie ai voti dei comunisti. Cunhal infatti, qui nel ruolo di occasionale Montanelli locale, li aveva invitati a turarsi il naso pur di non far vincere il candidato della destra, Diogo Freitas do Amaral, un democristiano che in realtà era stato uno dei grandi interlocutori del “guanciotte” ogni volta che aveva bisogno di voltare le spalle alla sinistra. Da qui nasce quella sorta di atavica “lezione soarista”, che va ben al di là delle intenzioni del suo stesso autore e che puntualmente si rispolvera per tenere lontani i comunisti dal potere anche quando non vagheggiano più la nazionalizzazione delle fabbriche, ma solo la difesa delle tredicesime. Per questo, oggi più che mai, molti vedono in Soares l’uomo che salvò il Portogallo dal comunismo e i comunisti l’ex compagno venduto ai nemici storici: borghesia, capitale, americani.

Nel frattempo, però, il grande vecchio è riuscito a entrare nella leggenda. Nel 1991 conquista il secondo mandato presidenziale con un 70% tondo dei consensi presi al primo turno. Nel ‘99 diviene eurodeputato e si candida alla presidenza del Parlamento europeo, ma perde contro Nicole Fontaine e gli sfugge per sempre l’incarico di prestigio internazionale che in questi anni ha baciato connazionali come Durão Barroso e l’attuale segretario generale dell’ONU, António Guterres, e che invece manca alla carriera di Soares. Non la prende benissimo, bolla Fontaine come “casalinga” e avvia la fase delle esternazioni a ruota libera.
Tornerà a giocare in casa nel 2006, alla tenera età di 82 anni, per la sua terza candidatura presidenziale. Ma sarà un mesto revival, buono solo a intralciare Manuel Alegre, il poeta socialista che non dispiaceva alle altre sinistre. Lo sgambetto regalerà la presidenza della Repubblica al più opaco Aníbal Cavaco Silva per ben dieci anni, gli anni del governo socialista di José Sócrates prima, poi della minaccia di bancarotta, la vittoria elettorale della destra e il triennio della troika, contro la quale il nostro imprecherà – ma già da pensionato di lusso, ex uomo delle istituzioni dal profilo bifronte – in nome di vecchi valori fondativi che rischiano di suonare ormai vuoti in un’Europa che un profilo proprio stenta a ritrovarlo già da un po’.